Politica e media. Parla Stefano Menichini

“La cifra del dibattito politico attuale? Non si contestano gli argomenti ma la base degli argomenti”.
scritto da MATTEO ANGELI
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Con l’intervista che qui pubblichiamo continua la serie di conversazioni con giornalisti che seguono la politica italiana, molti dei quali con una lunga esperienza. L’idea è di ragionare sulla relazione tra politica e stampa e su come quest’interazione abbia caratteristiche peculiari in Italia, influendo sull’una e sull’altra (g.m.)

La telenovela politica italiana sta vivendo una nuova stagione, dal ritmo serratissimo, con più colpi di scena che mai e un linguaggio libero dai freni del passato. Termini impronunciabili come disintermediazione e soggettivazione sono le chiavi del successo dei novelli Icaro della politica. Tutto sembra opinabile ed è scontro aperto su valori non contrattabili.

Quali sono le sfide per il giornalismo nel raccontare questo sistema, che in poco tempo fagocita i leader che eleva? Ytali ne ha parlato con Stefano Menichini, giornalista e scrittore, diciotto anni al manifesto, già direttore del quotidiano Europa e capo dell’ufficio per la comunicazione istituzionale del comune di Roma durante la seconda giunta Rutelli e, dal 2016, capo dell’ufficio stampa – responsabile della comunicazione della Camera dei deputati.

Stefano Menichini, tu hai cominciato la tua carriera giornalistica al manifesto a diciannove anni, nel 1979. Rispetto ad allora, com’è cambiato il mestiere del cronista politico?
Il mestiere in quanto tale non è cambiato molto: le basi sono sempre l’acquisizione di fonti credibili, la capacità di ricostruire gli eventi e le motivazioni che vi stanno dietro e l’abilità nel restituire tutto ciò agli utenti dell’informazione nella maniera più chiara possibile, anche spiegando situazioni che sono spesso complesse.

Sono invece cambiati completamente i media, le forme della diffusione dell’informazione, e questo ha avuto un impatto sulla qualità del prodotto finale. La televisione e, soprattutto, i social media richiedono una semplificazione sempre maggiore. A ciò si aggiungono la spettacolarizzazione degli eventi della politica, a cui la stampa fa ricorso per sopravvivere alla propria crisi, e il cambiamento della politica stessa, attraversata da processi di personalizzazione crescente. Tutto questo si traduce in un’informazione politica che, rispetto a quando ho cominciato questo mestiere, è ridotta in pillole oppure in show.

Inoltre, anche se l’oggetto è sempre lo stesso, sono cambiati i soggetti che fanno politica.

In che senso?
Quando ho cominciato a fare cronaca politica questo significava seguire le discussioni interne ai partiti, lo svolgimento dei congressi, gli equilibri parlamentari o di governo. C’erano ovviamente dei grandi leader, ma tutto avveniva dentro dei contesti ben definiti e organizzati: il partito, il governo, il parlamento. Adesso la situazione è molto più spezzettata: la figura del leader prevale sull’organizzazione che lui guida. Fare informazione politica diventa quindi sempre più seguire le svolte caratteriali del singolo leader. Si tratta di un aspetto che già in passato esisteva ma che oggi è diventato preponderante.

Tu hai lavorato a lungo per il manifesto e sei stato poi direttore di Europa, il quotidiano della Margherita. Questo ti ha permesso di osservare la sinistra italiana da un punto di vista privilegiato. Come sono cambiati in questi anni i politici di sinistra, sia nel loro rapporto con la stampa, sia, più in generale, nel loro modo di comunicare?
Quando un’intervista, un articolo o una dichiarazione di Enrico Berlinguer o di Bettino Craxi uscivano sull’organo di partito, si trattava di momenti molto importanti, caratterizzati da un linguaggio molto contenuto, di cui si decifravano anche le virgole e le pause. Adesso i leader, anche quelli di sinistra, tendono invece a inflazionare la propria presenza mediatica, rendendola quotidiana, contraddistinta da grande immediatezza e da un linguaggio molto meno controllato. L’idea è che questo sia necessario per raggiungere un target che altrimenti non sarebbe disposto a comprendere e seguire. La conseguenza è un messaggio politico molto semplificato e al tempo stesso mutevole. Si tratta di un dato generale della politica, che è evidente anche a sinistra.

A questo proposito, pensi che uno dei fattori d’incomprensione tra Matteo Renzi e la sinistra sia l’uso diverso dei media?
Sicuramente Matteo Renzi ha imposto alla sinistra uno shock comunicativo: ha rotto quel che rimaneva del retaggio passato, adottando una comunicazione disintermediata, ovvero saltando i luoghi tradizionali della mediazione politica e informativa, come i congressi, le direzioni di partito le conferenze stampa e anche le interviste, che tradizionalmente hanno consentito a militanti e dirigenti di partito di recepire e digerire in anticipo il messaggio politico del leader. Matteo Renzi, invece, di solito si rivolge direttamente all’utente finale, al cittadino, attraverso i social media, e così facendo obbliga gli stessi dirigenti del suo partito ad apprendere la linea politica allo stesso tempo di tutti gli altri, connettendosi su Facebook.

In una prima fase, questa strategia ha avuto successo e una buona parte del gruppo dirigente di sinistra ha cercato di adeguarsi a questo nuovo stile.

D’altra parte, però, questo stile ha rotto il rapporto di reciproca fiducia, sostegno e appoggio che c’è tra un leader e il suo gruppo dirigente, perché, con un leader come Renzi, il gruppo dirigente deve limitarsi a fare da follower, da cassa di risonanza.

Non è solo Renzi a usare questo modo di comunicare…
Senza scomodare Donald Trump, in Europa e in Italia ci sono politici che hanno spinto ancora oltre la metodologia di Renzi, come nel caso di Matteo Salvini. È chiaramente un fenomeno globale di ridefinizione delle regole della comunicazione politica. Alcuni sono più abili o propensi di altri a interpretare questo fenomeno.

Grande tifoso della Roma e appassionato di sport (non solo seduto in poltrona)

I più pessimisti dicono che la disintermediazione è la fine del giornalismo. Sei d’accordo?
Io vedo nel rapporto conflittuale che c’è tra Renzi e i giornalisti, tra Salvini e i giornalisti, tra Trump e i giornalisti, una smentita di questo pronostico infausto. Questo significa che esiste ancora il giornalismo di opposizione e, più in generale, che l’attività giornalistica critica ha ancora un ruolo e un’utilità.

Secondo te il giornalismo italiano ha qualche responsabilità rispetto alla deriva populista del Paese, per il modo in cui ha descritto la vita politica parlamentare?
Il giornalismo italiano vive in simbiosi con la politica, con essa condivide sempre responsabilità e colpe. In passato, ad esempio, il giornalismo italiano è stato incapace di leggere in tempo i fenomeni della corruzione o la rottura della fiducia tra i cittadini e la politica, così come è oggi corresponsabile di un inseguimento alla rappresentazione delle vicende istituzionali e politiche tendenzialmente demolitoria.

Porto una testimonianza relativa al lavoro che svolgo oggi all’ufficio stampa della Camera dei deputati. Sono qui da quattro anni: nei primi tre anni, durante la precedente legislatura, circa il novanta per cento delle domande di informazioni sulla Camera che ricevevamo dai giornalisti riguardavano temi come le pensioni dei parlamentari, i vitalizi, gli stipendi e i costi di amministrazione di Montecitorio.  Questo avveniva nel pieno di un assedio al Palazzo, dell’opinione pubblica e mediatico. Da un anno e mezzo a questa parte, invece, c’è stato un crollo verticale di queste richieste. Il motivo è abbastanza evidente: avendo i soggetti politici più capaci di interpretare la rabbia anticasta vinto le elezioni, sono scemati l’attenzione e lo scrupolo mostrati in precedenza dalla stampa.

Nel tuo attuale mestiere istituzionale di capo dell’ufficio stampa-responsabile della Comunicazione della Camera dei deputati, hai la missione di raccontare la Camera, i suoi lavori in aula, nelle commissioni, ecc. Può essere un modo – la comunicazione istituzionale – di contrastare intelligentemente ed efficacemente l’informazione veicolata dai media, che, come detto, privilegiano le manovre politiche e i retroscena rispetto alla produzione legislativa e al dibattito parlamentare?
No, la mia missione non è contrastare nessuno. La mia missione è rappresentare e offrire una fonte di informazione primaria su quello che avviene qui dentro, che sia totalmente neutrale e quindi completamente affidabile, per i cittadini e i giornalisti. La Camera è un’istituzione in cui tutti devono potersi riconoscere e lo stesso vale per il messaggio che esce da questa istituzione. Detto ciò, io non metto in discussione quello che i miei colleghi giornalisti poi fanno con le informazioni di base diffuse dal nostro ufficio stampa.

La vostra è una comunicazione rivolta soprattutto ai cittadini. Loro, i cittadini, l’apprezzano?
Ho l’impressione di sì. In questo senso ho qualche feedback interessante che viene dal monitoraggio della nostra comunicazione sui social: pensando a com’era il clima nei confronti della politica negli ultimi anni, ero abbastanza convinto che gli account istituzionali di Montecitorio su Twitter, Facebook e Instagram sarebbero stati bersagliati da critiche, attacchi e contestazioni. Invece, è esattamente l’opposto: la nostra attività sui social è recepita al 99 per cento in maniera positiva.

In una foto del manifesto Stefano Menichini è riconoscibile seduto al centro in prima fila

Come te lo spieghi?
In questa agitata agorà che sono i social, c’è una forma di rispetto e riconoscimento nei confronti delle istituzioni – dato se vuoi sorprendente – che può essere attribuita al fatto che le istituzioni a loro volta comunicano in maniera corretta e questo viene apprezzato. Noi forniamo e produciamo un prodotto grezzo per la comunicazione politica e di partito, costituito da ore e ore di trasmissione video, diretta o registrata, dei lavori parlamentari in aula, nelle commissioni, durante le audizioni e in conferenza stampa. Tutti questi contenuti sono accessibili da chiunque e utilizzabili prendendoli dal sito internet della Camera. Ciò dimostra come noi siamo in grado di fornire un supporto neutrale, che poi viene utilizzato per fini politici. Questo è un altro modo per adempiere al nostro compito, per dare una visione integrale e oggettiva di quello che succede in parlamento.

Al festival internazionale del giornalismo (2011)

I social media hanno cambiato il modo in cui la gente fruisce dell’informazione, con persone che oggi hanno la tendenza a informarsi attraverso Facebook. Cosa pensi del fatto che l’algoritmo di Facebook fa vedere agli utenti post e notizie che confermano il loro punto di vista?
Uno dei drammi della contemporaneità è che non c’è un terreno condiviso sul quale confrontarsi facendo ricorso a dati oggettivi. Purtroppo oggi ci sono sempre più delle arene separate, dove l’informazione primaria è già fortemente alterata, dalle fake news ma anche soltanto dalla manipolazione che viene apportata intenzionalmente. In ogni arena la base informativa è già preconfezionata: tutti quelli che dibattono nell’arena sono già d’accordo tra di loro e trovano conferma di quello che pensano nell’informazione che si scambiano. Per questo, è praticamente impossibile che ci sia un confronto libero, informato, consapevole, tra opinioni diverse, perché le informazioni di base non sono le medesime. Nel novanta per cento del dibattito politico di questi tempi, i politici si rinfacciano tra di loro di dire delle bugie, non di dire delle cose sbagliate o poco utili ai fini dell’interesse pubblico, ma semplicemente di mentire su dei dati di fatto che dovrebbero essere oggettivi e indiscutibili.

In passato questo non avveniva?
In passato, parlo dei tempi in cui c’erano il blocco sovietico e l’Occidente, esistevano delle grandi narrazioni aspramente contrapposte. Ciononostante, c’erano alcuni dati di fatto che non si potevano aggirare, con i quali bisognava fare i conti, anche scontrandosi. Adesso invece non c’è una realtà sulla quale ci si possa scontrare. Sembra tutto opinabile. Questa è la cifra del dibattito politico attuale: non si contestano gli argomenti ma la base degli argomenti.

Le conseguenze per la democrazia sono potenzialmente devastanti
Questa dinamica s’irradia nella società italiana, dove ognuno pensa di vivere in un Paese diverso da quello in cui sta vivendo l’altro.

Come uscire da questa situazione?
È importante che chi fa ricorso a tali pratiche si renda conto che l’abuso di questa metodologia di comunicazione e propaganda politica produce sempre un contraccolpo negativo, per cui alla fine non c’è mai nessuno che davvero vince. Lo dimostra anche la stagione politica in cui stiamo vivendo, dove leader e partiti conoscono fortune che durano al massimo due anni.

La stessa modalità di scontro politico ti porta a un successo rapidissimo e dopo sei mesi, dopo un anno, ti fa precipitare, sia perché c’è qualcuno che la usa contro di te sia perché le aspettative che hai suscitato ti si rovesciano contro.

Se il fatto che c’è sempre un risvolto negativo diventasse consapevolezza diffusa, non dico che si potrebbe tornare indietro, cosa che non è né possibile né auspicabile, ma si potrebbe comunque andare verso una rimodulazione della forma e del contenuto del messaggio veicolato dal politico.

A proposito di “tornare indietro”, l’Italia va verso un nuovo bipolarismo?
Sì. Negli ultimi anni e mesi sono state messe in campo delle questioni di valore fondanti, sulla solidarietà, sull’uguaglianza, sull’atteggiamento nei confronti dei diversi da noi. Quando si arriva a uno scontro valoriale tra concezioni così estreme, chi cerca di stare nel mezzo si trova spiazzato. Non so se chiamare questo destra e sinistra. Alcuni sono convinti che sia piuttosto un atteggiamento nei confronti di categorie come “apertura” o “chiusura”. Senza etichettarlo, è lo scontro tra punti di vista opposti su valori non contrattabili che secondo me definisce una nuova forma di bipolarismo.

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Politica e media. Parla Stefano Menichini ultima modifica: 2019-10-31T20:32:25+01:00 da MATTEO ANGELI

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