Le piazze democratiche di Beirut e Bagdad

Le rivolte popolari mettono in crisi il tribalismo etnico-confessionale e riscrivono il vocabolario politico del Medio Oriente. Quella in atto, in Libano come in Iraq, è una rivoluzione culturale, ancor prima che sociale: è la rivoluzione dei cittadini, in gran parte giovani, che si sentono iracheni, libanesi, e non sunniti o sciiti, cristiani...
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Bagdad-Beirut: le rivolte che mettono in crisi il tribalismo etnico-confessionale e riscrivono il vocabolario politico del Medio Oriente. Quella in atto, a Bagdad come a Beirut, è una rivoluzione culturale, ancor prima che sociale: è la rivoluzione dei cittadini, in gran parte giovani, che si sentono iracheni, libanesi, e non sunniti o sciiti, cristiani… Scendono in piazza sventolando bandiere nazionali, esaltando un diritto di cittadinanza che riporta al centro lo Stato-nazione, lo Stato dei cittadini, rompendo le vecchie gabbie identitarie comunitarie. I manifestanti contestano l’alto tasso di disoccupazione e la corruzione della classe politica.

Secondo l’organizzazione non governativa Transparency Internacional, l’Iraq è il secondo produttore al mondo di petrolio, ma anche il tredicesimo più corrotto: un cittadino su cinque vive al di sotto della soglia di povertà e la disoccupazione giovanile è intorno al 25 per cento. La prima fase delle mobilitazioni era iniziata ai primi del mese proprio nella capitale e a Nassiriya a cui era seguita una repressione col pugno di ferro da parte delle forze dell’ordine. Un pugno sempre più insanguinato. Solo l’ultima delle mattanze che ha insanguinato l’Iraq: ieri, nella città di Karbala, città santa degli sciiti, un gruppo di uomini mascherati ha sparato sulla folla che manifestava in piazza contro il carovita e la politica di quelle che vengono definite “élite corrotte”.

Secondo il bilancio della Commissione irachena per i diritti umani, le vittime sono 18 e circa ottocento i feriti. Si tratta dell’ennesima manifestazione finita nel sangue nell’Iraq polveriera: sino ad oggi, dopo un mese di proteste, i morti sono oltre 250. Sempre secondo la Commissione, le forze di sicurezza hanno usato lacrimogeni, acqua bollente e proiettili di gomma per disperdere i manifestanti, che denunciano l’alto tasso di disoccupazione e l’assenza di servizi pubblici, oltre che la corruzione degli esponenti di governo. Secondo una esclusiva della Reuters, sembra che alcune milizie paramilitari, gli Hashid, per lo più musulmani sciiti appoggiati dall’Iran, stiano collaborando con il governo iracheno per reprimere la protesta di queste ultime settimane. Il modo scelto per farlo è decisamente radicale visto che si tratta di schierare cecchini che fanno fuoco sulla folla.

Secondo Reuters alcuni miliziani si sarebbero anche nascosti tra i manifestanti per poi fare fuoco e lasciare a terra circa cinquanta vittime. Il popolo iracheno è sceso in piazza per il quarto giorno consecutivo nella seconda tranche di proteste contro il governo del primo ministro Adel Abdul Mahdi. Nonostante la linea dura, la repressione sanguinosa e i reiterati coprifuoco, però, la popolazione continua a scendere in piazza a protestare.

Le nostre richieste? Vogliamo lavorare, vogliamo lavorare. Se non vogliono trattarci come iracheni, allora ci dicano che non siamo iracheni e troveremo altre nazionalità e migreremo in altri paesi,

afferma un manifestante a Bagdad. La frustrazione coinvolge particolarmente i giovani fra i quali in tasso di disoccupazione è elevatissimo (quindici per cento contro l’otto per cento della media nazionale).

Questo non è un governo – gridava un manifestante – ma è un’accozzaglia di partiti e milizie che hanno distrutto l’Iraq.

Fonti ufficiali riferiscono che dal 2004, a un anno di distanza dall’invasione statunitense che ha determinato la cacciata di Saddam Hussein, circa 450 miliardi di fondi pubblici sono svaniti nelle tasche di politici e uomini di affari. In questa situazione, corruzione e politica appaiono intrinsecamente connessi, secondo quanto riporta il quotidiano The New Arab. Non solo i ministri sono spesso implicati nelle frodi, ma il settore pubblico è sovradimensionato e facile da truffare e si contraddistingue per i con migliaia di impiegati “fantasma” che percepiscono stipendi, senza lavorare in realtà. Secondo i dati parlamentari, dal 2003 questo costo è costato all’Iraq 228 miliardi di dollari, anche se questo numero potrebbe essere significativamente più alto.

Le diverse fazioni che si contendono il potere, l’influenza e l’accesso ai fondi del tesoro hanno come primo interesse quello di continuare a finanziare le proprie reti. La corruzione è all’origine delle gravi difficoltà economiche e dell’aumento della povertà e della disoccupazione. È il principale motivo per cui mancano i servizi di base. Il fabbisogno energetico dell’Iraq non è coperto neanche per metà nonostante dal 2003 a oggi siano stati spesi quaranta miliardi di dollari per la rete elettrica. Il parlamento è estremamente corrotto. Su 328 parlamentari iracheni, 273 non hanno voluto svelare la loro situazione finanziaria al Comitato per l’integrità.

Il vero male dell’Iraq oggi è la corruzione le cui conseguenze negative si riversano sulla vita di tutti i giorni della popolazione. La corruzione nega i diritti delle persone, crea povertà, blocca lo sviluppo,

racconta al Sir dalla capitale irachena Nabil Nissan, da undici anni direttore Caritas Iraq, Tangenti e clientelismo: sono questi i nemici degli iracheni

preoccupati anche dall’instabilità politica, dalla presenza delle milizie paramilitari che hanno combattuto l’Isis, dalla mancanza di sicurezza.

Bagdad

Le sfide sono tante come testimoniano i numeri:

la disoccupazione è al 22 per cento e riguarda in particolare i giovani, 1,7 milioni di sfollati interni, tre milioni di disabili, 1,5 milioni di orfani, più di un milione di donne divorziate. Vogliamo vivere. Non è questione di soldi, ma di vivere. Lasciateci vivere,

afferma la 21enne Batoul ad al Jazeera. Sono le voci della piazza irachena. I giovani di Piazza Tahir, il cuore della protesta a Bagdad, chiedono una nuova carta costituzionale, un tribunale per processare i corrotti e riforme reali di redistribuzione della ricchezza. Le stesse richieste, la stessa voglia di futuro animano i giovani protagonisti della “primavera libanese”.

“Il popolo vuole far cadere il regime. Non siamo banditi, abbiamo diritti e li stiamo chiedendo”, sono alcune delle grida dei manifestanti.

Alcune persone stanno cercando di rendere questa protesta violenta – dice una giovane dimostrante, Rawaa Shahabeddine, 21 anni, in merito al tentativo di Hezbollah di attaccare i manifestanti – ma noi non saremo violenti. Questa è una rivoluzione pacifica e otterremo quello che vogliamo.

Il Paese dei Cedri ha uno dei debiti pubblici più alti al mondo, ma il livello di profitti delle sue banche commerciali, vicine ad alcuni politici e che detengono gran parte del debito, sono superiori a quelli dei Paesi occidentali. Secondo l’ultimo rapporto dell’Undp, l’agenzia Onu per lo sviluppo umano, per ineguaglianza dei redditi il Libano è al 129° posto su 141 Oaesi. L’un per cento più ricco possiede il 25 per cento dell’intero redito nazionale. Nel 2017 il venti per cento di tutti i depositi era concentrato in 1.600 conti correnti: lo 0,1 per cento del totale dei depositi nelle banche libanesi, molte delle quali sono di proprietà dei politici di turno o dei loro parenti, ed è dei giorni scorsi la notizia di un procedimento penale nei confronti dell’ex premier Najib Mikati, uno degli uomini più facoltosi del paese, accusato di aver ottenuto dalla Audi Bank prestiti agevolati per l’acquisto di alcune case. Almeno un milione, dei sei milioni di libanesi, è povero.

Beirut

L’arrivo in questi anni di un milione e mezzo di rifugiati siriani ha spinto nella povertà altri 200mila libanesi: offrendosi per salari inferiori, i profughi hanno sottratto lavoro non specializzato alla fascia sociale libanese più debole. La protesta è giunta al suo decimo giorno. E dal primo, è riecheggiato diverse volte un coro diffusosi durante tutte le primavere arabe: “Al shab yurid isqat al nizam, “il popolo vuole la caduta del sistema”. Il popolo, non una delle sue comunità etnico-confessionali. Oggi è tutto l’establishment ad essere sotto accusa, e lo si vede dalla diffusione del coro “Killon yanii Killon” (“tutti significa tutti”): i manifestanti non hanno timori a fare i nomi dei principali dominus nazionali, come lo stesso premier Hariri, lo speaker del parlamento Nabih Berri, il ministro degli esteri e capo del Movimento patriottico libero Gebran Bassil, il capo dello stato Michel Aoun, il segretario di Hezbollah Hassan Nasrallah.

Beirut

I giovani di Beirut non fanno sconti a nessuno. Vogliono cambiare il “sistema”. E una classe dirigente che con quel sistema si è arricchita oltre misura. Riflette su Internazionale Pierre Haski di France Inter:

Ci sono diversi punti in comune tra le due rivolte che agitano l’Iraq da un mese e il Libano da qualche giorno. Prima di tutto c’è il rifiuto generalizzato della corruzione e dell’inefficacia dei governi, espresso da una gioventù privata del suo futuro e che, nell’epoca dominata da internet, non si rassegna alla mediocrità e all’incuria. In secondo luogo c’è il desiderio di superare le divisioni religiose che da tempo definiscono le società dei due paesi. Questo aspetto è evidente in Libano, dove la costituzione ereditata dalla presenza francese si basa sugli equilibri delle confessioni religiosi. Le centinaia di migliaia di persone che scendono in piazza rivendicano una maggiore laicità, e per farlo in settimana hanno organizzato una catena umana dal nord a sud. In Iraq è evidente la volontà si superare la divisione tra sunniti, sciiti e curdi che ha segnato l’epoca successiva alla caduta di Saddam Hussein, anche se le rivolte coinvolgono soprattutto le grandi città e molto meno le regioni sunnite appena sopravvissute alla guerra contro l’Is (e sono del tutto assenti nel Kurdistan autonomo). La risposta delle autorità è molto diversa nei due paesi. In Iraq il governo usa il pugno di ferro per sfiancare il movimento di protesta, e al momento il bilancio è di 220 morti e ottomila feriti. In Libano l’atmosfera è invece incredibilmente festosa, anche se è palese la fragilità dell’equilibrio attuale. Ma c’è un altro punto in comune: il Libano e l’Iraq sono terre d’influenza per l’Iran e al centro di rivalità regionali. Questo rende le due rivolte estremamente pericolose, perché non mettono in discussione solo gli interessi di pochi politici. In effetti è impossibile immaginare che in Libano Hezbollah possa cedere il controllo del potere solo grazie alla spinta della piazza, così come il governo iracheno non intende “farsi da parte” solo perché lo chiedono i manifestanti. A quasi dieci anni dalla primavera araba, governi dalla discutibile legittimità continuano a rifiutarsi di cedere alla volontà del popolo, la cui voce è sempre più forte e chiara.

Una voce unificante. Come ha scritto L’Orient le Jour, il giornale francofono di Beirut, al contrario di trovare la raison d’être nell’identitarismo etnico settario, l’onda di proteste libanesi sembra trovare la propria spinta nella riscoperta di un’unità fra libanesi finalmente trascendente la setta d’appartenenza di ognuno. L’altro ieri, migliaia di libanesi hanno formato una catena umana di 170 chilometri lungo le autostrade e le zone costiere del Paese in una dimostrazione di solidarietà con le manifestazioni anti-governative. Da Tripoli a Tiro, attraversando la capitale Beirut, i manifestanti si sono uniti per mano. “È un messaggio di amore e solidarietà”, ha detto Julian Bourjeili, un architetto che ha preso parte alla catena umana con la fidanzata. “Vogliamo mostrare l’immagine civilizzata e pacifica di questo movimento”.

La piazza terremota il “palazzo”. Travolto dalle proteste antigovernative, ormai arrivate al tredicesimo giorno, Il premier libanese, Saad Hariri, ha annunciato in un discorso in tv le dimissioni del governo. La decisione arriva dopo tredici giorni di proteste in tutto il paese.

“Le mie dimissioni sono la risposta alle richieste delle piazze in Libano”, ha detto, lanciando poi un appello al popolo, perché “mantenga la stabilità e la sicurezza del Paese”. ‘“I ruoli vanno e vengono, ma la dignità e la sicurezza del Paese sono più importanti’”, ha aggiunto Hariri. Rivolgendosi poi a “tutti i partner politici”, Hariri ha detto che “oggi la nostra responsabilità è quella di trovare i modi per proteggere il Libano e risanare l’economia”. Secondo Hariri “esiste una possibilità seria che non deve essere sprecata e rimetto le mie dimissioni nelle mani del presidente e di tutti i libanesi”.

Ho cercato di trovare una soluzione alla nostra crisi nell’ultimo periodo, di ascoltare le necessità delle persone e di proteggere il Paese dai rischi per la sicurezza e per l’economia, ma ho raggiunto un vicolo cieco,

ha continuato, aggiungendo:

Abbiamo bisogno di uno shock positivo per risolvere questa crisi.

Hariri ha poi invitato i libanesi a

mettere la sicurezza economica e sociale del Libano tra le loro priorità.

E per evidenziare il concetto ha citato il padre, Rafiq Hariri, ex primo ministro assassinato nel 2005:

Nessuno è più grande del proprio paese.

Beirut

I manifestanti nel centro di Beirut hanno festeggiato sventolando bandiere e lanciando slogan alla notizia delle dimissioni del primo ministro. La tensione resta altissima. Ieri ci sono stati scontri ed episodi violenti tra presunti sostenitori di Hezbollah e del movimento Amal e i manifestanti: decine persone hanno distrutto e abbattuto l’accampamento di tende messe in piedi dai manifestanti a Riad Solh Square e a piazza dei Martiri, nel centro della capitale libanese. È una rivolta sociale, culturale e, insieme, generazionale, quella che investe non solo l’Iraq e il Libano, ma, anche l’Egitto e, sia pur in maniera meno evidente, la Giordania. Con l’acqua potabile e l’elettricità razionate, con un accesso sempre più limitato a servizi sanitari e scolastici di qualità, senza lavoro e senza prospettive di poter emigrare all’estero, a est del Mediterraneo centinaia di migliaia di giovani stanno dando voce alla loro rabbia per una situazione descritta dagli analisti come “esplosiva”. Una esplosione che potrebbe cambiare il volto del Medio Oriente.

Le piazze democratiche di Beirut e Bagdad ultima modifica: 2019-10-29T20:34:57+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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