Spagna, la campagna elettorale permanente

Si torna a votare dopo soli sette mesi e per la quarta volta in quattro anni, tra la rincorsa al centro di Pedro Sánchez, la speranza dei popolari, la nascita di nuovi partiti a sinistra e la crisi di Ciudadanos.
scritto da ETTORE SINISCALCHI

I partiti spagnoli hanno presentato ufficialmente le liste elettorali per le elezioni generali del prossimo 10 novembre. Il fine settimana appena trascorso è stato affollato di iniziative politiche, a testimoniare come la Spagna sia in piena campagna elettorale malgrado manchi quasi un mese al suo inizio formale. Una campagna ormai quasi permanente, in un paese che ha chiamato gli elettori alle urne quattro volte negli ultimi quattro anni.

Il voto arriva dopo il fallimento del tentativo di formare un governo da parte di Pedro Sánchez. Un’impresa nella quale sembra essere mancata soprattutto la volontà del segretario socialista di portarla a compimento, fino alla convinzione che un nuovo passaggio elettorale avrebbe consolidato le posizioni del Psoe. Questa almeno appare essere l’idea di Sánchez e del suo consigliere politico, Iván Redondo, suo capo di gabinetto alla presidenza del governo.

Pablo Casado

Gli spagnoli vengono dunque riportati alle urne e non sembrano esserne troppo soddisfatti. Diversi sondaggi di opinione concordano nel giudicare negativamente il mancato accordo politico e ne fanno ricadere la responsabilità sui leader, in misura maggiore su Pedro Sánchez. Malgrado ciò, il Psoe appare essere saldamente in testa nelle intenzioni di voto (qui e di seguito ci riferiamo all’analisi della media dei diversi istituti fatta da eldiario.es), anche se alcune criticità iniziano e manifestarsi nei sondaggi che concordano nel dare un aumento di pochi deputati, restando sotto il tetto simbolico del trenta per cento, col partito ben lontano dall’autosufficienza in parlamento.

Il più soddisfatto di come si mettono le cose è Pablo Casado. Descritto come un morto che cammina dopo le elezioni di aprile, ha resistito alla segreteria del Partido popular durante le trattative per la formazione delle giunte locali di destra e ora, davanti all’inatteso nuovo passaggio elettorale, si gode i positivi segnali dei sondaggi che augurano lo sfondamento del muro dei cento deputati, a consolidare saldamente la seconda posizione e scacciare i fantasmi del sorpasso da parte di Ciudadanos. È infatti la formazione di Albert Rivera quella che sembra essere la più penalizzata dalle prossime urne, con una consistente riduzione di deputati. 

Rivera rischia seriamente di diventare la promessa incompiuta della politica spagnola. Ha capitalizzato la voglia di una forza di centro nuova e moderna, più pressante man mano che il Pp veniva travolto dagli scandali, fortemente benvoluta in diversi circoli internazionali davanti alla possibilità di un crollo dei popolari, ma ha dilapidato molto nella corsa a destra degli ultimi due anni, a partire dallo scoppio della crisi catalana.

La concorrenza col Pp, e anche con l’estrema destra di Vox, per interpretare il nazionalismo centralista fatalmente reazionario gli ha fatto perdere la Catalogna, prima dimostrazione di forza degli arancioni che lo proiettò sulla scena nazionale, e convinto elettori provenienti da Psoe e Pp a tornare all’ovile. La guerra a Sánchez ha deluso chi chiedeva stabilità, le alleanze privilegiate con Pp e Vox sono costate dimissioni e abbandoni, a partire dalla rottura a Barcellona con l’ex capo del governo francese, Manuel Valls, che fu il candidato sindaco indipendente per gli arancioni.

Rivera sabato scorso in un’iniziativa politica a Madrid ha aperto a un patto col Psoe per scongiurare un nuovo blocco politico. Se basterà per invertire sondaggi disastrosi – attorno al dieci per cento dei voti dal quindici, con un numero di deputati comparabile a Vox che sembra mantenere le posizioni – è tutto da vedere.

Che il mare della politica spagnola continui a essere agitato lo dimostra non solo il probabile ridimensionamento di Ciudadanos ma anche la nascita di una nuova formazione a sinistra, Más País di Íñigo Errejón, ex fondatore e numero due di Podemos. Si tratta del precipitare della crisi dei viola, dopo anni di espulsioni e allontanamento delle posizioni dissenzienti dalle scelte politiche di Pablo Iglesias.

Íñigo Errejón

Errejón arriva alla politica nazionale dopo l’esordio nella capitale con Más Madrid, lista in appoggio alla ex sindaca Manuela Carmena, che sancì la rottura con Podemos. Ha dimostrato capacità di attrazione e anche di rinvigorimento per diverse forze a sinistra del Psoe e scatenato contraddizioni al loro interno, con basi favorevoli a accordi elettorali che hanno smentito in referendum interni dirigenze convinte di mantenere quelli con Podemos. I primi sondaggi sono buoni, oltre il sei per cento, forse la speranza di istituire un gruppo parlamentare autonomo.

Sorprendentemente gli elettori non arriverebbero solo dal bacino di Podemos, che dovrebbe mantenere il terzo posto e oltre il tredici per cento dei voti, ma anche dal Psoe, soprattutto a Madrid, e da nuovi elettori.

Perché le aspettative di Sánchez e Redondo rischiano di non essere confermate. Il Psoe vincerebbe conquistando al massimo sette deputati senza riuscire a sfondare il muro del trenta per cento. Se in generale quasi tutte le federazioni escludono di migliorare il risultato di aprile, si teme per parti importanti del paese, Madrid su tutte, con la grande incognita del voto andaluso, mentre c’è ottimismo per i risultati in Catalogna e Castilla y León. 

Gli equilibri parlamentari potrebbero essere sostanzialmente simili a quelli precedenti, con un rafforzamento complessivo delle sinistre rispetto alle destre, malgrado la maggior frammentazione. Uno scarso raccolto, calcolando anche il costo che l’operazione richiede in termini di fiducia della cittadinanza nella politica e nelle istituzioni. 

La predisposizione verso la politica degli spagnoli, il sentiment come si dice nel mondo dei sondaggi, la indaga l’ultimo “Barómetro” del Cis di settembre, fatto prima della presentazione di Más País e fra i pochi a dare il Psoe sopra al trenta per cento. Oltre a valutare le intenzioni dirette di voto, elaborandole con proiezioni sui seggi, la ricerca indaga gli umori della cittadinanza rispetto alla politica e alle istituzioni, con risultati in cui è presente una «radiazione di fondo inquietante», come l’ha definita Enric Juliana, direttore aggiunto de La Vanguardia, con dati negativi che riportano alla fine degli anni Novanta, nel pieno della crisi economica.

Per il 45 per cento del campione la politica costituisce uno dei tre principali problemi che gravano sul paese, dato cresciuto del 18 per cento in otto mesi; mentre solo il 53,6 si dichiara sicuro che andrà ai seggi, oltre il 20 per cento in meno rispetto al 76 che ne era certo prima del voto dello scorso aprile. Una chiara smobilitazione dell’elettorato che sarà il principale motivo del probabile mancato sfondamento che Sánchez cercava col voto.

Pedro Sánchez e Albert Rivera

Stiamo, naturalmente, parlando di sondaggi, siamo nel campo delle possibilità e c’è una campagna elettorale davanti, della quale già sappiamo che vi sarà un unico confronto tra i leader dei partiti. Il segretario socialista, non forte nei faccia a faccia, ha consentito un solo appuntamento, per quello che nelle ultime elezioni si è rivelato un momento determinante per la scelta di voto dell’ultimo minuto. E stiamo anche parlando solo di sondaggi, non di programmi, per quello che contano, né di temi politici preminenti. Perché, a parte la cappa della sentenza del processo ai leader indipendentisti catalani, atteso entro la metà del mese, le questioni politiche e sociali sono in secondo piano in un ennesimo appuntamento elettorale alla quale il paese giunge affaticato, scettico e sfiduciato.

Nella sua rincorsa al centro politico, alla ricerca di quella mayoria cautelosa, una maggioranza moderata che non è proprio la maggioranza silenziosa ma insomma, Sánchez ha scelto di giocare la carta più rischiosa. La polarizzazione resiste e la forza stabilizzatrice che il segretario vuole disegnare non riesce a imporsi sull’asse destra-sinistra, anche perché su quell’asse era stata giocata la scorsa campagna elettorale e si ha dato l’impressione di aver voluto evitare la responsabilità della formazione del governo.

Un risultato che riproponga gli stessi equilibri o prospettive politiche, sarebbe un ben magro risultato. Con sullo sfondo il rischio, per adesso negato dai sondaggi, che le destre, che hanno dimostrato di sapere fare accordi di governo, riescano a mobilitare il loro elettorato, scrivendo una storia molto diversa da quella immaginata da Pedro Sánchez. Un leader che ha dimostrato di saper resistere, risorgere, vincere ma non ancora di saper governare.

Spagna, la campagna elettorale permanente ultima modifica: 2019-10-07T21:26:47+02:00 da ETTORE SINISCALCHI

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