El pueblo unido jamás será vencido

Che in Cile la protesta sia scoppiata, e in tale forma, forse avrà potuto essere una sgradita sorpresa per il presidente Sebastián Piñera. Di certo non lo deve essere stata per i milioni di cileni stufi di dover essere costretti a pagare di tasca propria anche l’aria che respirano.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Guardi all’America Latina: Argentina e Paraguay sono in recessione, Messico e Brasile in stagnazione, Perù ed Ecuador in crisi politica profonda, e in questo contesto il Cile sembra un’oasi perché abbiamo una democrazia stabile, l’economia è in crescita, stiamo creando lavoro, aumentando i salari e manteniamo l’equilibro macroeconomico… Facile? No, non lo è. Ma vale la pena combattere… Noi al governo siamo molto ottimisti. [Il presidente cileno Sebastián Piñera al Financial Times, solo sei giorni fa].

Poi, venerdì scorso, un aumento del prezzo del biglietto della metropolitana di Santiago ha scatenato una protesta sociale senza precedenti, che secondo i dati ufficiali ha già provocato quindici morti, migliaia di feriti, 5.400 arresti, e che si è estesa in tutto il paese. La prima risposta da parte del presidente che negli anni Ottanta ha fatto la sua fortuna economica introducendo in Cile le carte di credito, è stata infelice.

Siamo in guerra contro un nemico potente e implacabile,

ha detto riferendosi ai numerosi episodi di violenza che si sono verificati durante le proteste, spesso imputabili a settori di delinquenza che si sono uniti ai manifestanti, ma anche a provocazioni da parte delle forze dell’ordine, come testimoniano gli innumerevoli filmati che girano nei social.

Facendo d’ogni erba un fascio, Piñera ha scambiato un vasto movimento sociale iniziato dagli studenti ai quali si sono aggiunti subito cittadini di ogni età e di ogni parte del paese come un fenomeno di devianza di massa, imponendo lo stato di emergenza e il coprifuoco con i militari e i carri armati nelle strade. Una scelta che, in un paese come il Cile, a molti ha riportato in mente i periodi bui della dittatura e fatto temere un ritorno al passato. Così, nelle strade è tornato El pueblo unido jamás será vencido dei tempi del golpe del ’73. Mentre l’indignazione ha colpito profondamente la popolazione che sempre più chiede le dimissioni del presidente.

Gira in questi giorni uno slogan che meglio di qualsiasi altro spiega quanto sta accadendo: No es por trenta pesos, es por trenta años, che riassume la situazione di grave sofferenza e profonda disuguaglianza che il Cile vive dall’avvio delle politiche neoliberiste raccomandate da Milton Friedman ai tempi di Augusto Pinochet. Una scelta che anche i governi della riacquistata democrazia spesso hanno continuato a seguire, o da cui hanno solo leggermente deviato, com’è accaduto per l’ultimo, timido, della socialista Michelle Bachelet. 

Che la protesta sia quindi scoppiata e in tale forma, forse avrà potuto essere una sgradita sorpresa per Sebastián Piñera. Di certo non lo deve essere stata per i milioni di cileni stufi di dover essere costretti a pagare di tasca propria anche l’aria che respirano. Poco è valso sospendere l’aumento del biglietto già sabato scorso, quando l’incendio si era propagato evidenziando i motivi profondi e annosi dello scontro sociale, che fino a allora non avevano trovato modo di emergere a sufficienza e che nemmeno le forze politiche tradizionalmente vicine agli interessi popolari avevano saputo interpretare, visto il discredito di cui gode quasi tutta la politica nel paese. 

Così i cacerolazos [manifestazioni, di protesta pacifica e rumorosa, in cui le persone percuotono tegami, pentole, coperchi… ndr] hanno fatto seguito alle mobilitazioni di piazza anche durante le ore di coprifuoco, mentre le notti si sono trasformate in un incubo con urla e spari e numerosi episodi di violenza di cui sono accusate le forze dell’ordine. La reazione da parte del governo ha lasciato il mondo sbigottito e ha ieri spinto l’ex presidentessa Michelle Bachelet, attuale Alta Commissaria dell’ONU per i diritti umani, a iniziare un’indagine indipendente sulle morti e le violenze imputate a un uso eccessivo della forza militare.

Girano video di soldati che sparano contro case popolari. Mentre gli abitanti custodiscono le loro case e i supermercati, polizia ed esercito gironzolano attorno fino a quando non c’è nessuno e appiccano gli incendi, e i pompieri arrivano solo quando sul luogo giunge la Tv. I sindaci locali hanno spesso denunciato cose simili. In un filmato si vede un uomo cadere di notte dalla porta posteriore di un veicolo della polizia in corsa. Raggiunto da un poliziotto mentre è disteso sull’asfalto, si sente uno sparo. Dopo di che l’uomo rimane immobile. E ieri in Cile un poliziotto è stato sottoposto a processo per aver sparato a un manifestante. 

Da quanto sta accadendo, un paese inizialmente percepito come stabile e con i fondamenti macroeconomici positivi dà di sé un’immagine in cui gran parte della società appare esclusa e vittima di un’enorme disuguaglianza sociale. E l’accomuna alle violenze dell’Ecuador, fino a poco fa visto con sufficienza da Piñera. 

Con la differenza che per Lenin Moreno, dopo aver lasciato Quito in balia degli indigeni e aver spostato la capitale a Guayaquil per mettersi in salvo (“Venivano a cercare me” ha candidamente dichiarato), affrontare la sollevazione contro l’aumento dei combustibili, per i trasporti e per l’agricoltura, è stato di gran lunga più facile. 

Ritirati gli odiati provvedimenti, l’accordo con la Confederazione Indigena dell’Ecuador è stato trovato e tutto è finito riportando il paese, almeno per il momento, sulla scia dello sviluppo di spesa pubblica e di sussidi al combustibile promesso in campagna elettorale. Con buona pace del Fondo Monetario Internazionale e del prestito di quattro miliardi e passa promesso in cambio dell’austerità in finanza di Stato. 

Uno scenario che non potrà ripetersi per Piñera, che in primo luogo si trova a operare in uno dei paesi più neoliberisti del mondo che si basa sulle disuguaglianze come presupposto della sua esistenza. Per quanto recentemente perfino sua moglie abbia ammesso con un’amica via Whatsapp che è giunta l’ora di rinunciare a qualche privilegio, è difficile che Piñera possa imboccare la strada di una redistribuzione reale del reddito e del carico sociale. 

Poi perché in Cile la rivolta ha una caratteristica nuova per il mondo latinoamericano, è un fenomeno che non esprime leadership e che è quindi difficile da arginare e contenere, non esiste nessuno con cui trattare. Una rivolta che non a caso è scoppiata in quella forma proprio in Cile, paese maturo economicamente a tal punto da essere il più affine all’Europa, dove fenomeni di rivolta sociale per certi versi simili, la Francia dei Gilet Jaunes o l’Italia dei Forconi, sono già stati vissuti.

Difficile contrastare chi nelle strade di tutto il Cile grida “El robo y el saqueo lo hacen ustedes”, il furto e il saccheggio lo fate voi, accusando in primo luogo Piñera, popolarmente chiamato Piraña.

Chiedo scusa per questa mancanza di visione [ha detto ieri notte in televisione]. È vero che i problemi si accumulano da molto tempo e che i differenti governi non furono, come non siamo stati capaci noi, di riconoscere questa situazione in tutta la sua grandezza.

Alle sue parole hanno fatto seguito le promesse di presentare al parlamento misure per aumentare le pensioni, migliorare l’assistenza sanitaria, far pagare le tasse ai ricchi, aumentare del sedici per cento il salario minimo a 484 dollari, e frenare la recente impennata delle tariffe elettriche, alla quale non è estranea l’ENEL, che opera in Cile.

A tali decisioni Piñera è giunto dopo numerosi incontri con le forze politiche, escluse quelle di sinistra che non hanno accettato il dialogo, e che potrebbero decidere di dar battaglia proponendosi come sbocco politico alla crisi sociale. Se il cambiamento di tono del presidente è consistente, è del tutto probabile che le misure proposte non possano essere la soluzione voluta dai cileni. Intanto, mentre le proteste di piazza continuano, oggi e domani il paese si ferma per uno sciopero generale.

El pueblo unido jamás será vencido ultima modifica: 2019-10-23T16:49:08+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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