Il Veneto che non t’aspetti, al cinema

“Effetto domino” di Alessandro Rossetto e “Il pianeta in mare” di Andrea Segre sugli schermi dopo l'ottima accoglienza alla Mostra del Cinema. Da non perdere.
scritto da ROBERTO ELLERO

Il Veneto che non t’aspetti, semplicemente perché di solito non te lo raccontano, specie al cinema. Due film “nostrani” escono dalla Mostra di Venezia, dove peraltro non figuravano in pole position, con gli onori della critica, buone recensioni in genere, e con il plauso del pubblico, per una volta prontamente nelle sale. Merita vederli, alla prima occasione, anche perché non capita tutti i giorni.

Il più tosto dei due è Effetto domino di Alessandro Rossetto, scritto con Caterina Serra e liberamente ispirato al romanzo omonimo di Romolo Bugaro, pubblicato una prima volta da Einaudi nel 2015 e ora nuovamente in libreria con Marsilio. Dire tosto è persino poco, un pugno allo stomaco piuttosto, che itera e amplifica l’amarezza del precedente lavoro del regista padovano, Piccola patria (2013), anch’esso immerso in quel paesaggio con rovine, anche umane, che contrassegna ciò che rimane del “mitico” Nordest. Liberamente ispirato, perché se il romanzo di Bugaro si concentrava sulle parabole esistenziali di personaggi emblematici, tutti rigorosamente del luogo, nel film lo scenario osa maggiormente, disegnando un complotto internazionale, ordito dai cinesi di Hong Kong, certamente verosimile nell’epoca della globalizzazione spinta. Vediamo.

Alessandro Rossetto

Periferia “pregiata” di Padova, verso colli e terme. Un imprenditore cinquantenne del mattone di nome Franco Rampazzo, venuto dalla gavetta, ex muratore, moglie e due figlie nell’azienda di famiglia, come tradizione comanda, ha la geniale intuizione di raccattare una ventina di condomini abbandonati per trasformarli in residence di lusso per anziani, che saranno oltre la metà dell’intera popolazione nel 2050, gli unici – probabilmente – a disporre di risorse più che sufficienti per godersi la vita. O almeno quel che ne resta, ad una certa età. Quella media, come si sa, s’allunga e se davvero la meta finale sarà il paradiso, perché non accelerare? Un bel paradiso, in terra, senza Dio, con ogni possibile comfort: saune e wellness, piscine e brunch, escort magari, e feste, tante, per socializzare, sempre. Altro che ospizi! Condomini ed ex alberghi da prendere all’asta, ristrutturare e poi piazzare sul mercato a prezzi “ragionevolmente” alti, previa azione di marketing allettante: il paradiso, appunto. E certo che ci vogliono capitali, soci, coperture finanziarie adeguate, gli aiutini giusti in Comune, ma le banche non sono lì esattamente per questo? Al fianco di Rampazzo c’è il fido geometra Gianni Colombo, uno solido e navigato, fatto per risolvere i problemi, una garanzia… Forza Rampazzo, che è la volta buona, l’occasione della vita, prima che anche la tua faccia il suo inevitabile corso.

Il cast di Effetto dominoal photocall (Venezia, Mostra del cinema) con le magliette a sostegno del Movimento No grandi navi

La telefonata che Rampazzo non s’aspetta è della banca, che comunica di uscire dall’affare: niente finanziamento e conti bloccati, a cantieri ormai aperti e con le imprese del subappalto a loro volta indebitate, a pezzi. Motivo della retromarcia, il prezzo troppo elevato di vendita, su cui peraltro non è possibile tornare indietro, la banca si chiama fuori. In alternativa, ci sarebbe il giovane Fabris, erede della fortuna lasciatagli dal padre, buon amico del Rampazzo, ma i figli mica sono fotocopie dei padri e questo te lo raccomando, ha pure il dente avvelenato e un edipo di troppo. Il tutto mentre a Hong Kong qualcuno pianifica un grande imbroglio, complici un finanziere senza scrupoli della banca e un’insospettabile quinta colonna… Di più non è lecito dire, perché Effetto domino è un affresco antropologico e sociale al nero, da scoprire poco per volta, lungo i sei capitoli con epilogo (Finché c’è speranza, s’intitola, beffardamente) di una discesa agli inferi che fa da contrappasso al paradiso in terra, che alla fine sarà edificato, ma da altri. Squali, anche se il brand vincente è una medusa, di quelle che – dicono – non muoiono mai.

Piace ritrovare lo sguardo sempre tagliente di Rossetto, quel suo mappare visivamente il paesaggio, le facce gaglioffe di chi la sa lunga e gli smarrimenti ingenuotti di chi soltanto pensava di saperla lunga, l’ossessione per i crocifissi del giuda di turno (era o non era bigotto il Veneto che fu?), l’ipocrisia dei rapporti sociali e la fragilità di una ricchezza quasi involontaria, anche se frutto di “duro lavoro”. Forse il commento della voce fuori campo (è di Paolo Pierobon) didascalizza più del necessario, ma gli attori – tutti rigorosamente in veneto con calata padovana, sottotitoli italiani per chi non è pratico – sono di una bravura eccezionale, a cominciare da Diego Ribon (Rampazzo) e Mirko Artuso (Colombo), passando per le figlie (Roberta Da Soller, Maria Roveran), il doppiogiochista Marco Paolini, il luciferino Vitaliano Trevisan, che fa il prete, sempre attento ai “beni” dei fedeli, specie in via di estinzione (“Noi arriviamo sempre da dietro, da secoli, no?”). E un plauso anche al contrappunto musicale, Vivaldi, ma quello algido e drammatico dell’opera seria, fuori d’ogni possibile stereotipo. La battuta da mandare a memoria è di una donna cinese, che al giovane impassibile di Hong Kong in missione per l’italian job, solito a snocciolare perle di saggezza pseudo confuciana, obietta con un adagio imparato dalle nostre parti: “Chi parte mona, torna mona”. Da prendere come mirabile sineddoche: un particolare per il tutto.

Cast e sceneggiatori deIl pianeta in mare al photocall (Venezia, Mostra del cinema)

L’altro film della Mostra è Il pianeta in mare di Andrea Segre, scritto con il sociologo, scrittore e ambientalista Gianfranco Bettin, che a Marghera è di casa. Il pianeta, infatti, evocato dai versi di una canzone di Alberto D’Amico citata in esergo, è per l’appunto il polo industriale, voluto dove “el mar ghe gera” un secolo e passa fa. Ancora recenti le celebrazioni ufficiali del centenario, piuttosto incuranti di lotte e disastri ambientali. Non che il film sia lì a denunciare, quel tempo è andato. Riannodare, piuttosto, i fili di un ragionamento fatto anche di vite vissute, tra passato e presente, con squarci su un possibile futuro. Le forme sono quelle del documentario evoluto, cinema del reale s’usa dire, perché procede per flussi di vita autentica, accumuli significanti di testimonianze che tengono la scena nel naturale dispiego del quotidiano, tranches de vie per brani e lacerti che prendono il posto dell’artefatto strutturale: commenti, dichiarazioni, ricostruzioni. Con questo tipo di cinema c’è sempre il rischio di perdersi nell’indeterminatezza, di restare nel vago, ma quando il piano esistenziale regge, e la mano dell’autore tiene, metaforizzare funziona. 

Andrea Segre

Preziose immagini d’archivio incorniciano il primo Novecento veneziano da cui tutto ebbe inizio: la laboriosità dei mercati a Rialto, il bagno collettivo dei marinaretti in bacino, a San Giorgio, i molti altri riti di una città ancora vitale, che magari accoglie con sano ottimismo quel balzo verso il futuro dall’altra parte della laguna, dove si arriva in bicicletta, prima che la motorizzazione del boom economico faccia il suo corso. Ma le ciminiere che fumano in continuazione non promettono niente di buono e Porto Marghera, che si estende in maniera tentacolare, comincia a far paura. Viola sgobba tutti i giorni ai fornelli, da una vita, nella sua trattoria. Di giorno mangiano gli operai rimasti e qualche camionista; di sera i sopravvissuti intonano il karaoke: una volta erano centinaia, ora al massimo una decina. Due ex impiegati addetti alle rilevazioni di tossicità nelle lavorazioni di PVC e CVM tornano nei loro uffici e li ritrovano com’erano: la chimica pesante e assassina se n’è andata senza nemmeno prendersi la briga di pulire e mettere in ordine, quella green del futuro resta in buona parte miraggio. Le imprese: erano il caporalato di allora, operai a chiamata senza troppi diritti, i lavori più sporchi e le paghe più basse. Vai alla Fincantieri, dove costruiscono pezzo per pezzo i giganti del mare, gli stessi che magari rischiano di andare a sbattere a San Basilio o in riva dei Sette Martiri, e trovi centinaia, migliaia di operai bengalesi, albanesi, romeni, moldavi. Ancora imprese: come una volta? La memoria è un segno di vecchiaia: due operai entrano nel capannone del Petrolchimico, teatro di mille infuocate assemblee, il più anziano – ma non troppo – se le ricorda, il più giovane non ci aveva mai messo piede, manco ne conosceva l’esistenza. L’ultimo karaoke, da Viola, è struggente e di casa: “…La cambio io la vita che / Non ce la fa a cambiare me…” Patty Pravo, da Santa Marta, Venezia, E dimmi che non vuoi morire. Miglior suggello non poteva starci, per una Marghera che nonostante tutto si sforza di guardare avanti.

Una scena de Il pianeta in mare

Nota conclusiva, a margine. Effetto domino è prodotto dalla Jolefilm di Marco Paolini e Francesco Bonsembiante, un’esperienza ormai ventennale alle spalle, sin dai primi Ritratti del compianto Carlo Mazzacurati. Distribuisce la Parthénos di Padova, che raccoglie esercenti e noleggiatori d’essai del Triveneto. Il pianeta in mare è Zalab, il collettivo-laboratorio di Andrea Segre, che in novembre per la Jolefilm girerà alla Giudecca il suo nuovo film, le vicende di una famiglia fra l’antico rito della raccolta delle moleche e il nuovo business del B&B. Insomma un polo produttivo di tutto rispetto, a Padova, nel cuore di una Regione Veneto che – istituzionalmente parlando – in materia di cinema ancora balbetta. Peggio per lei, non fosse per noi.

Nella foto d’apertura un’immagine di Effetto domino.

Il Veneto che non t’aspetti, al cinema ultima modifica: 2019-10-08T19:42:55+02:00 da ROBERTO ELLERO

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