Luciano Valentinotti. Tra simbologie e incontri

L’Instituto de la Judicatura Federal dedica all’artista una retrospettiva di grandi proporzioni che ha portato nell’enorme androne storie e colori del Messico, violenze ed entusiasmi popolari, gente con le scarpe e moltitudini scalze.
scritto da FRANCO AVICOLLI
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[CITTÀ DEL MESSICO]

L’autoritratto di Luciano Valentinotti è costituito da due piedi nudi consistenti, si direbbe solidi, di quelli abituati a camminare e a sentire l’umore della terra e forse a parlarci. L’artista appartiene all’umanità istriana che a un certo punto della vita si è trovata senza un territorio di appartenenza, un dato divenuto drammaticamente immutabile, fisso, scolpito nel passato e definitivamente assente.

L’Instituto de la Judicatura Federal, la prestigiosa scuola della magistratura messicana di Città del Messico, ha dedicato all’artista una retrospettiva di grandi proporzioni che ha portato nell’enorme androne storie e colori del Messico, violenze ed entusiasmi popolari, gente con le scarpe e moltitudini scalze.

Il maestro Valentinotti ha appena compiuto novant’anni e la mostra è stata organizzata appunto per celebrarne la ricorrenza. La serata è stata allietata dalla giovanissima orchestra sinfonica di Coyoacan con un concerto iniziato con musica di Vivaldi e concluso con “Bella ciao” in ricordo della gioventù partigiana dell’artista. Pezzi di un territorio, insomma, completato dalla presenza di amici e di estimatori dell’opera dell’artista, evidenza di uno spazio vitale finalmente conquistato. 

Ho conosciuto il maestro una ventina di anni fa. Si era dedicato da qualche anno alla pittura dopo una vita vissuta con la macchina fotografica. Era stato allievo dell’Accademia di Brera e per un tempo aveva fatto il grafico presso l’Alfa Romeo di Arese. Arrivò in Messico nel 1966 e per qualche decina di anni fotografò tutto il paese lavorando per il ministero dei trasporti. Un amico che ne aveva individuato il talento gli consigliò di fare il pittore.

L’artista mi mostrò i suoi quadri in una successione di un percorso a salti, ma coerente. Davanti ai miei occhi non passavano semplici immagini della memoria, ma pezzi di un presente immobilmente disperato nell’allucinazione del colore denso e intenso, brani di un Messico fatto di figure umane, di ambienti assolati, di giochi di bambini e di adulti, di ombrelli ammucchiati e sedie e tavoli e pezzi quasi sospesi in uno spazio e come se esistesse fra di loro il vuoto dello scambio, della comunicazione. Un mondo fisso, insomma, nella propria e specifica dimensione formale, ma nello stesso tempo capace di imporsi proprio per quella sua fissità che rimanda alla condizione della vita.

Fu quello che mi colpì immediatamente dell’opera di un pittore i cui vuoti, i cui salti discorsivi per un verso sembravano l’aspetto evidente di una storia artistica troppo breve, e per l’altro spia dell’urgenza che aveva un mondo di rivelarsi come se cercasse un cammino per trovarsi, conoscersi e riconoscersi.

Si trattava – così pensai – di un’opera dove le apparenti incongruenze formali erano come una “maglia rotta nella rete che ci stringe”, per dirla con Montale, un suggerimento, una crepa sul muro che invita e permette di guardare verso l’oltre.

Quelle figure fisse, insomma, quei piedi dove le dita una ad una dicono della storia eterna di una qualità della condizione umana fissa e definitiva. Al pari delle figure con le scarpe, di quegli occhi sempre sbarrati in una fissità senza tempo e anche sostanza di un tempo fin troppo lungo che la densità della pittura come materia e come colore esprimono con un vigore quasi animalesco. Apparentemente possono sembrare un limite della capacità dell’artista di dare morbidezza, movimento, plasticità alle figure. Ma si tratta invece di un artificio che riporta all’essenzialità della pietra o del tronco di un albero, alla sofferenza del farsi, di un “diventare” che è tutt’altro che semplice.

Nel “Passaggio delle Monache” che introduce nella Certosa di Avigliana, parte del mondo di don Luigi Ciotti e di Libera, c’è un grande mural di Luciano Valentinotti costituito da 17 pannelli. È la narrazione di un tragico fatto di sangue, l’uccisione di Felicitas Martínez Sánchez, di 21 anni e Teresa Bautista Merino, di 24 anni di età. Erano due ragazze che animavano una radio locale in lingua locale nativa. L’eccidio avvenne il 7 aprile del 2008 nella regione mixteca, una zona molto accidentata dello stato di Oaxaca, in cui vivono numerose comunità di nativi. Il mural, scandisce la successione degli eventi e li porta oltre la crudezza del fatto: i volti sono riconoscibili e dicono del terrore, della dignità, della vita che lotta contro la morte, del gioco, della festa, della luce nelle sue tonalità, dei riti. 

Il racconto diventa così epopea non più e non soltanto della comunità che è protagonista dell’evento nel bene e nel male, ma per essa di tutta quell’umanità che subisce angherie e soprusi, che specialmente in questo mural riesce ad essere la voce che rompe il silenzio – è appunto il titolo dell’opera – di tutti coloro cui la violenza vuole togliere la voce.

C’è da domandarsi se il mural non racconti dell’incontro avvenuto tra l’istriano nomade e una umanità che si cerca. 

E viene da pensare che tra quei soli colorati, le feste e i lutti e le gioie della vita, fra simbologie che rimandano ad un’esistenza provata, ma sempre vigile che vuole dire, si trovi un territorio finalmente trovato.

Luciano Valentinotti. Tra simbologie e incontri ultima modifica: 2019-10-25T22:54:53+02:00 da FRANCO AVICOLLI

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1 commento

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LUCIANO eCCHER ARCHITETTO 6 Ottobre 2020 a 11:59

Ciao Franco
Sono Luciano l’amico di Renato e oggi mi ha chiesto di verificare alcune cose sul pittore Valentinotti Luciano originario credo di Caldes valle di Sole in Trentino e poi vissuto a Levico Terme comune vicino al mio
Se ci sono novità ti terrò informato tramite Renato
Luciano

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