Quando la migrazione va controcorrente

A Cambridge si è svolto "Migrant Knowledge", un incontro che coinvolgendo artisti, filosofi, accademici, scrittori, rifugiati e migranti ha cercato di mostrare le svariate sfaccettature della migrazione.
scritto da MANUELA CATTANEO DELLA VOLTA

[CAMBRIDGE]

Tutti conosciamo la favola di Hansel e Gretel dei fratelli Grimm, datata 1812: due bambini persi nella foresta si trovano ad affrontare diverse avventure – alcune paurose, per non dire traumatizzanti – superando la paura e ingegnandosi nel crescere in fretta prima di poter ritrovare la strada di casa e cambiare la trama della loro vita per sempre. Seppure a più strati di interpretazione, è pur sempre una favola. E ancora, si avvicina a una realtà che coinvolge il mondo intero, tutti i giorni. Ma il lieto fine è meno comune che nella storia dei Grimm: il ritornare a casa è spesso il pezzo mancante del puzzle della migrazione.

Il vocabolario Treccani dà una definizione precisa:

Migrazione.

1. In genere come fenomeno biologico o sociale, ogni spostamento di individui, per lo più in gruppo. Da un’area geografica a un’altra, determinata da mutamenti delle condizioni ambientali, demografiche, fisiologiche, ecc. In particolare a: Nelle scienze antropologiche e sociali lo spostamento di una popolazione verso aree da quelle di origine, nelle quali si stabilisce permanentemente (a differenza di quanto avviene nel nomadismo), dovuto, fin da epoca preistorica, a fattori quali sovrappopolazione, mutazioni climatiche, carestie, competizione territoriale con altre popolazioni, ricerca di migliori condizioni di vita vere o presunte, ecc.; in sociologia, con riferimento a fenomeni più recenti, che coinvolgono in genere solo una parte di una popolazione e dipendono da complesse cause economiche e culturali.

L’incontro di tre giorni a Cambridge nell’ottobre scorso dal titolo Migrant Knowledge ha cercato di dipanare una matassa aggrovigliata mostrando le svariate sfaccettature e le impressioni che la migrazione porta come bagaglio personale, professionale, sociale. Il seminario ha coinvolto artisti, filosofi, accademici, scrittori, rifugiati, migranti. Ognuno di loro ha portato testimonianza diretta e da studioso aprendo nuovi varchi per la riflessione dell’assioma migrazione-futuro sostenuto da radici profonde scavate nel giardino dell’Eden.

Arriviamo tutti da un altro posto. Persino gli alberi sono migranti. Quella quercia in questo bel giardino di Cambridge non è affatto inglese, è spagnola. Immaginate un luogo in cui ognuno resta fermo. Non si muove, non si sposta, non viaggia. Immaginate e rispondete: non sarebbe estremamente noioso? L’idea di incontrare altro e altri ed essere in grado di creare qualcosa di nuovo… È questo che dà un senso alla vita, perché chiunque possiede qualcosa di speciale da condividere con il prossimo.

afferma Issam Kourbaj, artista nato in Siria e da diversi anni in Inghilterra.

Migrant Knowledge, un titolo fluido, perché i migranti sono, sono sempre stati e sempre saranno, in movimento e così è e deve essere la conoscenza: le cose viaggiano, le persone viaggiano, le idee viaggiano in un’affinità tra la condizione della migrazione e quella del sapere. E se la conoscenza si ferma, si arresta anche il conoscere stesso, perché è un processo e deve continuare a fluire. Ed ecco dove si incontrano conoscenza e migrazione. È un titolo pensato per dare vita, creare qualcosa, non per definire e chiudere l’argomento, ma per aprirlo.

È così che Subha Mukherji, coordinatrice del progetto europeo Crassh della durata di cinque anni sul tema, spiega l’idea che sostiene il meeting dell’università di Cambridge:

Avevo un bisogno impellente di realizzare questo incontro a più voci, sia per il momento che stiamo vivendo, sia per dove mi ritrovo io, adesso, nella mia vita, da Calcutta all’Inghilterra da oltre trent’anni, e sia per come casa e senza casa sono termini che mi hanno toccata nel profondo. E per fare ciò ovviamente, con lo spirito con cui lo sentivo, non poteva essere la classica conferenza accademica.

E rincara Rowan Williams, Università di Cambridge:

Sin dall’inizio abbiamo pensato a un incontro con voci di prima mano sulla migrazione: aprire la porta alle arti, mostrare e non solo teorizzare; quindi da subito abbiamo pensato a una parte visiva, a una mostra, ad artisti che raccontassero come l’arte ha sostenuto o può sostenere la migrazione.

Per esempio con la voce di Nadina Christopoulou, del Centro Melissa Network di Atene, sorto in un quartiere periferico della città, strategico, perché un punto calamitante per gli immigrati arrivati ad Atene. Melissa accoglie donne e bambini immigrati e dà loro gli strumenti, pratici e psicologici, per riorganizzare la propria vita in Grecia.

È un network di solidarietà in cui persone che hanno vissuto un’esperienza similare sono in grado ora si sostenere e condividerla con chi è appena arrivato. Abbiamo così avuto l’opportunità di comprendere, per esempio, che la maggioranza delle persone che attraversa l’Europa non è quella che scappa dalle bombe che distruggono la sua casa, ma è anche gente che è migrata precedentemente. Abbiamo storie di bambini arrivati qui e che sono nati in un altro Paese rispetto a quello dei genitori, per esempio Afghanistan o Iran. O persone che arrivano ad Atene dopo aver vissuto nei campi profughi in Siria o in Palestina,

spiega Nadina.

Ogni incontro con l’altro è un rimettersi allo specchio. Questo incremento di scambio nel mondo che viviamo allarga anche il nostro orizzonte in tali e tante direzioni e allarga il nostro potenziale e questo titolo, “Migrant Knowledge”, unisce, lega due significati profondissimi. Vorrei ricordare la storia di Calvino in “Il castello dei destini incrociati”: i due viaggiatori che si incontrano al castello hanno un solo elemento comune; non possono parlare a proposito della foresta che hanno entrambi attraversato. È esattamente quello che capita a noi ogni giorno nel Centro Medina: le persone che arrivano non sono in grado, non possono, raccontare la loro esperienza di migrazione. Il loro attraversamento è così drammatico da impedirgli di condividerla.

Ricorda poi Wafa Tarnowska, traduttrice e storyteller

Sono un’emigrante originaria del Libano. Ogni volta che incontro persone che hanno attraversato questa esperienza mi riporta a quel viaggio doloroso. Non ho attraversato traumaticamente il mare in terribili circostanze, ma quando ho lasciato il mio paese quarant’anni fa sotto un bombardamento l’ho lasciato prendendo l’unico aereo del giorno. Andavo in Australia per studio, ma ho salutato i miei genitori e non avevo la più pallida idea se sarei mai potuta tornare. Non ho potuto parlare con i miei per oltre due anni dalla mia partenza… Ora vivo qui a Cambridge. La mia casa? Qual è? Ne ho avute cosi tante… Mi chiedo se morirò qui, se cambierò ancora. Quando la tua casa ti viene portata via qualunque altra casa non è più casa tua. Il Mediterraneo è la culla della civiltà e non possiamo permetterci di essere incivili, dobbiamo continuare a essere ospitali, a dare il benvenuto.

Riflette Yousif M. Qasmiyeh (poeta, di origine palestinese, ora all’università di Oxford):

Non riesco a dire dove è casa mia, ma è anche vero che interagisco con l’altro in questo spazio. E mi chiedo: c’è un posto specifico che posso chiamare casa?

Yousif M. Qasmiyeh è nato in un campo profughi ed è vissuto lì con la sua famiglia fino ai diciannove anni quando si è trasferito in Inghilterra.

Scrivere per me è la sola risposta nell’osservare ciò che mi circonda, l’unico modo per vivere in realtà. O sopravvivere. Scrivere è prima di qualsiasi mia identità legale. Bisogna smettere di pensare allo scritto come a un prodotto e a chi scrive come un produttore di idee. Ci sono momenti in cui c’è una relazione fra loro e degli altri in cui c’è una netta distanza. Migrazione uguale movimento socio-politico-culturale che non si può “trattare” a distanza ma è indispensabile entrarci dentro, fin nelle sue viscere, ascoltare da vicino le voci protagoniste per poter solo farsi un’idea, sentirsi anche per un attimo partecipi di una realtà che non ci appartiene e quindi su cui ci è più facile sorvolare.

Rincara quindi Issam Kourbaj:

Non mi piace essere chiamato artista siriano, o artista religioso, o artista politico, sono categorie assolutamente superficiali. Siamo tutti molto più di questo. Ognuno di noi è fatto di molti, moltissimi strati di identità. È questo che ci fa alzare dal letto ogni mattina: la ricerca di una nuova identità, nuove idee.

Uno di questi strati è sicuramente la lingua: come ha sottolineato la poetessa Alicia Stallings: “Migrazione è traduzione e traduzione è migrazione. Come si può scrivere una poesia senza parole?”

Il dibattito sulla traduzione arriva da lontano. Così Annabel Brett dell’Università di Cambridge ha portato l’esempio dello scambio intercorso tra due intellettuali del Quattrocento: qual è il corretto comprendere e l’attuazione corretta di una traduzione? L’umanista Leonardo Bruni argomentava al tempo con il vescovo di Burgos, lo spagnolo Alonso De Cartagena, per scoprire che la diatriba è la stessa di oggi e che la soluzione non esiste: la conoscenza della migrazione nel suo cammino è anche la conoscenza del cammino stesso, ed è in cammino proprio come in traduzione.

Le due fazioni allora erano posizionate, l’una sull’idea che la traduzione corretta dipende dalla conoscenza specifica della lingua comparabile alla conoscenza specifica di un luogo, l’altra che la traduzione corretta dipende invece da capacità del ragionamento universale.

Eppure – spiega Brett – credo che queste due dichiarazioni parlino in modo più generico della traduzione: ossia essa può essere vista sia come un movimento locale che traghetta a un altro movimento locale, per esempio dall’italiano allo spagnolo. Ma è anche possibile vedere la traduzione non solo come un passaggio da una lingua all’altra (come ricorda bene Eco nel suo saggio “Mouse or Rat?”): è infatti il ponte da un testo a un altro testo. Ogni traduzione implica un’interpretazione: e allora come ora posso dimostrare che qualunque traduzione involva la storia e con la storia la politica e l’identità. Non credo ci possa essere una terra universale sulla traduzione, come non credo possa esistere un solo modo per scrivere la storia. Mi chiedo comunque se tutta la storia è una qualche forma di traduzione, nel senso di una conoscenza migrante.

Traduzione e migrazione includono sempre un viaggio. Così Supriya Chaudhuri, dell’Università Jadavpur di Calcutta è intervenuta con un documento dal titolo indicativo Between dulce and utile che mostra l’unione della letteratura per piacere con la letteratura d’informazione raccontando l’Itinerario del bolognese Ludovico di Varthema che nel 1510 ha raggiunto l’India, attraverso la Mecca e Medina, producendo carte geografiche e un manuale di sopravvivenza.

La sua testimonianza è stata cruciale nella combinazione di un racconto narrativo con un’immagine cartografica precisa delle terre da lui attraversate. Ma Varthema non si è astenuto dal piacere dell’aggiungere tocchi di fantasia ai suoi racconti rendendo la sua letteratura di viaggio una rete di informazione geografica, economica, culturale, di viaggio ma anche romanzesca.

Insiste Dine Diallo, che è arrivato al convegno Migrant Knowledge da Palermo, dove vive, per presentare il suo team di lavoro Giocherenda:

Senza la lingua non possiamo comunicare per capirci. È inimmaginabile quello che vive un migrante. Se lo si racconta lo si può vivere come una fantasia e non ha alcun senso farlo perché chi racconta rivive ogni volta quella esperienza, da capo. Ho sofferto tanto: il viaggio dalla Guinea mi ha distrutto. Tra Libia e Italia è stato in barca… Quando sono arrivato non conoscevo neppure una parola di italiano, e la prima cosa che ho fatto è stata imparare l’italiano, me l’ero messo come prima regola.

Dall’italiano alla scoperta della cultura del paese ospitante, e un altro passo verso l’integrazione. Oggi Dine fa “giocare” chiunque abbia voglia di trovare il modo per realizzare i propri desideri. Lui è la prova provata che se si vuole si può:

Giocherenda lo possiamo tradurre come solidarietà, accoglienza. Una cosa che lega le persone. Le unisce nel modo positivo. È la ronda dei desideri che ti permette di realizzare i tuoi sogni. Se per esempio vuoi costruire una casa, hai bisogno del cemento, del legno, magari di un muratore, ma nella vita tutto può cambiare e ti ritrovi con la farina in mano. Quindi l’importante è lavorare la farina, trasformarla in pane, vendi il pane con l’obiettivo di costruire la casa. Oggi grazie a Giocherenda lavoriamo in dodici persone. Io sono nato in Guinea: sai quanti paesi, persone, possibilità, esperienze ho incontrato? È impossibile contarle. Ma porto anche la loro esperienza, ogni giorno.

Jonathan Gil Harris ha invece condiviso la sua esperienza a cavallo tra accademico e migrante. Nato in Nuova Zelanda, educato in Inghilterra, insegnante negli Stati Uniti e ora residente in India (fondatore della Ashoka University), Harris ha messo sul piatto della bilancia da una parte lo squilibrio subito da un gruppo di spagnoli che visitarono un tempio indiano nel 1498 e dall’altro la sua esperienza personale nell’incontro con l’India.

In ognuno dei due casi, ha spiegato Harris, l’aspettativa crea una realtà irreale e il tempo si espande in un concetto a noi sconosciuto, perché non sperimentato, e ci immobilizza in uno stato di incredulità e allo stesso tempo di totale incomprensione di ciò che ci circonda. La soluzione non è ‘mettere a fuoco’, spiega, ma è un rimanere aperti all’inaspettato, dimenticare il preconcetto e il conosciuto.

Ho cercato di sottolineare il momento di disorientamento quando la conoscenza fallisce il proprio scopo, per esempio quando un’icona femminile in uno spazio sacro si scopre essere non la Vergine Maria ma una dea hindu a più braccia, oppure quando un collina avvolta nel paesaggio di un cielo blu simile alle mie della Nuova Zelanda si scopre essere una montagna di rifiuti scalata da uomini alla ricerca di un qualunque tesoro.

Sue Mc Alpine è intervenuta presentando il lavoro del Migration Museum di Londra, nato nel 2013:

“No Turning Back”, è una delle mostre più recenti, nata dalla relazione tra Brexit e l’attuale migrazione. La frase “No turning back” è divenuta un’associazione immediata dopo il risultato del referendum. L’esibizione intendeva mostrare l’incertezza creata tra il movimento Brexit e il flusso mondiale delle genti di oggi, ma anche quelle del passato che hanno lasciato le coste inglesi e che hanno avuto le più varie conseguenze sulla nostra Nazione. In particolare, abbiamo scelto sette momenti di migrazioni diverse in Gran Bretagna in cui il nostra paese ha dato ospitalità o ha rifiutato gli immigrati. Momenti del passato le cui conseguenze sono visibili ancora oggi, per esempio l’espulsione dell’intera popolazione ebrea nel 1290. O il primo viaggio della East India Company Voyage verso l’India nel 1607, o ancora l’arrivo degli ugonotti, i primi rifugiati, nel 1685 facendo una comparazione con i rifugiati di oggi.

Anche Edmund De Waal ha partecipato all’incontro nella veste sia di collezionista, che di artista, che di migrante:

La libreria dell’esilio l’ho sognata per cinque anni: tutti i libri scritti sul tema, di nuovo raccolti insieme in un solo luogo, una biblioteca tutta per loro. Sono figlio di rifugiati, Sono vivo solo grazie al fatto che mio padre è stato accolto in questo paese. Vivo in quattro paesi diversi, sono in continua transizione e sono maggiormente consapevole della necessità della traduzione muovendomi tra diversi confini, da un paese all’altro. L’inizio del genocidio sta distruggendo le connessioni tra le generazioni. Divide le persone dai loro beni. L’esilio, l’essere in un posto mentre se ne ricorda un altro da un’altra parte, è l’inizio di una storia da raccontare: i libri, la biblioteca, è una di queste connessioni, un nodo che si riallaccia. Siamo circondati da duemila anni di voci che ci hanno fatto europei. Tutte le voci di qualunque provenienza ci arricchiscono. Allora se vogliamo parlare di identità entriamo in una biblioteca; tutto sarà più complicato e più bello. La biblioteca dell’esilio passerà per Dresda, città rasa al suolo durante la Seconda guerra mondiale, poi al British Museum a Londra per poi essere donata a Mosul auspicando che possa diventare il primo mattone, fondamento di una nuova cultura.

Fondare un pezzo di futuro, ricordare un pezzo di passato: per non lasciare andare è necessario raccogliere: una delle creazioni di Issam Kourbaj è Dark Water, Burning World: 98 moons and counting…: sono delle piccole barche, una per ogni mese dall’inizio della rivolta in Siria nel 2011. Sono costruite con pezzi di metallo riciclati da vecchie biciclette, resina e fiammiferi bruciati.

La resina è il legante, perché in momenti così drammatici è necessario restare uniti – spiega Kourbaj – Ma i rifugiati portano con sé un trauma simbolizzato dal fiammifero bruciato. Queste barchette rappresentano il viaggio intrapreso dai siriani che durante la traversata hanno perduto l’identità, il passato, il presente e persino il futuro. Ma guardarmi, anzi rivedermi, a una certa distanza per me è stato utile. Può essere utile per chiunque: se vai da un posto a un altro in qualche modo crei una distanza e hai la possibilità di vedere qualcosa di nuovo di te stesso. I nidi sono un luogo meraviglioso ma sono fatti per uscirne.

Durante il seminario Susan Stockwell, artista inglese, è stata invitata a creare un’esibizione sul tema:

“Trade Winds” è composta di solo denaro, banconote, monete, alcune mappe e alcuni biglietti di viaggio. Il denaro arriva da qualunque parte del mondo e in tempi diversi. C’è denaro antico come quello contemporaneo nel mare della mia opera d’arte. Per esempio una barca è con una banconota egiziana che si appoggia su uno scafo fatto con un testo di Shakespeare dal “Mercante di Venezia”, che mi sembra appropriato rispetto al mio messaggio. Mi piace il pensiero che un testo come questo navighi intorno al mondo concettualmente e fisicamente. È da diversi anni che uso il denaro per il mio lavoro, lo trovo un materiale interessante: per quanto è seducente, ma anche per quanto sia variegato. Il mio apporto alla conferenza è su quanto il denaro sia, sotto diversi aspetti, il mare su cui la migrazione naviga.

Riflette, infine, Mukherji:

C’è stata una varietà incredibile di argomenti, di posizioni soggettive, di storie personali e una gran varietà di soggetti naturalmente ma ci siamo incontrati o incrociati, o persino scontrati, in un’area comune ed è proprio lì che dobbiamo mirare e ricominciare a costruire. Far sì che qualcosa succeda, andare in profondità, un pochino di più di quanto siamo abituati in una tipica conferenza accademica. E che ci faccia ragionare su cosa vuol dire essere umani.

Quando la migrazione va controcorrente ultima modifica: 2019-10-30T13:20:05+01:00 da MANUELA CATTANEO DELLA VOLTA

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