Il territorio è fattore decisivo per una vera svolta di governo

Il programma dell’esecutivo Conte contiene contraddizioni e conflittualità latenti e, insieme, persevera con il “menopeggismo” che condiziona la vita politica italiana.
scritto da FRANCO AVICOLLI

Rassicurante, forse è questo è l’aggettivo adeguato per qualificare il governo che si prepara a riscuotere la fiducia del Parlamento. E tuttavia il sollievo del pericolo scampato di stato di guerra presagio del peggio, non riesce a dissipare una certa diffidenza, perché il tutto accade nella stessa legislatura che, a stare al voto, nasce sulla bocciatura di pratiche promosse da chi era al governo e vi ritorna ora in veste salvatrice. Insomma quel “rassicurante” suona piuttosto di tregua cercata, di sospensione di un rinnovamento necessario che per intanto, si sostiene, mette in pericolo le certezze. E così, per evitare il peggio, si dice, è necessario superare le frizioni e “pensare al Paese”.

Il che non chiarisce se esistono solo soluzioni mediate e se sono necessarie altre premesse per aprire una vera, nuova stagione di governo. Per cui è lecito dubitare delle buone intenzioni indicate nei circa trenta punti dell’accordo tra 5S e Pd con il concorso di LeU, proprio per l’assenza di una visione, di un progetto dell’Italia come paese, come Europa e come mondo. Questioni come il clima, il lavoro, le migrazioni – fra le molte – hanno fenomenologie locali, ma sono un problema planetario e richiedono un impianto che si innesti nel futuro e sia consustanziale all’insieme dei progetti. Ma pare che questo governo si accinga ad iniziare un viaggio senza curarsi del corredo necessario per una lunga durata e l’apertura di nuove prospettive.

Insomma, a stare alle premesse, anche questo governo pensa di poter funzionare solo con lo sperimentato stile del menopeggismo che caratterizza la vita politica italiana.

La richiesta di concretezza, cioè di non tergiversare in questioni di lana caprina è diffusa e si riferisce alla mancanza di posti di lavoro, alla giustizia, alle sicurezze. Ma come affrontare concretamente problemi di questo livello senza mettere in discussione sistemi produttivi basati sostanzialmente sulla rottamazione o sul finanziamento pubblico non calibrato su un progetto paese che continua a latitare?

Credo perciò che la questione fondamentale sia di fare chiarezza perché se esistono il disagio, la miseria, l’ingiustizia, non si può ovviare al dubbio che i metodi finora usati siano quelli giusti. E che esistono anche i Salvini che non hanno nulla a che vedere con il nome che portano. Quando si parla di concretezza è necessario anche dire qual è il nodo da sciogliere per non lasciare spazio alla demagogia, che come abbiamo potuto verificare può essere devastante.

Che cosa significa, per esempio, organizzare il patrimonio culturale italiano tralasciando quella parte che lo definisce come valore in sé? Il valore culturale non è un’ovvietà pubblicitaria con cui inorgoglire un popolo con una graduatoria, ma una dimensione referenziale su cui fissare regole, formazioni e ruoli professionali che comportino la coscienza soggettiva del valore. Orbene, Franceschini ritorna sul luogo del delitto avendo già manifestato una visione finanziaria del patrimonio culturale e con un criterio funzionale al turismo, cioè ben lontano dalle problematiche serie del valore culturale, che richiede il protagonismo del territorio come fattore qualificativo referenziale. Ciò richiederebbe una diversa struttura del governo del territorio che però continua a rispondere al centralismo partitocratrico troppo legato a ragioni elettoralistiche e clientelari. Nel programma si parla di autonomie che mortificano il protagonismo attivo e cosciente a favore di una pratica di governo regionale che si è dimostrata disastrosa e fonte di un uso distorto dei fondi pubblici. Perché non rimettere la città al centro del governo del territorio e proporla come fattore attivo di alleanze territoriali che ricostruiscano filiere culturali, attività e sinergie?

Come è possibile affermare lo “sviluppo sostenibile” avendo in programma il TAV o un’attività cantieristica a prescindere dall’assetto territoriale? Che cosa significa organizzare il sistema sanitario prescindendo dalla Costituzione? Come conciliare la funzione fondamentale dello Stato in materia sanitaria con il carico assicurativo e i condizionamenti dell’industria chimica?

Il programma contiene contraddizioni e conflittualità latenti e, insieme, persevera con il menopeggismo che condiziona la vita politica italiana per ragioni strutturali che non si risolvono con la modifica della Costituzione o il presidenzialismo. 

 Di fatto il governo funziona su una struttura piramidale che lo assimila ad una monarchia, avendo già stabilito l’ambito operativo nell’interdipendenza meccanica tra capitale e lavoro. Ossia che le problematiche di carattere economico sono decisive e prevalgono sulla centralità dell’uomo. Il quale è davvero al centro di un progetto se ne è punto di partenza e non finalità condizionata da ragioni di cassa. Egli ha una sua consistenza storica identificativa fatta di bisogni e di aspirazioni il cui profilo riporta al territorio e al suo ruolo, ossia a funzioni vitali che la struttura piramidale di governo sottovaluta o elimina in funzione del risultato, cioè del capitale e non dei bisogni dell’uomo. Il potere cammina a testa in giù imponendo di adeguare i comportamenti alle regole e non le regole ai comportamenti espressi dalla realtà storica e sociale dei cittadini. 

Ciò che è assente nel programma di governo è appunto il territorio come entità propositiva, riferimento reale della convivenza e delle problematiche relative. E non mi riferisco al territorio come ente regionale o comunale, ma come origine dei progetti e tramite della loro realizzazione.

C’è un fattore italiano che offre un rapporto solido e virtuoso tra la campagna/provincia e la città. Le Corbusier lo ha definito nella dinamica della campagna che desidera diventare città, rilevando la sinergia tra l’una e l’altra. Il territorio è la concretizzazione di un sistema di convivenza in cui agisce la storia e la tradizione cumulativa indicata da Lorenz. La città concretizza la realizzazione di migliori condizioni di vita che sono alla base della creatività artigianale e della manovalanza generica di diventare specialistica. È un meccanismo territoriale che rende la campagna e la città reciprocamente necessarie fino a costituire un ambito di attività su cui la domanda può trovare concretezza occupazionale oltre i meccanismi della rottamazione e della distribuzione casuale di fondi pubblici.

La costruzione del territorio come integrazione funzionale tra città e provincia può restituire al paese una soggettività virtuosa. Essa andrebbe strutturata su un sistema formativo che coinvolga anche il desiderio di anziani e pensionati di essere membri attivi della società alla quale possono apportare esperienze e modalità di rapporto con il tempo, fattori ai quali non si dà la necessaria importanza. La campagna/provincia potrebbe recuperare ruoli gestendo un processo formativo che ricolleghi la città al mondo agricolo e boschivo, alla flora e alla fauna, al valore ambientale come fattore decisivo della costruzione della convivenza. A tal fine si potrebbero realizzare cicli scolastici integrati città/provincia con stages formativi che restituiscano protagonismo all’attività artigianale e importanza al patrimonio ambientale con le attività corrispondenti. 

Tali misure strutturali darebbero una svolta al grave fenomeno dello spopolamento delle zone interne del paese, un ruolo attivo al sistema scolastico, collocherebbero gli anziani nel contesto sociale e costituirebbero una base importante per percorsi che portano oltre il criterio che regola l’occupazione.

Il territorio è fattore decisivo per una vera svolta di governo ultima modifica: 2019-09-09T13:23:39+02:00 da FRANCO AVICOLLI

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