“Le donne palestinesi lottano per una doppia liberazione”. Parla Hanan Ashrawi

Il caso della ventunenne Israa Ghraieb uccisa il mese scorso in circostanze sospette che hanno adombrato un “delitto d’onore”, ha scatenato un’ondata di indignazione in Palestina e nel Medio Oriente. Sulla vicenda e sul tema più generale della violenza contro le donne ytali ha interpellato una figura di primo piano della leadership palestinese, membro dell’esecutivo dell’Olp.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Cosa sta avvenendo dentro la società palestinese? Cosa ne resta dei diritti civili e di una società che non si era piegata ad una deriva fondamentalista? La repressione contro i gay; poi il caso della ventunenne Israa Ghraieb uccisa il mese scorso in circostanze sospette che hanno adombrato un “delitto d’onore”, scatenando un’ondata di indignazione e una ripresa della questione del femminicidio nella società società civile palestinese. Gli attivisti chiedono un cambiamento nelle leggi obsolete che prevalgono nei territori palestinesi. Hanan Ashrawi, figura di primo piano della leadership palestinese, oggi membro dell’esecutivo dell’Olp, ha da sempre combattuto per i diritti delle donne. E in questa intervista esclusiva concessa a ytali rilancia la sua sfida.

Come spiega che la morte di Israa Ghraieb abbia provocato così tante reazioni?
Ci sono diverse ragioni. La prima  è un processo incrementale e cumulativo. Dopo la morte di Israa Ghraieb, la società civile, non solo le donne, ha dato vita a iniziative di protesta perché c’è un accumulo di rabbia e risentimento sull’uso della violenza contro le donne e in particolare sulla violenza domestica. Abbiamo chiesto un cambiamento delle leggi, una responsabilità della magistratura, del governo, del legislatore, di porre fine a queste terribili pratiche. L’altra ragione è che il caso è stato portato sul palcoscenico pubblico. La rabbia mista all’aspetto tragico ha provocato una mobilitazione. Soprattutto dall’adozione delle leggi che regolano la violenza all’interno della famiglia da anni.

Nel 2014, ha già invitato la magistratura, la politica, la sicurezza e le ong a sradicare il fenomeno degli “omicidi d’onore”. Cosa è cambiato da allora?
Prima di tutto, vorrei ricordare che cerchiamo di non usare le parole “delitti d’onore”, ma di parlare davvero di omicidi, violenza contro le donne, nel contesto di patriarcato, machismo e atteggiamento misogino all’interno della famiglia tradizionalista. Questi uomini definiscono il loro onore in base al comportamento delle donne. Questo è inaccettabile perché è così che giustificano le loro azioni. Tornando al 2014, abbiamo assistito a varie uccisioni di donne, poiché il codice penale giordano del 1960 non era ancora stato aggiornato. A seguito di ciò, diverse versioni del codice penale sono state proposte dalla società civile, preparate con avvocati e persino con religiosi. Ma fino ad oggi, nessuno è stato adottato.

Cosa significa essere donna in Palestina?
Significa essere parte di un movimento di liberazione nazionale e al tempo stesso battersi per il superamento dei caratteri più opprimenti di una società patriarcale. Ecco, se dovessi operare una sintesi, direi che le donne palestinesi lottano per una doppia liberazione. E fanno questo dovendosi occupare di mandare avanti famiglie con tanti bambini e spesso da sole perché il marito o il figlio più grande sono in un carcere israeliano.

Lei è una delle donne ai vertici della dirigenza palestinese. Una delle poche. È un limite?
Direi proprio di sì, anche se non sarei pessimista. Vi sono diverse parlamentari nel Consiglio legislativo palestinese, donne sindaco o con importanti ruoli nel campo economico e finanziario. Certo che molto deve ancora essere fatto, soprattutto sul piano legislativo e nel campo del diritto di famiglia. È del 1994 il “Memorandum dei Diritti delle Donne”: il documento sottoscritto dall’Anp (l’Autorità nazionale palestinese, ndr) accoglieva la Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e richiedeva “giustizia, democrazia e eguaglianza di genere” all’interno delle strutture politiche “statali” palestinesi in formazione. Si tratta di un’acquisizione importante, pressoché unica nel mondo arabo, ma la sua traduzione in pratica è ancora molto lontana dall’essere compiuta. Penso, per l’appunto,  alla violenza domestica, e penso alle opportunità di lavoro.

Per tornare sulla violenza domestica. Sono molte le associazioni per i diritti delle donne palestinesi ad aver denunciato un aumento delle violenze domestiche dal 2000 in poi – data di inizio della seconda Intifada – probabilmente come conseguenza del deteriorarsi delle già precarie condizioni economiche, politiche e sociali. Sono in crescita anche gli stupri perpetrati dal marito o da altri familiari e le violenze durante i rapporti sessuali coniugali. La denuncia per stupro deve essere suffragata da “prove”, ma i codici legislativi egiziani e giordani, ancora in vigore in Palestina, non contemplano la violenza sessuale all’interno del matrimonio. Quindi, non è facile, per la vittima, ottenere il divorzio o la condanna – se mai decidesse di denunciarlo – del marito violentatore.
Stiamo lavorando su questo terreno che è molto delicato e che si scontra non solo con codici che andrebbero riscritti ma anche con una cultura radicata nel tempo. Ma tra le donne è cresciuta la consapevolezza dei propri diritti e la determinazione a vederli realizzati. Nel 2002 le attiviste delle ONG femminili hanno creato un Forum contro la violenza alle donne, una rete di tredici organizzazioni che collaborano contro la violenza domestica. Molte di queste organizzazioni sono ancora attive e sostengono a vari livelli le donne vittime di abusi e maltrattamenti. Sono sempre di più le donne che hanno il coraggio di denunciare le violenze subite in casa. È un processo di responsabilizzazione pagato a caro prezzo. Molte madri vittime di abusi non si ribellano perché temono di perdere la custodia dei figli, di essere buttate fuori di casa, di essere rifiutate dalla famiglia. Il divorzio è considerato come una vergogna, una colpa, anche se servirebbe per liberarsi dalla tirannia di un marito violento e pericoloso. Ma, ci tengo a sottolinearlo, la crescita di una consapevolezza nuova non solo dei propri diritti ma di un ruolo non subalterno nella società, nella famiglia, nella politica, è venuto avanti in questi anni, grazie anche ai progetti di cooperazione internazionale, di cui l’Italia è stata ed è tra i paesi più attivi, che hanno puntato molto su questioni cruciali come l’istruzione, l’educazione sanitaria, e la costruzione di istituzioni democratiche che risultano tali anche perché contemplano i diritti delle donne.

Gli omicidi per ragioni di “onore” sono piuttosto diffusi in Palestina, sia nella Striscia di Gaza sia nella West Bank, come testimonia il caso d Israa Ghraieb: la cronaca nera riporta spesso notizie di giovani trovate morte – strangolate, avvelenate, accoltellate, ecc. – dai propri familiari.
È qualcosa di terribile, contro cui ogni giorno combattiamo attraverso le associazioni delle donne e la messa a disposizione di avvocati. La violenza che segna la nostra condizione di palestinesi, un popolo sotto occupazione, può spiegare, in parte, ma non giustificare, in alcun modo, la violenza che le donne subiscono all’interno della famiglia. E un discorso di leggi, di codici, ma è anche un discorso culturale, di crescita collettiva. Per questo sono importanti i progetti per l’istruzione e l’educazione sessuale che poi significa avere consapevolezza di sé e del proprio corpo. Passi in avanti sono stati fatti, non siamo all’anno zero, tuttavia va riconosciuto che la società palestinese, in particolare quella delle zone rurali, non è ancora adeguatamente preparata a riconoscere e a perseguire la violenza sessuale: le vittime sono colpevolizzate, accusate di “essersela cercata” con comportamenti o abbigliamento “sbagliati”, e spesso rischiano di essere uccise perché “l’onore sia lavato”. La vittima è trasformata in colpevole, in capro espiatorio della violenza altrui.

Una violenza che si conosce e si subisce anche in carcere.
È così. Nel corso degli anni sempre più donne sono state arrestate dall’esercito israeliano e nelle carceri hanno conosciuto situazioni di promiscuità, le ragazze in particolare, è una pressione fisica e psicologica che spesso ha sconfinato nella tortura. Vi sono in proposito rapporti documentati delle più importanti organizzazioni umanitarie internazionali. Dover convivere ogni giorno con la violenza è qualcosa che segna per tutta la vita e rischia di permeare ogni ambito delle relazioni umane. Eppure, nella società palestinese le donne hanno conquistato spazi che nessuno ha regalato loro. E questo è un investimento per il futuro, quando vivremo da donne libere nello Stato di Palestina.

In che modo le autorità possono proteggere meglio le donne?
C’è un malinteso sulla religione e l’abuso della religione quando si tratta dei diritti delle donne. E non c’è volontà politica. Il presidente sta gradualmente perfezionando questo obsoleto codice giordano. Alle autorità giudiziarie dovrebbe essere insegnato a non interpretare queste leggi nel peggiore dei modi. Alcuni articoli di legge evocano “bizze”, “provocazioni” che possono costituire circostanze attenuanti. Rifiutiamo tutto ciò. Finora, sfortunatamente, non abbiamo visto il vero cambiamento che volevamo, ma solo frammenti di qua e di là. Sono solo i passaggi simbolici che fanno parte del desiderio di pacificazione, ma non è sufficiente. Dobbiamo lavorare con tutte le sfere della società e dello stato. Il legislatore, il giudice o l’ufficiale di polizia devono proteggere le donne e non nascondere i crimini. A volte c’è collusione con persone che dovrebbero proteggere le donne. Vi sono casi di donne gettate nei pozzi e, di conseguenza, il caso è stato seppellito con la complicità delle autorità e dei medici. Abbiamo bisogno di un movimento generale, perché tutti sono preoccupati, al fine di creare un clic nelle mentalità. Non possiamo nasconderci dietro la tradizione, perché non sono in alcun modo immutabili e fissi.

Anche la situazione politica gioca un ruolo?
Dobbiamo ricordare che stiamo combattendo contro un’occupazione che è estremamente violenta in sé. Gli studi hanno dimostrato come questo influenza le donne in molti modi, ma anche come eccita gli uomini generando un contesto di violenza. Quando gli uomini si sentono evirati nel senso tradizionale, a causa della violenza dell’occupazione, degli assalti costanti e dell’umiliazione, la loro rabbia e frustrazione è diretta contro donne e bambini. Il sistema patriarcale e macho combinato con il circolo di violenza in cui viviamo, può provocare questo tipo di comportamento.

“Le donne palestinesi lottano per una doppia liberazione”. Parla Hanan Ashrawi ultima modifica: 2019-09-07T14:56:26+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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