Magri e il manifesto. Un’originale critica del capitalismo

Grazie alla varietà delle sue letture teoriche, la politica era progetto, competizione di valori, aspirazione a nuovi modelli di organizzazione sociale, analisi di fase. Amava ripetere: “O la politica cambia perfino gli stili di vita e le coscienze o fallisce il suo obiettivo. Non so che farmene solo di una diversa organizzazione economica”.
scritto da ALDO GARZIA
Condividi
PDF

Nei primi mesi del 1970 non ho aderito al manifesto perché bisognasse correggere un eccesso di revisionismo politico del Pci in nome di una purezza originaria o di un ritorno all’ortodossia del marxismo/leninismo. Ho scelto il manifesto perché nei primi numeri della rivista, poi nelle “Tesi per il comunismo”, s’affondavano ricerca e proposta sulle contraddizioni del capitalismo italiano che stava superando la sua storica arretratezza con il boom economico per diventare una società a capitalismo maturo. Da qui, il convincente richiamo – fin dalla testata della rivista – al Manifesto dei comunisti di Marx ed Engels come metodo d’analisi. In quel passaggio d’epoca modernizzante erano nati il 1968, i movimenti degli studenti e dell’operaio-massa, oltre alla critica diffusa ai valori – non solo economici – del modello capitalistico. Nel possibile rapporto tra storia del movimento operaio e istanze dei nuovi movimenti stava l’originalità della proposta del Manifesto che non fu colta dal Pci per il proprio rinnovamento politico e culturale. La radiazione dei promotori della rivista e di tanti altri fu un esito infelice.

Mi sono perciò interrogato fin dal 1969/1970 sull’origine di una certa analisi fatta dal manifesto che era certo una variante politica dell’ingraismo, ma rispetto all’approccio di Ingrao meno “provinciale” grazie a Rossana Rossanda (i rapporti con Louis Althusser e Jean-Paul Sartre), Luciana Castellina (Luciana è sempre stata dirigente dai mille rapporti internazionali) e alle plurime letture di Lucio Magri.

Non posso spiegare qui in modo diffuso cosa intendo per limite “provinciale” dell’ingraismo, che certo forniva una particolare analisi della tradizione di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti, ma non usciva dalle nostre frontiere politico/culturali. Poi Ingrao, tornando a dirigere il Centro riforma dello Stato dopo l’esperienza di presidente della Camera (1976/1979), corresse quel limite aprendo la ricerca sull’Unione europea e il socialismo europeo (io stesso ho avuto l’opportunità di collaborare con Ingrao in quegli anni).

Il manifesto nasce invece su impulso pure internazionale. Diciamo così, per semplificare: da un viaggio di Rossanda e Magri fatto a Parigi nel maggio ’68, che poi diede origine a due loro libri pubblicati dall’editore De Donato: una riflessione sui “fatti di maggio” (Lucio), una analisi del movimento degli studenti italiani a confronto con quello francese (Rossana). L’idea del manifesto rivista è nata a Parigi in pieno ’68.

Il alto a sinistra con Paolo Bufalini e Enrico Berlinguer, con Luciana Castellina, in un comizio e con Giorgio Amendola

La bussola Lev Tolstoj

Nell’ultimo anno della vita di Magri era straziante avere un rapporto con lui perché aveva deciso – nessuno è riuscito a fargli cambiare opinione – che non valeva più la pena vivere. Oltre all’attualità politica, che continuava a seguire morbosamente e di cui mi chiedeva in continuazione perché lavoravo nella sala stampa di Montecitorio, discutevamo spesso dei reciproci interessi culturali. Fu così che scoprii la rilettura nei suoi ultimi mesi di vita da parte di Lucio di gran parte dell’opera di Lev Tolstoj, di cui parlava con mia sorpresa come di una delle sue bussole intellettuali. Mi regalò finanche il libro Padre Sergio, che secondo lui era il paradigma dell’idea tolstoiana di coerenza etica per un personaggio liberatosi dall’appartenenza alla nobiltà e in cerca di un nuovo ordine sociale non più feudale.

È in quella fase che abbiamo discusso di Tolstoj come “pensatore sociale” riscoperto già da Rosa Luxemburg in alcuni scritti nel 1908, in cui sottolineava come lo scrittore russo criticasse la prima vulgata marxista per la mancanza di una teoria della soggettività, e in seguito rivalutato da Lenin nel 1920 dopo averlo criticato intorno al 1905 per un certo fatalismo con cui aveva guardato al primo tentativo rivoluzionario in Russia. L’interpretazione del Tolstoj “politico” è tuttora aperta e l’autore di Anna Karenina resta solo (e forse) un socialista utopista, ma ho voluto citare la passione di Magri per Tolstoj – che è diventata pure la mia – per sottolineare la sua peculiare formazione intellettuale.

Eliseo Milani, Rossana Rossanda, Luciana Castellina, Lucio Magri

Dossetti, Galbraith, Gramsci, Lukacs

Capitava spesso che con Lucio parlassimo dei suoi anni giovanili: Bergamo, l’assonanza con Giuseppe Dossetti (forse un moderno tolstoiano nel suo abbandonare la politica e farsi prete, un po’ come Padre Sergio), il movimento giovanile democristiano di cui Magri ha rischiato di diventare segretario (fu Fanfani a bruciare la sua candidatura), l’iscrizione al Pci di Bergamo datata 1957/1958 insieme a Giuseppe Chiarante, Carlo Leidi e altri intellettuali bergamaschi di formazione cattolica. Eliseo Milani, bergamasco di Ponte S. Pietro, si vantava di averli tesserati lui al Pci quando era segretario della federazione.

All’originale pensiero di Lucio Magri – che poi prenderà forma compiuta con l’esperienza del manifesto – contribuiscono inoltre le precoci letture degli autori della Scuola di Francoforte (da Adorno a Marcuse), di John Kenneth Galbraith, Jacques Maritain, Augusto Del Noce, Franco Rodano, György Lukacs. Sono autori che daranno all’accostamento di Magri al marxismo, insieme a una introspezione dell’analisi di Gramsci, un sapore particolare: il rifiuto del marxismo ridotto all’economicismo in voga negli anni Sessanta, la critica puntuale del capitalismo maturo, della società di massa e della società dei consumi che era estranea a una cultura marxista tradizionale e alla tradizione storicista del gruppo dirigente del Pci.

A questo proposito, basti ricordare la polemica di un Magri appena trentenne con Giorgio Amendola nel Convegno dell’Istituto Gramsci del 1962 sulle tendenze del capitalismo che gli valse l’attenzione di Sarte e la pubblicazione sulla rivista Tempi moderni, diretta dal medesimo Sartre, della versione ampliata del suo intervento al convegno del Gramsci. Magri, a differenza di Amendola, intravede già nel 1962 le trasformazioni del capitalismo italiano e non crede che la sinistra debba solo “aiutare” a completare la rivoluzione industriale come ciclo di modernizzazione del paese: occorre, per lui, intervenire criticamente su quel ciclo economico/politico cogliendone la portata innovatrice.

Da Galbrath – mi riferisco al libro La società opulenta del 1960 in cui l’autore critica le presunte leggi “naturali” del mercato – Lucio Magri aveva intanto appreso una analisi “dall’interno” e non scolastica del capitalismo nel suo punto di massimo sviluppo negli Stati Uniti, quindi della società dei consumi e della “società di massa”. Da Lukacs, Magri ha fatto propria invece in quegli anni una certa teoria della soggettività: il filosofo ungherese aveva liberato il marxismo dal dogmatismo ideologico riscoprendo l’alienazione come una delle contraddizioni della società contemporanea, mettendo a rapporto la tradizione marxista con l’esistenzialismo francese.

Questa originale formazione intellettuale è riemersa anche negli ultimissimi saggi di Magri: ricordo gli scritti sulla scuola e sul welfare apparsi nella Rivista del manifesto uscita dal 1997 per qualche tempo, oltre alla sua ricerca sulla riforma del welfare quando è tornato nel Pci prima dell’avvio dell’esperienza di Rifondazione.

In una formula, si può riassumere così il pensiero di Magri e del primo manifesto alla luce di questa pluralità di riferimenti che ho citato facendo una rapida ricostruzione: la conquista delle “case matte” della lezione gramsciana va fatta ogni giorno in una idea della rivoluzione come processo sociale e non azione giacobina. Per Magri, grazie alla varietà delle sue letture teoriche, la politica è dunque progetto, competizione di valori, aspirazione a nuovi modelli di organizzazione sociale, analisi di fase. Amava ripetere:

O la politica cambia perfino gli stili di vita e le coscienze o fallisce il suo obiettivo. Non so che farmene solo di una diversa organizzazione economica.

Da qui pure l’origine della sua opposizione al “compromesso storico”, che invece di lavorare al superamento e alla scomposizione dell’unità politica dei cattolici nella Dc finiva per consolidare proprio quell’unico contenitore rendendo immobile una componente sociale della società italiana.

Lucio Magri e Pietro Ingrao

Bergamo, Togliatti, il Concilio

Magri mi parlava inoltre dei suoi primi articoli su riviste come Per l’azione e Dibattito politico che l’avvicinarono insieme a Chiarante all’area culturale del Pci dove Franco Rodano svolgeva il ruolo di pontiere nel dialogo tra i cattolici e i comunisti. Poi ci fu l’incontro con la Rivista trimestrale di Rodano e Claudio Napoleoni (da quell’antico sodalizio intellettuale nacque nel 1980 la rivista Pace e guerra).

Proprio a Bergamo, intanto, alla fine degli anni Cinquanta, accadevano fatti significativi: nel 1958 è eletto papa il bergamasco Angelo Giuseppe Roncalli, Giovanni XIII; nel marzo del 1963 Palmiro Togliatti tiene nel capoluogo lombardo un importante discorso (“Il destino dell’uomo”) che rilancia il dialogo con il mondo cattolico: a introdurlo è Eliseo Milani, segretario allora della Federazione del Pci. Poche settimane dopo sarà diffusa l’enciclica Pacem in terris che favorisce l’ulteriore confronto tra cattolici e non cattolici. Si apre in quel periodo la fase del Concilio Vaticano II e viene meno la scomunica ai comunisti. Bergamo divenne in quegli anni un laboratorio politico/culturale.

Per concludere, Magri ha insegnato alle generazioni che hanno partecipato alla vita del manifesto e del Pdup un’idea peculiare della politica: occorre avere un pensiero critico sulla fase storica che si vive e sulla memoria del passato unendoli a un progetto sociale che deve prefigurare una alternativa al capitalismo nell’economia e pure nei valori individuali, collettivi.

Il suo libro Il sarto di Ulm resta, dal punto di vista del metodo e del contenuto, un lascito prezioso: è l’unico tentativo finora di rilettura critica e senza abiure, fuori dalla memorialistica, dell’intera parabola della storia del comunismo internazionale e italiano.

* bozza dell’intervento al convegno “Bergamo racconta il manifesto
29 settembre 2019

Magri e il manifesto. Un’originale critica del capitalismo ultima modifica: 2019-10-02T16:44:37+02:00 da ALDO GARZIA

Lascia un commento