Taglio dei parlamentari: quanto pesa l’ipoteca populista?

Il via libera a una riforma costituzionale sbagliata pone, ineludibile, una domanda: la sinistra riformista di governo sta compiendo una ritirata tattica sulle riforme istituzionali, oppure anziché “costituzionalizzare” M5s, si farà rubare l’anima?
scritto da GIOVANNI INNAMORATI

Con l’approvazione da parte della Camera l’8 ottobre scorso, il Parlamento ha dato il via libero ad una riforma costituzionale sbagliata, vale a dire il taglio lineare del numero dei senatori (da 315 a 200) e dei deputati (da 630 a 400) mantenendo al contempo il bicameralismo perfetto. ytali. aveva già ospitato il 21 maggio scorso un mio intervento in cui spiegavo tutti gli aspetti deleteri di questo intervento sul nostro assetto istituzionale. Rispetto a quel giorno non sono cambiati i contenuti della legge approvata dalla Camera, mentre è mutato profondamente il contesto politico. La crisi del Papeete, che ad agosto ha portato alla fine del governo Conte e alla nascita del Conte 2, sostenuto da una maggioranza diversa, ha portato anche ad un radicale ripensamento dei partiti di centrosinistra che prima si erano opposti alla riforma e, dopo la nascita del governo, l’hanno votata. Questa inversione ad U è stata plastica, perché al Senato la riforma è stata sì approvata l’11 luglio, ma senza il quorum dei due terzi necessario per evitare il referendum confermativo, mentre alla Camera essa ha avuto un appoggio “bulgaro”, con 553 sì, soli 14 no e due astenuti, ai quali però vanno aggiunti 47 deputati e deputate che non hanno preso parte al voto in dissenso dai rispettivi gruppi.

Il nocciolo politico della questione sta proprio nel cambio di atteggiamento da parte di Pd, Leu e Italia Viva, perché tale cambio riguarda la natura del nuovo esecutivo giallo-rosso. Come i lettori di ytali. ricorderanno, infatti, l’approvazione definitiva e nel più breve tempo possibile del taglio dei parlamentari (“nel primo calendario utile della Camera”) è stata posta come unica condizione da parte di M5s per far nascere il nuovo esecutivo, ed è stata quindi inserita nel Programma di governo al punto 10, ripetuto in aula di Camera e Senato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel discorso per la fiducia il 9 settembre.

In questo mio contributo vorrei far riflettere i lettori di ytali. non tanto sui contenuti di questa riforma, quanto appunto sul nocciolo politico a cui prima ho fatto cenno, cioè la natura del governo Conte 2 e le implicazioni istituzionali (e non solo politiche) di tale natura. Per farlo parto però da una sintetica esposizione degli aspetti negativi della riforma su cui mi ero dilungato il 21 maggio.

Come si può facilmente intuire il primo agnello sacrificale è la rappresentanza. Specialmente al Senato solo i tre partiti maggiori (Lega, Pd e M5s) eleggeranno propri esponenti in tutte le regioni (tranne Valle d’Aosta e Molise); partiti medi come Fi e Fdi eleggeranno senatori solo nelle regioni più popolose, mentre quelli intorno a 4-5 per cento faticheranno ad avere un diritto di tribuna anche alla Camera. È vero che – lo ha ricordato la Corte costituzionale più volte, come nella sentenza 35 del 2019 – la rappresentanza va contemperata con le esigenze di governabilità, ma l’Italia sarà l’unica grande democrazia europea ad avere una soglia di sbarramento implicita al 7-8 per cento. La lezione di Aldo Moro ancora valida è che una democrazia è tanto più forte quanto più riesce a includere nel dibattito pubblico (e quindi parlamentare) il maggior numero di voci, anche quelle più piccole, assicurando un diritto di tribuna. 

Il secondo agnello sacrificale è la competenza dei parlamentari. Chi frequenta le commissioni e le aule parlamentari sa bene come in ciascuna di esse, all’interno dei vari gruppi, ci si specializzi sulle diverse tematiche, dato che è sempre più difficile scrivere leggi che devono regolare una società molto più complessa di quella di qualche decennio fa. Anche per questo aspetto il Senato sarà molto più sacrificato. Inevitabilmente i parlamentari dovranno affidarsi a tecnici. Il modello della democrazia rappresentativa non sarà dunque superato da quello della democrazia diretta, cara al M5s, bensì da uno tecnocratico. Mario Monti al posto dell’avvocato del popolo.

E giungiamo al terzo agnello sacrificale, collegato al secondo: la funzionalità del Parlamento. Il Presidente della Camera, Roberto Fico, giovedì 2 ottobre, ha convocato la Giunta per il regolamento invitandola a cominciare a lavorare a una riforma del regolamento in vista dell’entrata in vigore del taglio dei parlamentari nella prossima legislatura. Ebbene, ha osservato che occorrerà accorpare le 14 commissioni permanenti, per consentire che esse abbiano un numero congruo di deputati e che anche i gruppi con meno deputati siano presenti in tutte. Quindi i deputati dovranno occuparsi di una platea di materie ancora più ampia di quella odierna, accentuando quindi la dipendenza dai tecnici di cui parlavo. In Senato la situazione sarà penosa, anche da un punto di vista umano. Inoltre Fico ha osservato che le Camere dovranno rinunciare ad alcune commissioni bicamerali di controllo e vigilanza oggi esistenti, perché non ci saranno parlamentari in numero sufficiente. Il Parlamento quindi perderà forza in una delle sue dimensioni più importanti, che nel corso degli anni è aumentata: quella appunto del controllo e della vigilanza.

Come è noto la motivazione del taglio dei parlamentari, data da M5s, è che essi sono troppi rispetto a quelli degli altri paesi europei e che costano troppo. Sarà anche vero, ma il punto è che negli altri paesi europei i parlamentari sono tutti in un’unica camera, dalle dimensioni analoghe o maggiori della nostra. Solo in Italia abbiamo non due camere bensì due parlamenti, come sancisce l’articolo 70 della nostra Costituzione, secondo il quale Montecitorio e Palazzo Madama possono fare e disfare all’infinito le decisioni l’uno dell’altra. In 12 dei 28 paesi dell’Ue esiste un Senato, ma in nessuno di essi dà la fiducia al governo, né ha competenze legislative piene. Gli altri Senati rispondono a due modelli: o sono composti da rappresentanti delle regioni e degli enti locali e hanno competenza su questi ambiti; oppure sono assemblee di controllo sugli atti del governo e possono “richiamare” alcune leggi approvate dalla Camera politica, chiedendo ad essa di esaminare le proposte di modifica suggerite. Se M5s voleva tagliare il numero dei parlamentari avrebbe potuto proporre semplicemente l’abrogazione tout court del Senato, e la “senatizzazione” della Conferenza Stato-Regioni, che fa in Italia in modo poco proceduralizzato quello che in Germania fa il Senato, il Bundesrat, composto da 69 membri delle giunte dei diversi Laender. A questo punto 600 parlamentari sono paradossalmente troppi! Era meglio avere solo 400 deputati perché il Senato di 200 sarà paralizzato. La proposta di M5s, insomma, non vuole razionalizzare le istituzioni, ma semplicemente è la riproposizione dell’antiparlamentarismo della destra reazionaria che in Italia ha radici antiche, risalente addirittura a pochi anni dopo l’unificazione, specie nel Mezzogiorno, con figure come Edoardo Scarfoglio, direttore de Il Mattino

E qui veniamo al nocciolo politico e alla natura del Conte 2. Come aveva affermato Dario Franceschini in una intervista anticipatrice degli eventi al Corriere della Sera del 23 luglio, la scommessa del Pd e del centrosinistra su un governo con M5s riguardava due obiettivi: arrivare al 2022 per poter eleggere insieme il nuovo Presidente della Repubblica (la cui elezione in caso di urne anticipate e vittoria della Lega sarebbe stata messa in mano di Matteo Salvini) ; “costituzionalizzare” – mi si passi il termine – il Movimento 5 stelle. Se la Terza Fase di cui parlava Aldo Moro era “costituzionalizzare” il Pci, rendendolo progressivamente da partito anti-sistema (che rispondeva a Mosca) a partito che poteva concorrere per il governo del paese, la Quarta Fase corrisponderebbe a rendere un Movimento anti-sistema una forza politica di sistema, grazie al governo insieme al Pd. Qualcosa si simile a quello che avvenne per Forza Italia nel 1994: un junior partner come il Ccd di Pierferdinando Casini, traghettando il partito di Silvio Berlusconi dentro il Ppe, lo aveva europeizzato e “costituzionalizzato”. Non a caso è stato proprio il passaggio del voto del Parlamento Europeo alla neo presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, a determinare il principale elemento di crisi tra Matteo Salvini da una parte e Conte e M5s dall’altra. Anche in questo caso i voti di M5s in favore di von der Leyen hanno portato il Movimento dentro l’alveo delle famiglie politiche europee (anche se a livello parlamentare M5s non ha ancora una casa in nessuno dei gruppi).

Dato per buono tutto questo ragionamento, come lo si concilia con il fatto che M5s ha posto come condizione un atto, il taglio dei parlamentari, che è di segno opposto? Vorrei segnalare su questo punto un altro passaggio che fa capire il peso dell’ipoteca anti-sistema sul Conte 2. La maggioranza si è accordata – in un documento reso pubblico il 7 ottobre – su tre riforme costituzionali da far partire entro ottobre, per “attenuare” l’impatto del taglio dei parlamentari: omogeneizzazione dell’elettorato attivo e passivo per Camera e Senato (18 e 25 anni); l’omogeneizzazione della base elettorale di Montecitorio e Palazzo Madama (oggi questo è eletto “su base regionale”) per poter avere sistemi elettorali uguali; la riduzione dei delegati regionali che partecipano all’elezione del Presidente della Repubblica. È tutto molto ragionevole, ma sancisce anche la rinuncia definitiva a intervenire sulla anomalia italiana: il superamento del bicameralismo perfetto, anzi del biparlamentarismo. Si è iniziato a parlare di riforme istituzionali addirittura nella seduta dell’Assemblea costituente del 22 dicembre del 1947 che approvò la Carta (mi riferisco all’ordine del giorno Perazzi); dall’autunno del 1963 (Assemblea nazionale della Dc a Sorrento) si è cominciato a discuterne nel merito, e da allora si è sempre detto che occorreva superare l’anomalia: nel corso degli anni sono state proposte soluzioni parzialmente diverse, ma tutte in quella direzione. Con le riforme della nuova maggioranza si rinuncia a quanto sostenuto da quasi 60 anni, ed anzi si va in direzione opposta: Senato e Camera non vengono differenziati ma anzi vengono omogeneizzati.

È ineludibile una domanda: la sinistra riformista di governo sta compiendo una ritirata tattica sulle riforme istituzionali, oppure anziché “costituzionalizzare” M5s, si farà rubare l’anima e diverrà populista anche essa? Lo stesso giorno dell’approvazione definitiva della riforma, mentre Pd, Leu e Italia Viva si affannavano a sottolineare l’importanza delle altre tre riforme di contorno e della futura legge elettorale, il capo politico di M5s Luigi Di Maio ha parlato di “taglio di poltrone”, secondo il più triviale vocabolario dell’antiparlamentarismo, e ha rilanciato l’introduzione del vincolo di mandato, vietato dalla nostra e dalle altre Costituzioni liberaldemocratiche europee.

Il rito dell’agnello sacrificale fu adottato da quei popoli che vollero superare nell’antichità i sacrifici umani. Riusciremo ad evitare il sacrificio della nostra democrazia liberale o nel 2022 saremo come l’Argentina di Juan Domingo Perón?

Taglio dei parlamentari: quanto pesa l’ipoteca populista? ultima modifica: 2019-10-14T20:49:11+01:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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