Maria Luisa Semi. “Bio testamento oggi. Parliamone”

La notaio veneziana (tra le prime donne nella professione) parla in questa conversazione del tema al centro di un prossimo incontro all’Ateneo Veneto. Ma è anche l’occasione per raccontare le sue esperienze di vita fuori del comune.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Sono una persona normalissima, non ho nulla da dire di me stessa. Non è che abbia fatto cose particolari. Ho lavorato tutta la vita, ho avuto una famiglia e dei figli. Sono in un certo senso banale. Uno dei miei limiti, è che se penso una cosa non è che non la dico. Ricorrere all’ipocrisia non fa parte del mio carattere, e non credo che si possa piacere a tutti.

Non manca una punta di stupore nella reazione di Maria Luisa Semi alla richiesta d’intervista. Storico notaio in Venezia, da sempre ha partecipato alla vita civile e culturale cittadina, impegnandosi in politica e in istituzioni come l’Ateneo Veneto o la Fondazione Venezia. Scrittrice, l’ultimo libro Una bambina. La sua Guerra è uscito per Linea Edizioni nel 2019, Maria Luisa coordinerà lunedì prossimo all’Ateneo Veneto un dibattito sul “Bio-Testamento oggi”, che la Legge n. 219/2017 ha introdotto in Italia, consentendo finalmente le Disposizioni Anticipate di Trattamento. Ovvero le volontà del malato sul suo futuro e sulle cure da praticare, o non praticare.

In un paese in cui non basta veder approvata una legge per avere assicurato un diritto, il convegno spiegherà come si scrive un testamento biologico, a chi si deve consegnare e chi far carico di conservarlo perché sia utilizzabile nel momento del bisogno. Parlandone con la costituzionalista Lorenza Carlassare, con Manuela Mantovani, ordinaria di Diritto privato a Padova, e con Andrea Bonanome, primario di Medicina Interna all’Ospedale SS. Giovanni e Paolo. 

Da quando i notai si occupano anche di testamenti biologici?
Ancor prima dell’approvazione della legge sul bio-testamento ho fatto una procura a una persona con la quale l’incaricavo di far sapere ai medici le mie volontà nel caso una malattia mi rendesse impossibile farlo di persona. Per prudenza, ho mandato la stessa cosa alla Fondazione Veronesi facendomi autenticare la firma da una collega.

Partiamo dalla tua storia, com’è accaduto che sei diventata la prima notaio donna a Venezia? Cosa ti ha spinto ad abbracciare questa professione che tra l’altro non è una delle più semplici?
Credo di aver avuto l’idea di iscrivermi alla facoltà di Giurisprudenza fin dai tempi in cui frequentavo la prima media. Mi sono iscritta quindi a Padova, che a quel tempo era davvero ottima. Una volta laureata e non avendo alcuna intenzione di fare un lavoro dipendente, a quel tempo davanti a me si aprivano solo due strade: quella del notaio o quella dell’avvocato. Allora le donne non erano ancora ammesse in magistratura. Di avvocati ce n’erano molti anche quella volta e questo era già un problema, così ho deciso di fare il concorso per notaio di sicuro più difficile ma che offriva più possibilità per il numero chiuso, che fissa un rapporto tra numero di abitanti e professionista. Che, se vuoi, è poi la fortuna della professione che in questo modo è tutelata. Qualcuno dice che il notaio non fa altro che firmare un documento, metterci il sigillo e incassare la parcella. In realtà nella professione di notaio c’è un aggiornamento continuo.

Come sei stata accolta da colleghi e clienti quando hai cominciato a esercitare la professione?
Benissimo. La prima sede l’ho avuta a Forno di Zoldo dove sono stata per alcuni mesi sapendo che sarei tornata a Venezia, dove sono stata accolta davvero benissimo sia dai colleghi sia dai clienti.

Quindi nessuna diffidenza verso una donna che intraprendeva una professione di esclusivo dominio maschile?
No nessuna diffidenza, forse perché Venezia è piccola e, anche allora, un po’ ci si conosceva tutti. Mio padre è stato per quarant’anni professore al Liceo Benedetti. Anche dai colleghi ho percepito solo curiosità.

C’è stato anche un desiderio di emancipazione femminile nella tua scelta professionale?
La legge istitutiva della professione notarile risale al 1913 e non fa differenza tra uomo e donna. Allora devo dire che mi è sembrata una cosa normale fare il notaio e su quanto mi chiedi davvero non penso di poter dire nulla. Una si laurea, fa il concorso, esercita la professione punto e basta.

Concordi o no che allora era una professione di maschi?
Ammetto che era una professione un po’ insolita per una donna qui a Venezia. Ma mi sembrava tutto normale, anche perché ho avuto una famiglia meravigliosa per la quale era importante soprattutto che le figlie femmine fossero autonome.

Tuo padre è stato un esponente importante della Resistenza veneziana. Me ne vuoi parlare?
Mio padre ha fatto la Resistenza in maniera pesante ed è stato anche bravissimo perché non l’ha detto neanche in famiglia. Ovvero, so che mamma lo sospettava, ma la verità l’ha saputa solo a guerra finita perché mio padre non voleva far correre rischi alla famiglia.

Dove ha operato tuo padre allora?
Ha operato a Venezia occupandosi della comunicazione e della stampa, sempre in contatto con gli alleati. È stato anche il primo direttore de Il Gazzettino appena finito il conflitto.

Quindi è stato compagno di lotta di Giuseppe Turcato, Cesco Chinello e degli altri partigiani che operavano in città?
Sì lavorava con quel gruppo. Io all’epoca ero piccola, ma sono sempre stata considerata dai miei come un’adulta e partecipavo a tutto. Venimmo a sapere la sera stessa della “Beffa del Goldoni” messa in atto da Turcato, Chinello e altri. I miei mi parlavano di quanto succedeva agli ebrei. Ricordo una sera di un ebreo conosciutissimo in città che venne a bussare alla nostra porta di casa alle otto di sera chiedendo se lo potevamo ospitare. Ospitarlo era un problema, così mio papà s’infilò il cappotto e lo portò dai frati di Santa Giustina sfidando il coprifuoco.

I tuoi erano di Capodistria. Come hanno deciso di trasferirsi a Venezia?
Tutta l’Istria aveva come riferimento Venezia, e non Trieste che era, in un certo senso, più austriaca. Hanno deciso di venirci perché mio papà aveva vinto il concorso a cattedra e poteva scegliere come sede tra Venezia e Padova. Ma hanno anche voluto lasciare con dolore la loro cittadina perché pensavano che per i figli una città grande, e all’epoca Venezia lo era, avrebbe offerto più possibilità. Prima di vincere il concorso mio padre ha insegnato da precario a Capodistria. Le famiglie dei miei genitori sono state sempre antifasciste e hanno sempre preso in giro quel pagliaccio di Mussolini.

La tua famiglia ha quindi un’antica tradizione antifascista e tu stessa ti riconosci come appartenente alla sinistra cittadina.
La tradizione della mia famiglia è totalmente antifascista e io stessa mi riconosco come appartenente alla sinistra veneziana. Un tempo si diventava maggiorenni a ventun anni. La prima volta ho votato i radicali di Mario Pannunzio. Poi parecchie volte repubblicano perché mi piaceva Ugo La Malfa. A un certo punto della mia vita sono anche stata eletta in Consiglio Provinciale con l’Asinello di Prodi, cui è seguita la nascita de L’Ulivo.

Rimpiangi qualcosa di quella Venezia della tua infanzia?
Di quella città passata rimpiango il vivere quotidiano quando non c’era questo dannato turismo. Allora c’era un bel turismo che aveva anche una motivazione più colta. Venezia ora mi appare spaccata. Da una parte c’è l’Ateneo Veneto, l’Istituto Veneto, due università, ma sono tutte istituzioni che non c’entrano nulla con il vivere della città, le sono estranee.

Io ci aggiungo pure la Biennale…
Sì e pure la Querini Stampalia. Ci sono moltissime persone a Venezia che esprimono solo un rimpianto per gli anni Cinquanta e Sessanta, mentre nel bene e nel male la vita va avanti. Se penso proprio alla quotidianità, non mi puoi negare tutti i vantaggi, soprattutto femminili ma anche maschili, che il progresso ha portato. I ricordi dei decenni passati sono una ricchezza, sono cose che mi hanno maturato, ma non sono rimpianto. Non tornerei per nulla indietro. Pensa alle ragazze che se a ventisette, ventotto anni non avevano un moroso erano considerate quasi zitelle. Io per esempio. E al novanta per cento erano indirizzate a studiare Lettere in cerca, senza voler essere troppo cattiva, di un marito. Questo negli anni passati era una normalità, senza voler comunque generalizzare. Se andava bene, alla donna era riservato l’insegnamento. O con una bella laurea letteraria se ne stava a casa.

Vorrei tornare al testamento biologico. Nel nostro paese c’è una legge che lo consente. Per quale ragione fare dei convegni se abbiamo già delle norme?
La legge è entrata in vigore nel gennaio del 2018, pur non avendo per fortuna molti articoli si presta anch’essa a qualche interpretazione. La precedente ministra della Sanità aveva garantito l’emissione dei decreti attuativi, mentre ci sono centinaia di Comuni in Italia che sanno vagamente che esiste. Tuttavia di questi decreti attuativi che dovrebbero dare indicazioni precise non si vede ancora niente. Per esempio il Comune di Venezia ha pubblicato delle istruzioni sul proprio sito in cui chiede agli interessati di recarsi di persona nei propri uffici. Ora può essere che uno abbia la lucidità per poterlo fare, ma può anche accadere che sia impossibilitato a farlo. Sempre secondo il Comune si può far ricorso a un atto pubblico notarile, che è equiparato a un testamento pubblico e mi pare non abbia senso.

Potrebbe essere anche gravoso economicamente.
Sì. Altra possibilità è la scrittura autenticata, che poi è quello che ho fatto io otto anni fa per me e per una ventina di miei clienti. Infine si può andare in Comune e si consegna non si capisce cosa. Viene ammesso l’invio per via informatica ma ho qualche dubbio sull’autenticità. Chi mi dice che l’abbia espressa proprio la persona che presenta il bio-testamento? Insomma, ci sono molte cose da chiarire.

Per quale ragione hai sviluppato un interesse per questa tematica?
Leggendo e parlando con i clienti. Lo studio di un notaio è un porto di mare e ne senti tante. L’idea di fare questo convegno mi è venuta in agosto quando ho pensato che una persona abbia il diritto di dire cosa vuole. Poi c’è anche il fatto che mia sorella Franca se n’è andata senza lasciar detto niente.

Che distanza c’è tra un bio-testamento e un approccio alla dolce morte?
Questa è una bella domanda. Lunedì prossimo al convegno vorrei escludere proprio l’argomento dell’eutanasia. Un po’ perché è delicatissimo, un po’ perché non c’è niente di concreto, non ci sono certezze, non c’è una legge, c’è una sentenza della Corte costituzionale che non è però una norma. Per evitare frizioni e discussioni quell’argomento lo lascerei. Perché siamo nel regno delle opinioni. Comunque il confine tra accanimento terapeutico e eutanasia è un po’ fragile. Una legge, magari brevissima, sarebbe opportuna. Il problema è anche dei medici. Uno può essere incapace di comunicare, ma riuscire a far capire cosa vuole. Ma se non riesce a esprimerlo chiaramente la posizione dei medici si fa delicata.

Maria Luisa Semi. “Bio testamento oggi. Parliamone” ultima modifica: 2019-10-17T17:15:01+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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