Gli amici dei curdi? Le montagne, e la Rojava è in pianura

La balzana narrazione secondo la quale l’unione delle comunità del Kurdistan avrebbe fatto bene a rivolgersi alla generosa Siria per essere salvata dall’invasione turca, è riflesso più di una sorta di revanchismo antimperialista in salsa filosovietica che di un’analisi un minimo fattuale della realtà.
scritto da GIACOMO GIANOLLA

In Occidente, in alcuni ambienti, si diffonde la balzana idea, che ha più che a vedere con una sorta di revanchismo antimperialista in salsa filosovietica che con un’analisi scientifica dei fatti, per cui a fronte della plastica dimostrazione dell’opportunismo statunitense, al fine di salvare la rivoluzione o meglio la pelle, il PYD (ovvero l’articolazione politica del KCK – l’unione delle comunità del Kurdistan – in territorio siriano) ben avrebbe fatto a chiedere perdono per il proprio infantilismo alla generosa madre Siria e verrebbe così da un lato perdonato, dall’altro salvato dall’invasione turca, e pure in qualche modo tutelato nelle sue peculiarità non facili da negare in pubblico, quali ad esempio le conquiste sul piano dell’emancipazione femminile.

Il tutto con un po’ un ghigno di superiorità militare, un po’ con la misericordia di chi ha il cuore grande.

Tutto ciò purtroppo non è che una proiezione di un mito e la realtà è ben diversa e per una serie di motivi.

Anzitutto perché non è vero che la Siria è disponibile ad accogliere il figliol prodigo. È sufficiente una veloce lettura delle fonti siriane perché sia chiaro che l’autodafé della Rojava non sarà a costo zero, o puramente simbolico.

Bashar Al Assad, nel rivolgersi alle comunità del nord est siriano subito dopo il disimpegno statunitense, ha usato parole molti chiare la cui retorica è palese: ha ricordato loro di essere parte del “watan”, della patria, e ha promesso loro di concedere l’amnistia qualora riconoscessero le loro colpe e consegnassero alla Repubblica Siriana il completo controllo tanto civile quanto militare, con incardinamento del personale SDF all’interno dei ranghi ufficiali di quel che rimane dell’esercito siriano, previa la consegna delle armi e il completo smantellamento della struttura e in primis delle linee di comando e comunicazione. Il tutto, nella retorica del regime siriano, è condito peraltro da una serie di mistificazioni degne d’altri tempi che non possono realisticamente far ben sperare i dirigenti dello PYD rispetto ad una nuova pelle pluralista e democratica del regime.

A questo proposito, è bene ricordare, per decostruire la narrazione filorussa, che arabi, assiri, caldei, ceceni, armeni, turchi, turkmeni, assieme alla maggioranza curda nelle relative aree, si sono organizzati nel consiglio democratico siriano e poi nelle assemblee popolari nel momento in cui il regime baathista si stava disimpegnando dalla regione, e il controllo da parte delle milizie YPG ha fatto seguito al ritiro di fatto dell’esercito repubblicano dalle città del nordest nel momento in cui dopo la crisi di metà luglio 2012 il regime ha ritenuto più indicato concentrare le truppe nelle aree arabe in rivolta. È altresì il caso di ricordare che le città di Raqqa, Menbic e Der El Zor e le relative provincie, poi riconquistate da SDF dopo sanguinosissime battaglie contro Daesh, vennero di fatto abbandonate dall’esercito siriano nelle mani di “ribelli” ben poco laici presto scivolati nelle braccia di ISIS, e che è quanto meno in mala fede affermare quindi la sicura legittimazione secondo il diritto internazionale della Siria sulle aree oggi controllate dal PYD.

Ancora, perché il PYD è stato disponibile a un simile passo, pur certamente dopo un lungo negoziato non scevro da momenti di tensione iniziato a concretizzarsi con la protezione siriana della città di Tel Rifat durante l’operazione Ramoscello d’Ulivo nel febbraio-marzo 2018, solo perché questo passo era l’ultimo prima del genocidio a opera delle bande di criminali jiahdisti e mercenari al soldo di Ankara eufemisticamente chiamati ora esercito nazionale siriano.

Infatti dalla salita al potere del Baath nel 1963, il mosaico di popoli del nordest sirano è ufficialmente sparito dalla realtà nel nome di una forzata panarabizzazione. Tanto fu attuato dalla Repubblica Siriana sia attraverso politiche ufficiali, quali la fondazione di colonie arabe strategicamente posizionate per disarticolare l’omogeneità culturale della regione, principalmente curda, oppure quali la decadenza dalla cittadinanza per chi non si riconoscesse nel gruppo arabo (oltre trecentomila apolidi a fine anni 2000), sia attraverso la sponsorizzazione di violenze, quali ad esempio i fatti seguiti agli scontri del 2004 in occasione della partita di calcio Qamislo-Deir El Zor, in cui squadracce nazionaliste arabe spalleggiate dalla Guardia Repubblicana per giorni e giorni si resero protagoniste di attacchi e omicidi. Fu peraltro proprio aver avuto in quell’occasione la prova provata che il regime siriano non aveva alcun interesse alla pace e alla prosperità dell’intera nazione, che indusse i curdi alla formazione dello YPG, le Unità di difesa del popolo.

Inoltre per un motivo molto prosaico: l’esercito siriano non è in grado di far fronte a un nuovo impiego di ampio respiro, tanto meno in un fronte esteso come quello siriano, e ancor meno al fine di contrastare il vero problema tattico delle SDF, ovvero il monopolio dei cieli da parte dell’aeronautica turca. Questo in quanto un qualsiasi tentativo di risposta o interdizione prevederebbe l’utilizzo delle batterie di S-300P forniti dalla Russia nei primi anni Novanta nella prima versione risalente ormai al 1978. Tali batterie, schierate attorno a Damasco, sono già utilizzate in modo molto sporadico e sostanzialmente senza alcun successo contro gli F16 israeliani, omologhi dei caccia turchi. L’utilizzo dei più antiquati sistemi S-200, risalenti agli anni Sessanta non pare realistico, essendo tra l’altro essi più noti in tempi recenti per gli abbattimenti di obbiettivi sbagliati come l’IL-20 a largo di Latakia nel 2018 o un aereo passeggeri nel 2001 con un centinaio di persone bordo nel corso di una esercitazione.

Cantoni de facto della Rojava

L’incapacità operativa di fatto del regime di Damasco, privo di un supporto russo per cui le zone interne non hanno sostanzialmente rilevanza strategica, è d’altronde evidente, in definitiva, nel fatto che a fronte della perdita irreversibile di ampie fasce territoriali che s’avviano a diventare turche, esso non sia in grado di effettuare alcuna interposizione-penetrazione difensiva dei confini, neppure sfruttando la debolezza del controllo PYD sulle ampie aree arabe. Piuttosto, qualora si potesse ritenere che effettivamente la Siria accorra in appoggio dei popoli del Rojava, si potrebbe ipotizzare che Assad vada a sfruttare lo sbilanciamento verso nord delle SDF al fine di recuperare (almeno) tre zone di importanza strategica ora appena al di là dei confini del Rojava: ovvero la città di Tabqa con la grande diga sull’Eufrate che controlla l’irrigazione lungo tutto il corso del fiume fino all’Iraq, i campi petroliferi a sudest di Der El Zor, sulla sponda orientale dell’Eufrate stesso e l’importante area agricola tra Qamislo e Al Hasaka abbandonando il resto del territorio al suo destino.

In conclusione, e con beneficio del dubbio dato dal fatto che in queste ore la situazione sul campo sta vorticosamente girando e genera scenari impensabili solo una settimana fa, un riavvicinamento alla posizione politica siriana potrebbe al massimo darsi quale un allineamento alle posizioni di Mosca. Ciò nella speranza che essa conduca a una mediazione in grado di salvare una residua forma parastatuale e che permetta la sopravvivenza del gruppo dirigente del PYD, in queste ore in grossa difficoltà nel controllo delle zone non curde. Il venir meno del suo carisma metterebbe peraltro in seria crisi l’intera struttura storica dell’organizzazione curda, già duramente provata dalle operazioni Artiglio condotte dall’esercito turco nel nord dell’Iraq, con l’obbiettivo di circondare e rendere politicamente ininfluenti le basi storiche nel Qandil.

Ciò che pare in realtà più probabile, stante come detto l’incapacità operativa militare siriana in effettiva opposizione alla Turchia, è il fatto nudo e crudo che Turchia e Siria si sono accordate, con il beneplacito di tutti, per distruggere la Rojava e il suo messaggio al mondo intero. Assad da sud ed Erdogan da nord in pochi giorni si potrebbero dividere l’intero territorio. Le SDF dovranno decidere come sopravvivere e come evitare altro sangue, unica struttura militare che ha più a cuore i civili che essa stessa.

Gli amici dei curdi? Le montagne, e la Rojava è in pianura ultima modifica: 2019-10-14T17:45:53+01:00 da GIACOMO GIANOLLA

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