Venezia, la Mostra e il mondo: tout se tient

Alla kermesse veneziana vince Joker ma non perde Polanski, i migliori attori dedicano i loro riconoscimenti ai morti del Mediterraneo e ai migranti, il festival guarda avanti, con Baratta e Barbera più saldi che mai.
scritto da ROBERTO ELLERO

Tutto è bene quel che finisce bene. E non poteva che finir bene la 76. Mostra del cinema di Venezia, con un verdetto della giuria sostanzialmente equilibrato che riconosce i meriti filmici sancendo, forse, uno di quei compromessi che persino l’urticante Luigi Chiarini, patron d’altri tempi e temperie (correvano gli anni Sessanta del secolo scorso), avrebbe trovato “onorevole”.

Il titolo più acclamato – J’accuse di Roman Polanski – cede il passo a Joker di Todd Phillips, con Joaquin Phoenix, che vince il Leone d’oro, ma se ne va dal Lido – Polanski, si fa per dire, perché non poteva metterci piede – con un Premio speciale della Giuria che è assai più di una consolazione: perché peccati e reati da scontare, sia pure lontanissimi nel tempo ma resi attuali dai cascami di un maschilismo fortunatamente ormai inaccettabile (c’era una volta il sofà del produttore, e sembrava normale), non possono far velo alla qualità delle opere, una volta messe in gioco.

La combattiva Lucrecia Martel, presidente della giuria, s’era lasciata andare ad un ostracismo comprensibile ma fuori luogo, salvo fare marcia indietro. Coerenza avrebbe voluto, nel considerare inaccettabile la presenza in concorso di Polanski, che desse le dimissioni: not in my name. Oppure che chiedesse l’estromissione del film, già più complicato e opinabile: sono vegano, vado ad una cena onnivora e al momento di mettermi a tavola chiedo il cambio del menù per tutti? Mica si fa così, suvvia… Nervi saldi, no comment e la parola ad un palmarès che per l’appunto “rimedia”. Siamo o non siamo in Italia? Tarallucci e vino non si negano a nessuno…

Oddio, il Belpaese di recente ha negato di peggio: l’accoglienza ai migranti che finivano in fondo al Mediterraneo, in nome di un “lavacro” (di morti per annegamento stiamo parlando) evocatore di altre pericolosissime epoche. Diciamo il neo-neofascismo di Salvini, che ora fa la vittima cercando di destinare all’oblio la fatal caduta dei “pieni poteri”. E allora, chapeau a Luca Marinelli e Ariane Ascaride – coppe Volpi per le rispettive migliori interpretazioni in Martin Eden di Pietro Marcello e in Gloria Mundi dell’incrollabile compagno Guédiguian – che nel ritirare sorridenti i premi dedicano i loro meritati riconoscimenti, nell’ordine, a chi salva vite nel Mediterraneo e al sano meticciato delle società che accolgono e integrano (detto da Ariane, che di quelle migrazioni è figlia). Maturità politica e alto senso civico, ma dopo, non prima, di aver conquistato giuria e platee con prove attoriali di grande intensità, che non nascono oggi (specie la Ascaride) trovando però adesso, a Venezia, le condizioni per una doverosa pubblica agnizione. 

Sulla visionarietà realistica della transcodifica operata da Pietro Marcello nei riguardi di Jack London ci sarà da riflettere, nel senso che rivoluziona ogni concetto di “adattamento”, mescolando vecchio e nuovo – i “tempi” della storia, soprattutto – à la façon di un surrealista sbucato dai Quartieri Spagnoli. E Marinelli, con quel suo recitare spiritato e volentieri schizzato, prima durante e dopo l’ascesa sociale, peraltro accompagnato da un fondo di umanesimo sofferente e autentico, resta impresso nella retina dello spettatore oggi in cerca di una qualche novità nel cinema dell’eterno grande riepilogo. Il post moderno, ricordate?

Certo, il Leone d’oro a Joker – sia pure il Joker umanissimo di Phillips/Phoenix, non certo la macchietta del cattivone anti Batman della DC, che ebbe a fare il suo esordio letterario ottant’anni fa – suona un po’ da concessione al blockbuster hollywoodiano, sia pure intellettualmente emancipato. Piacerà poco ai nostalgici del duropurismo rigorosamente d’autore, foriero in altre edizioni di leoni ultra esotici e di nicchia. Ma rende in fondo bene l’idea di che cos’è oggi la Mostra di Venezia: un contenitore di successo del cinema nell’epoca delle sue infinite trasformazioni, tutt’altro che allergico al glamour e al divismo, al marketing, ai social e alle piattaforme digitali (l’altro tormentone, insieme al #metoo, resta l’apertura a Netflix e agli altri “pirati” dell’extra etere) ma neppure dimentico delle frange per così dire autonome e indipendenti. Il laicismo del mai scomposto direttore Barbera e la flemma dell’inossidabile presidente Baratta, che vola alto e scende solitamente dall’Olimpo solo per sciorinare dati statistici invariabilmente in ascesa e ribadire verità magari spicciole ma sempre assai politicamente corrette e ottimamente scandite, alla lunga hanno avuto la meglio su ogni altra possibile declinazione del festival. Semplicemente tutto, ben organizzato per giunta, senza colpi di testa e con l’obiettivo – quello sì irrinunciabile – di portare a casa il risultato.

L’orientamento al risultato, del resto, assai più di quello al prodotto, è nei fondamentali dell’odierno management, al cui interno trova pur posto l’eterodossia di chi ritiene che, a lungo andare, la sola fissa del risultato generi ripetizione, monotonia, saturazione. In altre parole, se vendo sempre lo stesso prodotto, prima o poi la gente si stancherà e arriverà un prodotto nuovo, fatto da altri, che mi manderà in tilt. Meglio allora che io stesso investa sull’alternativa, pronto al “cambio” quando si renderà opportuno. Ogni opinione è lecita, specie in materia di marketing, dove alla fine valgono per l’appunto i risultati. Che nel caso della Mostra del cinema danno ragione a un festival – ma sì, chiamiamolo finalmente così – che s’è lasciato alle spalle polemiche e rovine, sale fatiscenti ed edizioni languenti, politici saccenti e contestatori perdenti.

L’ottimate del duo Baratta-Barbera è fuori discussione, abilità diplomatiche comprese. Barbera: a pochi giorni dalla Mostra, l’abbiamo sentito presentare e parlar bene di un film rifiutato dal festival semplicemente perché a Venezia non c’è, non ci può essere, posto per tutti, tra gli applausi degli astanti e degli stessi autori giubilati, necessariamente in cerca di un altro festival per fare conoscere il loro lavoro. Ditemi voi se non è abilità questa? Anno più anno meno, Baratta e Barbera sono entrambi in scadenza ed entrambi in corsa per qualche ulteriore prorogatio imperii. Che per restare al latinorum è istituto del diritto romano, ordinamento di parecchi secoli fa. E ora che a Roma è finalmente e incredibilmente cambiata la musica…

Venezia, la Mostra e il mondo: tout se tient ultima modifica: 2019-09-08T15:22:11+02:00 da ROBERTO ELLERO

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