La parabola di Ben Ali

La morte nell’esilio saudita del presidente tunisino asceso al potere tra grandi aspettative e speranze da parte della borghesia, degli imprenditori e delle classi intellettuali che in lui vedevano la possibilità di uscire dall’immobilismo politico e culturale degli ultimi anni della presidenza Bourghiba.
scritto da GIANPAOLO SCARANTE

La morte di Ben Ali, presidente della Repubblica Tunisina dal 1987 e cacciato nel 2011 dalla cosiddetta “rivolta dei gelsomini”, segna la scomparsa di un protagonista di un ventennio che nel bene e nel male è stato di grande importanza per il paese nordafricano, per la Regione del Maghreb e per l’intera area mediterranea.

Zine El Ebdine Ben Ali è stato il secondo presidente della Repubblica Tunisina, succeduto all’amato e carismatico Habib Bourghiba Padre della Patria e fondatore della Tunisia laica e moderna. La sua presa del potere il 7 novembre 1987 ebbe aspetti singolari: il vecchio Boughiba da tempo malato aveva condotto il paese all’immobilismo e troppo concesso alla famiglia della moglie che spadroneggiava in campo economico tra prepotenza e corruzione, generando uno scontento popolare fortissimo. Ben Ali, che a quel tempo era ministro dell’Interno, si presentò la mattina del 7 novembre al Palazzo di Cartagine, sede della presidenza della Repubblica, con una serie di certificati medici che provavano l’incapacità di governare da parte di Bourghiba. Egli realizzava così un colpo di stato indolore e originale che gli spalancò le porte del potere per oltre vent’anni.

Il mio primo ricordo personale di Ben Ali risale al 1989 quando lo incontrai in occasione di una cerimonia ufficiale al Palazzo di Cartagine. Ebbi l’impressione di un uomo giovane e determinato, all’epoca aveva circa cinquant’anni, consapevole della responsabilità del potere che aveva acquisito e soddisfatto della popolarità della quale all’epoca si sentiva circondato. Il suo arrivo sulla scena venne infatti salutato in patria con grande aspettative e speranze da parte della borghesia, degli imprenditori e delle classi intellettuali che in lui vedevano la possibilità di uscire dall’immobilismo politico e culturale degli ultimi anni della presidenza Bourghiba.

La grave situazione di crisi economica e di povertà aveva portato ad episodi di rivolte popolari, come la “rivolta del pane” dell’83-84 che provocò la morte di ottanta persone oltre a saccheggi e violenze. La depressione economica aveva drammaticamente abbassato le condizioni di vita dei tunisini a livelli insopportabili. Anche alcune potenze europee, particolarmente interessate all’area, agirono in favore dell’insediamento al potere di Ben Ali, tra queste l’Italia, che all’epoca giocò un ruolo molto rilevante grazie alle capacità dell’ammiraglio Fulvio Martini, che dirigeva i nostri Servizi di informazione, ruolo mai dimenticato da Ben Alì.

Gli anni successivi alla presa del potere del nuovo presidente tunisino furono per non pochi aspetti positivi per la Tunisia: l’economia crebbe in maniera impetuosa, si rafforzò una classe media laica e aperta all’Europa, le condizioni di vita della popolazione, pur nella diseguaglianza, migliorarono sensibilmente. Erano gli anni della delocalizzazione produttiva e la Tunisia si riempì di fabbriche tessili, delle quali molte italiane, favorite da una legislazione che garantiva il rientro degli utili in patria e una tassazione particolarmente favorevole. Crebbe anche la classe intellettuale tunisina, un mondo vivace che imparò a viaggiare, ad aprirsi verso il mondo, e a fornire un argine naturale al radicalismo islamico che già allora muoveva i primi passi nel paese.

2011, la “rivolta dei gelsomini” in Tunisia

Col passare degli anni, la parabola di Ben Ali assomigliò sempre di più per certi aspetti a quella di Bourghiba: Ben Ali accrebbe l’autoritarismo in politica, ricordiamo il partito unico e le elezioni vinte con oltre il novanta per cento dei consensi, impedì la libertà di informazione e perseguitò ogni possibile oppositore. In definitiva, progressivamente si isolò da quelle stesse componenti della società civile che avevano salutato con speranza la sua ascesa. Inoltre, anche qui in parallelo con la storia di Bourghiba, lasciò spadroneggiare nella vita economica la famiglia della seconda moglie accrescendo oltre ogni limite sopportabile la corruzione e il malaffare nel paese.

Incontrai nuovamente Ben Ali parecchi anni più tardi, nel 2001, quando accompagnai il presidente del consiglio italiano in una visita ufficiale, e l’impressione fu molto diversa. Circondato da un apparato di sicurezza divenuto abnorme e ossessivo, Ben Ali mi apparve distratto e immerso nella logica esclusiva del potere, lontano da quel popolo tunisino che molti anni prima citava continuamente quasi con affetto. Era già iniziato quel processo di isolamento e di allontanamento della realtà che caratterizza la parabola di ogni dittatore. La crescita sociale e culturale della società tunisina che Ben Ali all’inizio aveva favorito, divenne il suo peggiore nemico: quella stessa società iniziò a non sopportare più l’autocrazia del potere del presidente, la persecuzione degli oppositori, la mancanza di libertà di espressione e di associazione, la corruzione dilagata oltre ogni misura, le illiceità e le prepotenze dei clan vicini alla presidenza che erano divenute la prassi corrente della vita economica del paese.

Quanto di buono era avvenuto negli anni precedenti, gli anni che potremmo definire “del consenso”, sia in politica interna sia in politica estera, venne rapidamente dimenticato. Sotto quest’ultimo profilo vanno ricordate una politica estera regionale moderata e stabilizzatrice oltre ad alcune intuizioni positive di Ben Ali, quali l’appoggio convinto al progetto di unione maghrebina araba UMA, iniziatosi nel 1989 con grandi speranze e spentosi nel 2008 nell’indifferenza generale. L’UMA preconizzava l’integrazione progressiva, prima economica e in futuro politica, di Mauritania, Marocco, Algeria, Tunisia e Libia, a somiglianza di quanto fatto dall’Unione Europea sulla riva nord del Mediterraneo.

La scomparsa di Ben Ali pone un termine simbolico e definitivo a quella lunga fase storica seguita alle due guerre mondiali che ha garantito un equilibrio politico relativamente stabile all’area mediterranea. Se oggi volgiamo lo sguardo dall’Algeria sino alla Siria, passando per la Tunisia, la Libia e l’Egitto, comprendiamo quanto il vecchio assetto geopolitico sia oggi drammaticamente entrato in crisi senza che se ne veda all’orizzonte il successore.

La parabola di Ben Ali ultima modifica: 2019-09-19T23:07:43+01:00 da GIANPAOLO SCARANTE

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