Viventi umani e non umani, liberi tutti!

Dall’oppressione umana allo sfruttamento animale: la strada (in salita) verso una solidarietà oltre i confini di specie.
scritto da MATTEO ANGELI
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Uno sguardo attento alla libertà è davvero tale solo quando include anche gli animali non umani. È questo l’assunto di fondo che accomuna la galassia, composita e multiforme, dei movimenti per la liberazione animale, che lottano per il superamento del cosiddetto “specismo”, termine apparso per la prima volta nel 1970, su un volantino distribuito all’Università di Oxford da Richard Ryder:

Dopo Darwin, gli scienziati hanno convenuto che dal punto di vista biologico non c’è una magica differenza essenziale tra gli umani e gli altri animali. Allora perché facciamo una distinzione quasi totale dal punto di vista morale?… Il termine specie, come il termine razza, non è precisamente definibile. Leoni e tigri possono incrociarsi. In particolari condizioni di laboratorio presto sarà possibile accoppiare un gorilla con un professore di biologia – la loro progenie pelosa sarà tenuta in gabbia o in una culla?… Se crediamo che sia sbagliato infliggere sofferenza a animali umani innocenti, allora è logico estendere la nostra considerazione circa i diritti elementari anche agli animali non umani.

Peter Singer, uno dei pensatori più influenti dell’etica animale contemporanea, ha reso famoso lo “specismo”, sostenendo che la “liberazione animale” passa dal superamento di questo “pregiudizio a favore degli interessi dei membri della propria specie”.

Singer usa il principio di uguaglianza per giustificare la sua tesi. Egli estende il “tutti gli uomini sono uguali” al “tutti gli animali sono uguali”. Il riferimento è a un altro importante pensatore, Jeremy Bentham, che parlando degli animali affermava:

Il problema non è “possono ragionare?” né “possono parlare?”, ma “possono soffrire?”

Tutti gli animali soffrono: la loro componente emozionale è evidente soprattutto nelle manifestazioni di paura e rabbia. La capacità di provare dolore e piacere, elemento che dà valore positivo alla vita e prerequisito essenziale per avere degli interessi, è ciò su cui si basa l’uguaglianza tra animali, umani e non umani.

Per questo, Singer nota, lo specismo è mosso dalle stesse logiche discriminatorie che informano il razzismo o il sessismo:

Il razzista viola il principio di uguaglianza attribuendo maggior peso agli interessi della sua razza qualora si verifichi un conflitto tra gli interessi di questi ultimi e quelli dei membri di un’altra razza. Il sessista viola il principio di uguaglianza favorendo gli interessi del proprio sesso. Analogamente lo specista permette che gli interessi della sua specie prevalgano su interessi superiori dei membri di altre specie.

Così inquadrata, quella del superamento dello specismo è una questione profondamente politica, che riguarda non solo gli animali non umani, ma anche noi, animali umani, perché riflettere sulla natura delle relazioni che intratteniamo con gli altri animali e rimetterla in discussione è, in ultima analisi, uno sforzo che porta a interrogarsi sul senso che diamo alla nostra vita.

Oggi la situazione è la seguente: da una parte c’è la vita umana avvolta da una sacralità ossessiva, che non ammette eccezioni (basti solo pensare alle infinite polemiche sul fine vita o sull’aborto), e dall’altra parte ci sono lo sfruttamento e la messa a morte istituzionalizzata di tutti gli altri animali. Animali che, troppe volte, durante la loro vita non conoscono né amore, né tenerezza, ma solo dolore e violenza, che devono – quel che è peggio – sembrare loro infinite, perché essi non sanno vedere oltre il presente. In tali condizioni, la morte diventa l’unico gesto di compassione.

Maiali in un allevamento intensivo in Francia

Da questo punto di vista lo specismo è, come afferma Massimo Filippi:

la teoria che giustifica lo smembramento dei corpi, che separa i corpi che contano, da tutelare, proteggere e sacralizzare, da quelli che non contano, che possono essere uccisi e sfruttati impunemente.

Lo sfruttamento è la pietra insanguinata sulla quale la specie umana ha costruito e perpetra il suo dominio, il suo modello di (ri)produzione.

In questo senso, gli animali non umani giacciono all’ultimo gradino della piramide: sono corpi che possono essere acquistati e consumati a buon mercato, pezzo per pezzo. Animali da mangiare, da indossare, da sperimentare, da intrattenimento: sfruttamento e oppressione sono dappertutto e, se questi venissero meno, verrebbe meno l’architettura economica della società capitalista, che ha al suo vertice, manco a dirlo, l’uomo.

Sia ben chiaro, non un uomo qualunque, ma un maschio, bianco, eterosessuale, sano e possibilmente benestante. La superiorità di questo non ha nulla di “naturale”, ma è squisitamente politica, è un costrutto ad hoc per giustificare uno sfruttamento “per diritto di nascita”. Egli ha definito a sua immagine e somiglianza gli attributi che fanno di sé un “sapiens”, ha scritto da solo le regole di un gioco che lo vede in partenza vincitore.

In questo perverso “gioco”, gli animali costituiscono solo l’ultimo punto in una lunga lista degli oppressi, che include, tra gli altri, le persone di colore, gli immigrati, le donne, gli omossessuali, i disabili ecc. Tutti i movimenti per l’emancipazione di queste categorie sono mossi da un comune obiettivo: liberare l’uomo dalla sua autoproclamata superiorità.

Liberarlo per liberarsi e liberare: per sovvertire il sistema e non essere invece assorbite da esso, le lotte di liberazione hanno cercato negli anni, con fortune alterne, di convergere e mettere insieme i tasselli di un cambiamento di prospettiva che ha i tratti, in potenza, di un cambiamento d’epoca.

Kimberlé Crenshaw

La giurista americana Kimberlé Crenshaw ha coniato il termine “intersezioni” per descrivere le interazioni tra diverse forme di oppressione. Con riferimento alla discriminazione nei confronti delle donne di colore, Crenshaw ha fatto notare come la componente “razziale” e quella di “genere” del pregiudizio si mescolino in maniera tale che è difficile scindere l’una dall’altra. Sessismo e razzismo si rinforzano a vicenda.

Questo ragionamento può essere esteso anche agli animali, come fanno, ad esempio, le studiose di ecofemminismo Lori Gruen e Marti Kheel, le quali denunciano una “logica di dominazione” che divide artificialmente gli uomini, considerati più razionali, e le donne e le persone di colore, viste come più vicine alla natura e per questo considerate più in basso nella gerarchia sociale e, nei casi peggiori, apostrofate con nomi di animali.

Anche se queste riflessioni sono ancora lontane anni luce dalla narrazione che domina il discorso pubblico, esse sono più facilmente comprensibili da quelle donne e da quegli uomini che, in ogni parte del mondo, sono discriminati e sfruttati. 

È da questo barlume di consapevolezza, figlio della convergenza tra le narrazioni dell’oppressione umana e di quella non umana, che la politica, soprattutto quella progressista, dovrebbe partire, per immaginare nuove forme di convivenza.

Una società libera(ta) non ammette gabbie, mattatoi o laboratori, così come rigetta sedie elettriche e stanze delle torture. L’immenso dolore che provano i soggetti, umani e non, sottoposti a queste pratiche è sufficiente per giustificarne l’abolizione. 

Viventi umani e non umani, liberi tutti! ultima modifica: 2019-10-30T12:54:18+01:00 da MATTEO ANGELI

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