Jutta Krenzer: sento la città respirare dolcemente

“All’inizio fotografavo qualunque cosa, ovunque, sia in città sia in laguna. Migliaia e migliaia di fotografie… Poi ho capito che non mi bastava. Non ero affatto contenta di tante immagini senza senso. Così ho acquistato la mia prima macchina fotografica seria, con un obiettivo serio, e ho iniziato a fotografare… sul serio”.
scritto da JOANN LOCKTOV
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La tua relazione con Venezia ha ispirato il tuo desiderio di fotografare: come è accaduto?
È stato amore a prima vista. Fotografarla è in qualche modo un atto d’amore con la città. All’inizio fotografavo qualunque cosa, ovunque, sia in città sia in laguna. Migliaia e migliaia di fotografie… Poi ho capito che non mi bastava. Non ero affatto contenta di tante immagini senza senso. Così ho acquistato la mia prima macchina fotografica seria, con un obiettivo serio, e ho iniziato a fotografare… sul serio.  Ora faccio scatti di notte o molto presto al mattino e qualche volta durante il giorno, un po’ lontano dai maggiori punti di interesse.

Dopo il primo impulso con Venezia, ho cominciato a fotografare anche altri luoghi, per esempio in Scozia, Russia, nel sud est asiatico, in Italia, Francia e, ovviamente, in Germania.

Potresti spiegare il significato della foto scelta per “Dream of Venice in Black and White?”
Di solito soggiorno a Venezia nel periodo tra novembre e marzo, quando la città è più tranquilla e si mostra alla splendida luce invernale. Ma nel settembre 2016 mio marito ed io ci venimmo appositamente per partecipare alla manifestazione No-grandi-navi che ha luogo appunto ogni settembre.

Non sopporto veder passare quelle enormi navi da crociera che attraversano una Venezia vulnerabile, fragile e così unica. Mi sembra quasi una violenza fisica. A parte la vista spaventosa, l’impatto provocato sul moto ondoso mina profondamente le fondamenta dei palazzi. Il tasso di probabilità di un tumore ai reni a Venezia è il più alto rispetto a qualunque altra città italiana. Dunque cosa possiamo fare per contrastare tutto ciò? Firmare petizioni, manifestare, sostenere i gruppi di azione civica, scrivere articoli sull’argomento… e last but not least denunciare pubblicando delle immagini. 

In diverse tue immagini traspare una forma di quiete profonda. Puoi spiegare come raggiungi questo risultato?
Preferisco fare fotografie di notte e al mattino ancora prima dell’alba. Così la calma che traspare nelle mie fotografie è la tranquillità di una Venezia deserta, che sembra addormentata. In realtà la città non sta affatto dormendo, anzi, si sta risvegliando proprio in quel momento. Il risorgere di una Venezia autentica è ciò che accade nella quiete della notte. Mentre gironzolo tra calli e campi sento la città respirare dolcemente e spesso perdo il senso del tempo, potrei essere in qualunque secolo… Se poi si aggiunge la nebbia, la magia della fiaba diventa ancora più palpabile. Ci sono momenti fortunati in cui guardo fuori dalla finestra della mia camera, di notte, e vedo la nebbia salire. Allora mi alzo subito, afferro la macchina fotografica ed esco (in italiano nel testo), perché la nebbia potrebbe durare giorni oppure un’ora soltanto, non si può mai sapere.

Oltre a essere fotografa, sei anche un’autrice.  Come descrivi il processo che ti porta a scattare la foto della copertina del tuo romanzo? E come rappresenti l’essenza della storia?
Il mio romanzo, firmato con lo pseudonimo Judith Ardito, è la storia di una donna che decide di passare un inverno a Venezia. Arriva una sera di freddo intenso con l’idea di andare a scuola di italiano. Vivere a Venezia in totale solitudine, senza amici, senza alcun legame con la città, la fa sentire persa, almeno all’inizio.  Ma dopo un po’ sorge un nuovo modo di vivere: impara a essere una specie di “nessuno”, seppure capace di farsi degli amici e vivere come al tempo in cui era studentessa. E poi non solo s’innamora della città ma persino di un compagno di classe. Certo, non svelo come prosegue il romanzo! In un certo modo è la classica storia d’amore e allo stesso tempo la storia di un qualcuno che scopre di possedere un’altra propria identità.

La ragione principale per la scelta di questa immagine per la copertina del libro è perché mostra solo la parte di un intero. S’accompagna al titolo del romanzo Die Auszeit che in inglese potrebbe tradursi “Time-out” (tempo sospeso). L’immagine mostra una tipica gondola veneziana che entra nella cornice ma è altrettanto intuibile che la gondola ci passerà attraverso per uscirne dall’altra parte presto, in un breve, transitorio, momento.

Questa fotografia (a fondo pagina) è intitolata “sulla via di casa”: Qual è la definizione di casa per te?
Venezia è una casa molto importante per me. Questa foto è stata scattata una sera mentre tornavo da Castello a Cannaregio, verso la casa, appunto, dove soggiornavo spesso. Sulla sinistra si può riconoscere il muro di Santa Maria dei Miracoli, che è una delle mie chiese preferite. La mia casa veneziana era a circa duecento metri da lì. Ci sono due o tre appartamenti in cui preferisco soggiornare e in questi luoghi mi sento davvero come a casa mia, includendo le amicizie, i vicini, e il bar per il caffè del mattino.

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Jutta Krenzer (fotografia)

Die Auszeit (libro)

Dream of Venice in Black and White 

JoAnn Locktov

Manuela Cattaneo della Volta (traduzione)

Jutta Krenzer: sento la città respirare dolcemente ultima modifica: 2019-10-15T17:20:15+02:00 da JOANN LOCKTOV

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