Ricordando Rabin, sperando in Gantz

Nella giornata di commemorazione del leader ucciso 24 anni fa, l’Israele che crede nella pace si ritrova e ritrova la forza di farsi valere.
scritto da DAN RABÀ

“Rabin è stato ucciso dalle divisioni interne, dall’istigazione e dall’odio. Io non consentirò all’odio di prevalere e anche voi non lo consentirete”. Lo ha detto Benny Gantz, premier incaricato e leader di Blu-Bianco, parlando, per la prima volta nella sua nuova veste politica, alla commemorazione, questa sera [sabato 2 novembre] a Tel Aviv, dell’ex primo Yitzhak Rabin ucciso 24 anni fa da un estremista di destra ebreo. ”Israele – ha aggiunto davanti a decine di migliaia di persone – vincerà quanti seminano odio” (ansa)

[TEL AVIV]

Sabato sera. 2 novembre. Piazza Rabin. Manifestazione, come ogni anno, in ricordo di Yitzhak Rabin, ucciso il 4 novembre 1995. Sono passati 24 anni. Sembra ieri. L’omicidio fu un evento terribile, paragonabile a quel che ha significato l’assassinio di Aldo Moro nella recente storia italiana. Due fatti che hanno cambiato il corso della storia nei due rispettivi paesi. In Italia erano i giorni in cui si tentava di realizzare il compromesso storico, l’incontro tra cattolici e comunisti che l’omicidio di uno dei due artefici principali riuscì a impedire. Così come in Israele s’era vicini a una pace onorevole tra israeliani e palestinesi, quasi s’era riusciti nell’impresa, e tutto crollò come un castello di carte. “Qualcuno” non voleva e non vuole questa pace.

Come in Italia, in Israele una generazione ha visto crollare i suoi ideali e via via è scivolata in quello che un tempo si diceva “riflusso”. Il rifugio nel privato, la crisi della militanza, il rifiuto della politica. In questi 24 anni Israele è andata spostandosi sempre più a destra. Diffidenza, sfiducia, intolleranza nei confronti degli arabi hanno avuto il sopravvento. Una politica sempre più nazionalista. Arrogante.

E oggi? Si dice che siamo in un’epoca in cui le definizioni e le distinzioni destra/sinistra sono stinte, sembrano addirittura aver perso di senso. È davvero così? Certo è che, anche qui, la classe operaia va scomparendo, non si parla più di lotta di classe, il sindacato ha perso “la forza propulsiva” d’un tempo. Gran parte dei politici israeliani condivide la stessa visione economica. Concorrenza, competizione e mercato ne sono i caposaldi. C’è tuttavia, ancora, una distinzione netta, che divide l’elettorato. Tra chi è (dopo una guerra dai più considerata ormai inevitabile) per il negoziato e crede nella pace e nella convivenza, e chi è convinto che la guerra sia un dato permanente. E non può certo mancare la religione a complicare le cose. Gruppi di fanatici fondamentalisti che vogliono imporre “la legge di Dio”.

La destra è in ascesa (come del resto, a livello mondiale) e la sinistra è sulla difensiva. Confusa, insicura, in crisi di identità. Nelle ultime elezioni il processo di decomposizione del Partito laburista (HaAvoda) si è consumato in tutta la sua drammaticità. I discendenti del socialismo che hanno fondato lo stato ebraico ed esercitato un’egemonia nei primi anni della sua esistenza, sono ridotti a un manipolo di sei deputati (su 120 che compongono la Knesset, il parlamento).

Il partito di alternativa al governo di estrema destra di Netanyahu è in realtà un partito di centro-destra. Non molto diverso nella sua politica economica e in quella militare dal partito di maggioranza dell’attuale governo (il Likud). Non è uno scontro ideologico dunque a dividerli, la differenza è altrove. Riguarda la corruzione, la mafia di potere, l’arroganza di chi occupa poltrone da troppo tempo, il quadro desolante che caratterizza l’ormai lunga permanenza al potere di Bibi e della sua cerchia.

Un partito degli onesti, Kaḥol Lavan (Blu Bianco, i colori della bandiera), guidato dall’ex numero uno delle forze armate Binyamin “Benny” Gantz, incaricato di formare il nuovo governo, l’anti-Bibi. Onesti perché nuovi alla politica, e dunque anche privi d’esperienza. L’immagine di questa nuova forza politica, fondata dieci mesi fa, si basa, per molti versi, su quella delle forze armate (Tzva HaHagana LeYisra’el, semplicemente chiamate Tzahal o Tsahal). I tre generali (con Gantz, Moshe Bogie Ya’alon e Gabriel Gabi Ashkenazi) che compongono insieme a un giornalista, Yair Lapid, il nucleo dirigente di Blu bianco, si sono distinti nella loro carriera militare, sono per questo figure popolari con un’aura di eroismo, sono percepite come leader in grado di dare sicurezza agli israeliani, la maggioranza dei quali con anni di servizio militare, un’esperienza di vita di cui sono fieri. E le forze armate, in Israele, sono l’unica istituzione che dà assoluta fiducia. È un esercito popolare. Con un’immagine di limpidezza, onestà, dedizione, altruismo. Si dice che gli amici migliori siano i compagni d’arme. Si rimane affettivamente legati per sempre ai propri commilitoni. Nel momento del bisogno, del pericolo, ci si rivolge ai commilitoni e con fiducia al comandante (dei bei tempi). Difficile spiegare quanto in Israele la società civile sia permeata di valori “militari”. Tre anni di leva forgiano l’individuo, l’israeliano/a. Lo educano, in parte lo condizionano.

Benny Gantz tra Moshe Bogie Ya’alon, a destra, e Gabriel Gabi Ashkenazi

Il giornalista Yair Lapid, il quarto del nucleo dirigente, è una star della televisione, figlio di un grande giornalista, Tommy Lapid, che entrò in politica (come lui) ed ebbe un rapido successo (era uno che in Italia si direbbe un mangiapreti). Yair è il tipico “giovane israeliano” di questi tempi, un po’ bullo, arrogante ma simpatico, piace naturalmente molto alle donne (il che non è secondario in questo paese in fondo provinciale). È quello che si definisce “sale del paese” (melah ha haretz), il meglio della nostra gioventù. Il ragazzone non ha finito la maturità, dice di essere autodidatta, scrive canzoni, ha fatto un film (serio e di successo), è un divo televisivo, e sa parlare! Un bel giorno ha deciso di fondare un partito e s’è messo in testa di diventare primo ministro. Ha girato il paese per un anno per farsi conoscere come politico e ha riunito intorno a sé celebrità ed esperti. Si definisce di centro, sottolineando non di sinistra. Il suo partito non è un esempio di democrazia (un po’ alla Beppe Grillo), è il partito di Lapid, che ne è il segretario indiscusso (e indiscutibile). Nel gruppo dei quattro, Lapid ha messo a disposizione il partito, come struttura organizzata. Gli altri tre, i generali, l’immagine.

Yair Lapid

Sabato sera, alla manifestazione, come principale oratore politico, è stato invitato Benny Gantz. Sorridente, sicuro di sé e somiglia un po’ a Rabin (che, ricordiamolo, era anche lui un generale, un veterano, un eroe). Perfino nella voce si somigliano. La manifestazione era indetta con lo slogan Contro la violenza, per la pace. Come 24 anni fa. Allora c’era una grande violenza verbale. Bibi Netanyahu era allora il capo dell’opposizione e accusava Rabin di essere un traditore che si metteva d’accordo con l’odiato Arafat contro gli interessi del popolo. La destra organizzò una manifestazione contro gli accordi di Oslo che erano basati sul riconoscimento reciproco. Israele avrebbe riconosciuto l’Organizzazione Liberazione della Palestina come rappresentante dei diritti dei palestinesi e l’OLP avrebbe riconosciuto l’esistenza di Israele come patria degli ebrei. Il principio era “territori in cambio di pace”. Israele avrebbe “liberato” i territori occupati in cambio della fine dell’opposizione armata (fine del terrorismo e degli attentati). Per i fondamentalisti ebrei (i religiosi di estrema destra) ciò era inaccettabile. Non si deve cedere neanche un centimetro di terra, la terra è nostra per decisione divina, Dio ci ha dato tutto il territorio ed è un’eresia rinunciarne anche a una parte.

Il problema è rimasto lo stesso da allora, anzi s’è aggravato a causa degli insediamenti ebraici nei territori occupati, che in un’ipotesi di pace si dovrebbe cedere ai palestinesi. L’estrema destra religiosa di fatto occupa terre che sono palestinesi, con l’intenzione dichiarata di prendere de facto il territorio e impedire la creazione di uno stato palestinese (va comunque ricordato e ammesso che nei territori rivendicati dai palestinesi vi sono molti insediamenti antichi, citati dalla Bibbia come teatro della storia ebraica). La soluzione ottimale sarebbe una pace con rispetto di culto reciproco e la libertà per gli ebrei di visitare per turismo o fede religiosa i vecchi insediamenti.

Come allora ci sono voci che accusano la sinistra di essere troppo indulgente con gli arabi, gridano al tradimento: “sarete puniti dalla violenza dell’ira divina” (che poi è molto “umana”, essendo la violenza esercitata da persone fisiche, israeliani violenti).

Gantz propone un “compromesso storico”, un governo di unità nazionale basato sui due partiti maggiori che, uniti, hanno la maggioranza in parlamento (32 seggi il Likud, 33 Kaḥol Lavan: 65 su un parlamento di 120). Un governo di pacificazione nazionale, per contrastare le ondate di odio che le esasperate campagne elettorali hanno accentuato.

Il ricordo dell’omicidio di Rabin deve unire e non dividere. La manifestazione nel suo ricordo è stata un momento di incontro di coloro che ancora credono nella pace, sinistra e non solo, un po’ un momento per contarsi, ritrovarsi, un momento di nostalgia, sottolineato dalle canzoni tradizionali della pace. Una piazza con tanti giovani, molti dei quali non hanno vissuto direttamente la tragedia, speranza dei veterani di mille battaglie per la pace.

Ricordando Rabin, sperando in Gantz ultima modifica: 2019-11-04T15:59:04+01:00 da DAN RABÀ

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