Politica e media. Parla Barbara Tedaldi

“L’accesso ai politici è oggi più facile rispetto alla Prima Repubblica. Apparentemente però. Perché ci si basa sull’illusione che il collegamento via Facebook e Twitter possa sostituire il dialogo diretto con le persone”.
scritto da MARCO MICHIELI

L’intervista che qui pubblichiamo è parte della serie di conversazioni con giornalisti che seguono la politica italiana, molti dei quali con una lunga esperienza. L’idea è di ragionare sulla relazione tra politica e stampa e su come quest’interazione abbia caratteristiche peculiari in Italia, influendo sull’una e sull’altra (g.m.)

Barbara Tedaldi, giornalista parlamentare dell’Agenzia Italia (Agi) dal 1991, segue le vicende politiche italiane con un occhio particolare – si legge sul suo profilo professionale – alle “vie tortuose del centrosinistra, col trattino e senza, macchine da guerra, canzoni popolari, Ulivi, Unioni, vittorie e non vittorie, cariche dei 101, esortazioni a stare sereni, personalizzazioni e altri disastri”. La sua postazione di lavoro è nella sala stampa di Montecitorio. Da lì è un andirivieni con il Transatlantico e con il Corridoio dei passi perduti, epicentro della politica italiana, il suk della politica per i suoi denigratori. Barbara segue anche il Quirinale dal 2012, ed è, dunque, nel gergo del mestiere, una quirinalista. Con lei ytali ha voluto approfondire il tema del rapporto tra politica e media, con l’ottica peculiare di chi lavora in una delle più importanti agenzie di stampa, fonte primaria dell’informazione di cui i media dispongono.

Barbara Tedaldi

Sei giornalista parlamentare dal 1991. Com’è cambiata l’agenzia di stampa in questi anni?
Innanzitutto va detto che, quando cominciai questo lavoro, le agenzie di stampa erano strutturate in maniera diversa: erano meno numerose ma le redazioni politiche e parlamentari avevano più giornalisti. Con tutto quello che questa riduzione di personale comporta in termini di possibilità di approfondimento. Nonostante ciò l’Agi, l’agenzia per cui lavoro, è una delle poche ad aver assunto nuovo personale, grazie a nuovi investimenti, e questo aumenta la qualità del lavoro che facciamo.

È più difficile fare informazione per le agenzie di stampa oggi?
Il sistema dell’informazione della Seconda Repubblica è semplicemente diverso. La stampa ha maggiori difficoltà economiche, c’è una maggiore concorrenza da parte di nuovi soggetti come i social media e le televisioni all news. La tendenza generale è quella di approfondire sempre meno: ciò che conta oggi è più la rapidità con cui viene fornita l’informazione. E spesso la rapidità dell’informazione non aiuta la profondità. Nel caso delle agenzie di stampa, il fatto che le informazioni siano più rapide non significa però che siano raccolte in maniera superficiale: penso che ad oggi esse siano ancora tra i media che maggiormente approfondiscono le tematiche. Ad esempio, seguiamo le attività delle aule e delle commissioni parlamentari e molto spesso siamo gli unici soggetti a fornire informazioni per una serie di settori che altrimenti non troverebbero spazio nei giornali. È una informazione verticale che affronta temi concreti, che interessano spesso alle persone più del chiacchiericcio politico.

E nel passaggio tra Prima e Seconda Repubblica come cambia la relazione tra agenzie d’informazione e la politica?
Rispetto alla Prima Repubblica, oltre all’esistenza di più testate e un minor numero di giornalisti disponibili nelle redazioni, il grande cambiamento è stato l’impatto dei social media. Anni fa il ruolo del giornalista era più centrale perché mancavano tutte quelle tecnologie di cui oggi disponiamo e il fattore umano era determinante. Oggi, molto spesso, ad esempio, il giornalista si limita a seguire gli eventi politici in streaming, che siano su Twitter o sul profilo personale Facebook del politico. La mediazione del giornalista, quindi, è stata parzialmente compressa. Ripeto, solo in parte: si parla di disintermediazione ma sono le stesse agenzie a trasmettere i messaggi che i politici affidano ai loro social. La possibilità di scelta tra che cosa sia notizia e che cosa non lo sia si è ridotta per il giornalista, che però tenta comunque di ritagliarsi il suo spazio e quando ci riesce fa la differenza. Nel caso delle agenzie di stampa, per far fronte a questa compressione della nostra professione, si cerca di essere presenti fisicamente in parlamento o nei luoghi in cui si tengono i comizi e gli eventi politici, perché vedere e sentire di persona quel che viene detto è molto diverso dalla visione di uno streaming. Ad esempio, pochi giornalisti capirono l’avanzata elettorale di Beppe Grillo e del Movimento cinque stelle in occasione delle elezioni legislative del 2013. E in parte fu dovuto al fatto che molti pensarono di seguire quella campagna elettorale in streaming, che era una sorta di “moda” del momento. L’illusione che ti fornisce lo streaming è quello di poter essere ovunque semplicemente restando dietro uno schermo. Però se non si sta nei luoghi in cui avvengono gli eventi, difficilmente si capisce il sentimento delle persone. Molti allora non capirono che non si trattava solo di gente curiosa quella che partecipava agli eventi pubblici di Grillo. Si trattava di persone che ne condividevano le idee.

E, secondo la tua esperienza, l’accesso ai politici è cambiato nel tempo?
L’accesso ai politici è oggi più facile rispetto alla Prima Repubblica. Apparentemente però. Perché ci si basa sull’illusione che il collegamento via Facebook e Twitter possa sostituire il dialogo diretto con le persone. Nel passato, forse, il rapporto con i politici era più diretto. È vero però che il leader politico della Prima Repubblica parlava meno frequentemente di quanto accade oggi: spesso avevano maggiore cultura e un pensiero più profondo, meno tattico. Certamente esistevano i vari “traduttori” del pensiero politico del leader, fossero essi i compagni di partito o gli uffici stampa. La linea era una e veniva cambiata raramente, attraverso discussioni che avvenivano negli organismi di partito. E quando veniva cambiata veniva pazientemente spiegata. Oggi, invece, il leader politico è molto attento alla tattica e molto meno alla strategia. Parla numerose volte al giorno e molto spesso è difficile comprendere tra le molteplici dichiarazioni pubbliche quelle rilevanti per la politica. Aggiungerei anche che questa apparenza di facile accesso ai politici viene smentita poi dal numero di giornalisti che hanno accesso diretto al pensiero dei leader politici: un numero che è molto ristretto e non si differenzia molto da quello della Prima Repubblica.

Sempre più spesso si sente parlare anche in Italia dell’influenza degli spin doctor nella stampa. Le agenzia di stampa come gestiscono la possibile “manipolazione” dello spin doctor?
Il messaggio dello spin doctor del politico viene sempre pubblicato dalle agenzie di stampa. Da un punto di vista giornalistico, lo “spin” deve essere pubblicato perché ci fornisce degli elementi sulla linea politica del partito di turno. Se non fosse pubblicato, si perderebbe una parte del contesto politico. L’importante, e questo nelle agenzie solitamente succede, è citare la fonte, far comprendere a chi legge qual è l’origine della informazione fornita. Poi, ovviamente, spetta al giornalista, che deve restare libero, di approfondire e scavare le intenzioni reali del leader politico e le ragioni di quella dichiarazione. Di certo non ci sfugge che gli spin doctor – che poi sono i vecchi “portavoce”, solo che nel passato erano molti meno – spesso cerchino d’indirizzare l’informazione. L’importante, insomma, è non farci noi giornalisti portavoce degli “spin” dei politici ma far capire che sono informazioni con una fonte ben precisa e dichiarata. Rispetto ai giornalisti della carta stampata poi l’agenzia di stampa gode di un vantaggio: il nostro lavoro è essenzialmente per i professionisti del settore dell’informazione. Quindi gli addetti ai lavori capiscono il senso di una dichiarazione che viene rilasciata da un portavoce alle agenzie. E riescono anche a comprenderne lo scopo.

Talvolta è difficile capire però la linea politica. Soprattutto se guardiamo all’uso che gli esperti di comunicazione del politico fanno dei social.
È vero. Penso che questo accada perché ci troviamo di fronte ad un’americanizzazione dello spin. Ti faccio un esempio: l’uso delle foto in cui il leader sta mangiando del cibo. È molto difficile trarre una linea politica da episodi di questo tipo, che pure sono sempre più frequenti. Però penso che, al netto della “operazione simpatia” cercata dai politici, i cittadini siano più interessati ai programmi, alle misure concrete. Quando ci stancheremo della politica fatta in questo modo? Penso che prima o poi questa stanchezza si presenterà.

Che cosa pensi dell’uso del “retroscena” come modo di spiegazione della politica italiana?
Penso si debba distinguere tra il buon retroscena e quello fuorviante. Ad esempio, se il giorno dopo o nei giorni successivi la pubblicazione del retroscena si verifica quello che è stato scritto, per me questo è quel che conta al fine di “discriminare” tra il buono e il cattivo retroscena. A mio parere dobbiamo sempre partire da una presunzione di fiducia nei confronti del giornalista: scrive quello che la fonte gli comunica. Poi il nostro compito non si esaurisce qua: dobbiamo capire se quello che ci dice la fonte è vero o meno. Il ruolo dell’agenzia di stampa, in particolare, dovrebbe essere quello di capire se la fonte è degna di fiducia oppure no. Penso che in generale le agenzie d’informazione esercitino un elevato controllo sui contenuti perché il nostro obiettivo è comunque quello di dare un’informazione il più possibile vicino alla verità.

E perché secondo te il retroscena è un genere specificatamente italiano?
In generale il politico, non solo quello italiano, adora “indorare la pillola”. Noi giornalisti, anche coi retroscena, cerchiamo di eliminare lo “zucchero” per spiegare quale è “l’amara medicina”. È un’abitudine non prettamente italiana e il retroscena infatti esiste anche in altri paesi. Quello che distingue la stampa italiana è la diversa frequenza. Da noi infatti il retroscena è quotidiano e viene presentato accanto alla “scena”, cioè alla cronaca politica ufficiale. Il problema però non è il retroscena in quanto tale, che cerca comunque di dare un’informazione in più al lettore, quando non è un esercizio fine a se stesso. Penso che la questione di fondo sia piuttosto la sottovalutazione della “scena”. Per la mia idea di giornalismo, che è quella di fornire informazioni e aumentare la conoscenza del lettore affinché poi possa compiere delle scelte, lo spazio dedicato alle politiche concrete dovrebbe essere maggiore. Certo anche il buon retroscena dovrebbe superare alcuni difetti, come l’eccessivo livello “iniziatico” preteso da chi quei pezzi li scrive.

Che cosa intendi?
Nel nostro paese si legge molto poco. E i lettori di giornali sono sempre meno. La stampa dovrebbe aiutare il lettore a capire meglio ciò che accade. Certi modi però di raccontare la politica sono per gli addetti ai lavori. E non so quanto aiutino a superare la tradizionale platea dei lettori e quindi anche a superare la crisi economica dei giornali. Penso ad esempio alle espressioni del tipo: il “senatore di Rignano”, il “leader del Carroccio”, la “salita al Colle”. Noi giornalisti dovremmo farci capire dalle persone e saper adattare il linguaggio al fruitore dell’informazione. Oggi molto spesso non accade. Nel caso della nostra agenzia di stampa cerchiamo sempre di fornire delle schede di spiegazione, come il “dizionario della crisi” durante l’ultima crisi di governo, perché farsi capire dalle persone è fondamentale. Soprattutto oggi che gli articoli dell’agenzia sono pubblicati sul sito web e diventano accessibili ad un maggior numero di persone.

Dal 2012 segui il Quirinale, che per molti italiani rappresenta un mondo quasi misterioso rispetto al resto della politica. Nel tempo com’è mutata la relazione della presidenza della repubblica con la stampa?
Innanzitutto molto dipende dallo stile e dell’esercizio del potere del presidente. Ad esempio, Giorgio Napolitano interveniva molto spesso nel dibattito politico e in maniera palese: le critiche che rivolgeva ai partiti erano frequenti e pubbliche. Nel caso di Sergio Mattarella ci troviamo di fronte ad una presidenza della repubblica che si esprime in modo diverso. Esistono ancora i moniti e le critiche, non diversamente dal suo predecessore, ma spesso non trapelano e giungono direttamente agli interessati. Per chi lavora come giornalista al Quirinale il rapporto più importante è ovviamente quello con l’ufficio stampa del presidente e con i suoi consiglieri. Se si desidera però approfondire, allora esistono le fonti parlamentari: ad esempio, i ministri o i politici che hanno incontri col presidente possono fornire qualche informazione in più. Devo dire che, di solito, emerge molto poco. Ed è, ripeto, dovuto allo stile del presidente Mattarella che parla e redarguisce gli interlocutori politici molto meno del presidente Napolitano. In generale, comunque, al Quirinale più che altrove c’è un filtro molto forte perché le tematiche che arrivano al presidente della repubblica sono tutte molto delicate. Il livello di accesso, quindi, all’informazione è più equilibrato.

Hai seguito a lungo anche le vicende del centrosinistra in tutte le sue varie forme. Nel rapporto coi media, in base alla tua esperienza, hai notato dei cambiamenti?
Esiste una certa difficoltà di innovazione da parte dei partiti di centrosinistra nella relazione con i media. Se vogliamo anche per ragioni prettamente anagrafiche. Si tratta di partiti che hanno radici nel secolo scorso e hanno minore consuetudine con alcuni strumenti. Hanno soprattutto maggiori freni rispetto a nuovi attori politici come il Movimento cinque stelle.

Pensi che uno dei fattori d’incomprensione tra Matteo Renzi e la sinistra dipenda anche da un uso diverso dei media?
Penso che Renzi, in realtà, nella fase iniziale del suo percorso politico nazionale sia stato un fattore di grande attrazione proprio per la sua capacità di gestione dei media. Anche per il vecchio militante ex-Pci al quale dava una speranza di rinnovamento del centrosinistra e di future vittorie. Il rapporto con gli elettori del centrosinistra si interrompe per molti di loro quando il messaggio non ha più coinciso con la speranza. Quando ha cominciato ad inanellare una serie di sconfitte. Quando quest’elettorato ha percepito che il messaggio ideale che Renzi forniva era molto lontano da ciò in cui credevano.

E che cosa pensi di questa sua nuova avventura politica?
Dobbiamo considerare che noi siamo, storicamente, la repubblica della democrazia bloccata. Il nostro è un paese che ha tempi molto lunghi e che ha avuto una classe politica molto longeva. È vero che siamo entrati da tempo in una fase di elevata volatilità elettorale e che Renzi non dispone più del consenso elettorale di un tempo. Però in politica mai dire mai: Silvio Berlusconi è riuscito a durare vent’anni. Per sopravvivere l’importante è individuare la politica giusta e capire che cosa vuole l’elettore. E qui esiste lo spazio per Renzi. Ovviamente la speranza è che ci sia sempre meno una corsa al ribasso per soddisfare le domande degli elettori e che i partiti politici rimangano all’interno dei valori costituzionali.

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Politica e media. Parla Barbara Tedaldi ultima modifica: 2019-10-03T10:59:55+02:00 da MARCO MICHIELI

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