La fine del potere degli ayatollah inizia in Iraq

Le rivolte in corso nelle principali città irachene sono dirette contro il regime interno ma anche contro chi lo protegge.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Quattro novembre 1979. Gli studenti iraniani assaltano l’ambasciata Usa a Teheran. È l’inizio della “rivoluzione khomeinista”. Quattro novembre 2019. I manifestanti assaltano il consolato iraniano a Karbala, città santa sciita in Iraq (almeno tre i manifestanti uccisi). Gli sciiti iracheni si ribellano contro la “casa madre” iraniana. E le cose non vanno meglio per gli Hezbollah libanesi, spiazzati da una rivolta popolare che vede protagonisti anche giovani sciiti. La mezzaluna rossa sciita non brilla più. Karbala è in rivolta.

Il 29 ottobre, uomini mascherati sparano uccidendo diciotto persone e ferendone centinaia. Il testimone ha raccontato che i manifestanti si trovavano in alcune tende montate in una piazza della città quando sono stati raggiunti da colpi di arma da fuoco sparati da un’auto in corsa. Sempre secondo il testimone, che ha voluto mantenere l’anonimato, a quel punto sono arrivati uomini mascherati vestiti di nero che hanno cominciato a sparare contro i manifestanti.

Haroot Eskenian

Una rivolta che va avanti nonostante repressione, coprifuoco, comparsa di squadroni della morte, da oltre un mese. Il bilancio delle vittime ha superato i 250 morti e oltre ottomila feriti. Ancora strade bloccate a Bagdad: i dimostranti antigovernativi sono tornati a manifestare accendendo fuochi e creando barricate con materiali di fortuna, vecchi pneumatici e filo spinato. Chiedono a gran voce le dimissioni del governo accusato di corruzione e dell’aumento del costo della vita.

Vogliamo i nostri diritti perché non abbiamo niente, né lavoro, né altro. I privilegi sono solo per i partiti politici. Oggi abbiamo chiuso tutte le strade e stasera torneremo in piazza aTahrir

gridano i manifestanti davanti alle telecamere che seguono l’evolversi della protesta.

4 novembre 1979, assalto all’ambasciata degli Usa a Teheran
4 novembre 2019, assalto al consolato dell’Iran a Karbala

Il primo ministro iracheno Adel Abdul-Mahdi ha riunito in un incontro i responsabili della sicurezza per valutare eventuali interventi nelle prossime ore. In Iraq si passa alla disobbedienza civile. Dopo settimane di manifestazioni per le strade, con una lunga scia di morti, la collera contro il governo, promossa soprattutto da studenti e sindacati, si esprime in varie forme di boicottaggio e ostruzionismo, con strade bloccate e luoghi pubblici occupati. Da giorni migliaia di giovani, studenti, sindacalisti, professori universitari, ingegneri e cittadini comuni occupano ad esempio la centrale piazza Tahrir a Baghdad, trasformata in un vasto accampamento pacifico di persone che chiedono non solo maggiori diritti socioeconomici, ma anche trasparenza e superamento del confessionalismo politico.

Le massicce proteste popolari sono dunque più festose rispetto alle prime ondate rabbiose in ottobre. Sull’esempio del vicino Libano, dove da metà ottobre la disobbedienza civile ha di fatto paralizzato il paese, in Iraq domenica è stato indetto uno sciopero generale a tempo indeterminato. La mobilitazione generale riguarda principalmente le città del sud sciita, regione nota per le ampie risorse energetiche, ma anche per la povertà endemica e l’assenza di servizi generali.

Uno scenario preoccupante per il vicino Iran, che esercita una forte influenza politica e militare sul governo iracheno guidato dal premier Adil Abdul-Mahdi. E nonostante le insistenti voci sulle sue possibili dimissioni, il primo ministro resiste, anche perché l’Iran e i suoi alleati locali non sanno per ora come rispondere politicamente alle proteste.

Secondo l’organizzazione non governativa Transparency Internacional, l’Iraq è il secondo produttore al mondo di petrolio, ma anche il tredicesimo più corrotto: un cittadino su cinque vive al di sotto della soglia di povertà e la disoccupazione giovanile è intorno al 25 per cento.

La prima fase delle mobilitazioni era iniziata ai primi del mese proprio nella capitale e a Nassiriya a cui era seguita una repressione col pugno di ferro da parte delle forze dell’ordine. Fonti ufficiali riferiscono che dal 2004, a un anno di distanza dall’invasione statunitense che ha determinato la cacciata di Saddam Hussein, circa 450 miliardi di fondi pubblici sono svaniti nelle tasche di politici e uomini di affari. In questa situazione, corruzione e politica appaiono intrinsecamente connessi, secondo quanto riporta il quotidiano The New Arab.

Non solo i ministri sono spesso implicati nelle frodi, ma il settore pubblico è sovradimensionato e facile da truffare e si contraddistingue per le migliaia di impiegati “fantasma” che percepiscono stipendi senza in realtà lavorare .

Secondo i dati parlamentari, dal 2003 questo fenomeno è costato all’Iraq 228 miliardi di dollari, anche se questo numero potrebbe essere significativamente più alto. Una rivolta sociale, certo, contro élite corrotte. Ma quello che sta avvenendo in Iraq, come in Libano, è anche altro. È una rivoluzione culturale che rompe i vincoli di un tribalismo etno-religioso. A giovani che cercano lavoro, la nomenclatura sciita al potere risponde con la vecchia narrazione khomeinista che non fa più presa nelle nuove generazioni.

“La migliore soluzione per l’Iraq è nominare un primo ministro sciita con padre sunnita e madre cristiana, sposato con una curda, nato in Iran, studi in Arabia Saudita, passaporto americano, che beve di notte e di giorno prega”

La piazza allarma i vertici di Teheran perché è una piazza che non può essere eterodiretta o orientata, come in passato, contro l’Occidente e il “nemico sionista”. Tasto su cui, invece, continua a battere la Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, che incolpa Stati Uniti, Israele e alcuni paesi occidentali per le proteste in corso in Iraq e in Libano.

Il più grande colpo che i nemici possono infliggere a qualsiasi paese – ha detto Khamenei mercoledì, intervenendo a una cerimonia di diploma per cadetti militari presso l’Accademia della difesa aerea Khatam al-Anbia, a Teheran – è quello di privarlo della sicurezza, cosa che hanno iniziato a fare in alcuni paesi della nostra regione. I servizi segreti americani e occidentali, sostenuti dal denaro di alcuni paesi reazionari della regione, stanno causando tumulti per distruggere la sicurezza. Ripristinare la sicurezza va posta come priorità. Raccomando a coloro che hanno a cuore l’Iraq e il Libano di fronteggiare le rivolte e l’insicurezza innescate dall’America, dall’entità sionista (Israele, ndr) e da alcuni paesi occidentali.

In passato, ha aggiunto Khamenei, anche l’Iran è stato bersaglio di “cospirazioni simili”, ma è riuscito “a sventare le trame grazie alla vigilanza della nazione e alla preparazione delle sue forze armate”.

Negli ultimi anni l’Iran è riuscito a ottenere grande influenza nella politica irachena, ma non solo. Le milizie sciite presenti nel paese – legate all’Iran e diventate ancora più potenti grazie alle vittorie militari contro l’Isis – hanno costruito una specie di impero economico: hanno preso il controllo dei progetti di ricostruzione postbellici e hanno sviluppato innumerevoli attività illecite. Teheran non può perdere la sua influenza, il suo controllo sull’Iraq. Per ragioni geopolitiche, per gli interessi economici in ballo. E perché una vittoria della rivolta potrebbe determinare un effetto domino destabilizzante per il regime degli ayatollah non solo a livello regionale ma anche in casa.

Ecco allora scendere in campo l’uomo forte del regime militare-teocratico iraniano. Stando a quanto riferisce la Associated Press, il comandante della Forza Quds del Corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane, Qassem Soleimani, è volato a Bagdad dopo lo scoppio della seconda ondata di proteste e ha presieduto un incontro con alti funzionari della sicurezza iracheni durante il quale ha spiegato come il regime iraniano ha saputo domare le protestate.

In Iran sappiamo come affrontare le proteste – avrebbe affermato Soleimani –. Cose di questo genere sono accadute in Iran e le abbiamo messe sotto controllo.

Un controllo che ha lasciato dietro di sé una lunga scia di sangue e carceri piene di oppositori. Secondo funzionari iracheni che hanno parlato ai media in condizione di anonimato, il giorno dopo la visita di Soleimani le forze di sicurezza del governo e le milizie hanno represso i manifestanti: il bilancio delle vittime è salito a cento dopo che cecchini non identificati hanno sparato contro i manifestanti alla testa e al torace e più di duecento manifestanti sono stati uccisi in meno di una settimana.

Secondo uno studio recente, i pasdaran controllerebbero addirittura il quaranta per cento dell’economia iraniana: dal petrolio al gas e alle costruzioni, dalle banche alle telecomunicazioni. Un’ascesa che si è verificata soprattutto sotto la presidenza di Ahmadinejad, ma che è proseguita sotto quella di Rouhani.

I pasdaran fanno direttamente capo alla Guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei. E sempre la Guida suprema controlla direttamente la Setad, una fondazione con 95 miliardi di dollari di asset presente in tutti i comparti dell’economia. Doveva rimanere in vita solo un paio d’anni ma nel corso del tempo si è trasformata in un colosso immobiliare – 52 miliardi di asset – che ha acquistato partecipazioni in decine di aziende in quasi tutti i settori: finanza, petrolio, telecomunicazioni, dalla produzione di pillole anticoncezionali all’allevamento degli struzzi.

Tra portafoglio immobiliare (52 miliardi di dollari) e quote societarie, 43 miliardi, la Setad ha un valore nettamente superiore alle esportazioni petrolifere iraniane dello scorso anno. Se si somma il potere diretto di Khamenei a quello altrettanto pervasivo e radicato della “Pasdaran Holding”, si ha un quadro sufficientemente nitido su un regime teocratico-militare che si è fatto, per l’appunto, sistema. Un sistema che ha sempre più condizionato le politiche della Repubblica islamica dell’Iran.

Per sostenere direttamente il regime di Assad, l’Iran, come Stato, attraverso le proprie banche, ha investito oltre 4,6 miliardi di dollari, che non includono gli armamenti scaricati quotidianamente da aerei cargo iraniani all’aeroporto di Damasco, destinanti principalmente ai Guardiani della rivoluzione impegnati, assieme agli hezbollah, a fianco dell’esercito lealista. Non basta. Almeno cinquantamila pasdaran hanno combattuto in questi anni in Siria, ricevendo un salario mensile di trecento dollari. Lo stato iraniano ha pagato loro anche armi, viaggi e sussistenza. E così è avvenuto anche per i miliziani del Partito di Dio.

Sono anni che l’Iran paga tutte le spese degli Hezbollah libanesi e ora anche dei ribelli Houthi yemeniti – dice all’Avvenire Shirin Ebadi, avvocata, attivista dei diritti umani, premio Nobel per la pace 2003 –. Abbiamo speso molto denaro nella guerra in Siria e in Iraq, fondi che avrebbero dovuto essere convogliati al miglioramento delle condizioni di vita del mio popolo e che, invece, hanno creato ulteriore povertà nel paese e nella regione.

Quello della “Pasdran holding” è un impero economico che si regge sul controllo ferreo delle piazze sciite. E se queste si rivoltano, l’impero può crollare.

La fine del potere degli ayatollah inizia in Iraq ultima modifica: 2019-11-04T17:09:54+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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