Venezia e Mestre, una scelta che costa

Il primo dicembre si svolgerà il referendum sul futuro del comune veneziano, il quinto. Quarant’anni di dibattito, cinque milioni di euro spesi.
scritto da MARCO MILINI

Si avvicina ogni giorno che passa la data fatidica del primo dicembre, domenica in cui si terrà il referendum per decidere sulla separazione di Venezia e Mestre in due comuni distinti. O sull’autonomia, come preferiscono definirla i promotori della consultazione. Sta di fatto che per la quinta volta in quarant’anni i cittadini saranno chiamati a esprimersi. Finora ha prevalso il No; oppure, come nell’ultima consultazione del 2003, non si raggiunse il quorum: momento più basso di una partecipazione al voto che negli anni non ha fatto che diminuire. Cosa succederà questa volta, ancora non si sa. Quello che sì, invece, si sa, è quanto finora sia costato. La questione dei costi della consultazione è un tema politicamente spinoso, spesso sollevata da chi ne teme l’esito. Ma se la democrazia ha un costo, è anche giusto conoscerlo:

  • 1979: stanziati dalla Regione Veneto 500.000.000 lire (258.228,50 euro);
  • 1989: stanziati dalla Regione Veneto 2.450.000.000 lire (1.265.319,40 euro);
  • 1994: stanziati dalla Regione Veneto 3.000.000.000 lire (1.549.370,70 euro);
  • 2003: stanziati dalla Regione Veneto 1.207.309,53 euro;
  • 2019: stanziati dal Comune di Venezia, per poi essere rimborsati, 701.500 euro.

Il costo complessivo dei cinque referendum ammonta dunque a quasi cinque milioni di euro: per la precisione a 4.981.728 euro.

Facendo un calcolo approssimativo, considerando che la popolazione della nostra regione è di circa cinque milioni di persone, possiamo dire che finora ogni cittadino veneto ha pagato un euro per far votare sulla questione. È tanto, è poco? Interessa ai padovani, ai trevigiani, ai bellunesi, ai vecentini, ai rodigini e ai veronesi (per non dimenticare, giustamente, nessuno) la questione?

Un euro a testa: se ci si pensa, non è poi così tanto. Più o meno un caffè. Potrebbero quindi ritenerlo un giusto prezzo da pagare per permettere a quanti vivono nel comune di Venezia di decidere sul futuro della loro amministrazione. E poi, non bisognerebbe sempre considerare i soldi spesi per momenti di consultazione democratica come soldi ben spesi? La democrazia, la partecipazione non hanno prezzo. E quasi con certezza, dovendo risparmiare, ci sarebbero altre voci di spesa pubblica dove iniziare a tagliare.

Però la domanda potrebbe essere: tutti questi caffè, questi soldi sono stati spesi per una questione ritenuta importante dalla popolazione? Ossia, se agli stessi veneziani e mestrini (con cui qui intendiamo tutti gli abitanti della terraferma) interessi l’argomento. Perché, come si diceva in apertura, a quanto pare negli anni l’interesse è scemato, almeno a giudicare dalla partecipazione. I dati di affluenza e voto delle varie consultazioni questo almeno raccontano:

Referendum 17 giugno 1979 (Sindaco Mario Rigo)
Votanti: 214.565 pari al 79,54% degli aventi diritto
dei quali 59.503 per il Sì (27,61%) e 155.362 per il No (72,39%)
Venezia e Isole: votanti 90.844 dei quali 23,69% per il Sì (21.528 elettori) e 76,31% No (69.316 elettori)
Terraferma: votanti 123.721 dei quali 30,45% per il Sì (37.675 elettori) e 69,55% No (86.046 elettori)

Affluenza e risultati Referendum 17 giugno 1979

Referendum 30 aprile 1989 (Sindaco Antonio Casellati)
Votanti: 204.845 pari al 74,14% degli aventi diritto
dei quali 84.949 per il Sì (42,2%) e 116.275 per il No (57,8%)
Venezia e Isole: votanti 76.936 dei quali 37,47% per il Sì (28.472 elettori) e 62.52% No (47.506 elettori)
Terraferma: votanti 127.909 dei quali 45,07% per il Sì (56.477 elettori) e 54,92% No (68.769 elettori)

Affluenza e risultati Referendum 30 aprile 1989

Referendum 6 febbraio 1994 (Sindaco Massimo Cacciari)
Votanti: 182.928 pari al 67.93% degli aventi diritto
dei quali 80.263 per il Sì (44,43%) e 100.381 per il No (55,57%)
Venezia e Isole: votanti 65.385 dei quali 43,86% per il Sì (28.287 elettori) e 56.14% No (36.200 elettori)
Terraferma: votanti 117.543 dei quali 44,75% per il Sì (51.976 elettori) e 55,25% No (64.181 elettori)

Affluenza e risultati Referendum 6 febbraio 1994

Referendum 16 novembre 2003 (Sindaco Paolo Costa) 
Votanti 93.137 pari al 39,30% degli aventi diritto
dei quali 32.011 per il Sì (34,37%) e 61.126 per il No (65,63%)

Affluenza e risultati Referendum 16 novembre 2003

Guardando questi numeri, per darne una lettura, si potrebbe dire che nei primi tre referundum è progressivamente calata la partecipazione e sono aumentati i Sì: come se chi aveva votato No si fosse progressivamente stancato di rispondere a un quesito su cui si era già espresso. Più secco ancora il giudizio della cittadinanza che si potrebbe distinguere nei dati dell’ultimo referendum, dove non si è raggiunto il quorum e i No sono tornati a crescere: come se i fautori della separazione avessero perso buona parte del sostegno che avevano in passato tra la popolazione. Come se nel 2003, ventiquattro anni dopo la prima votazione, la questione avesse ormai perso, per i più diversi motivi, la capacità di mobilitare l’interesse della cittadinanza. E invece, sedici anni dopo, si ripropone il dibattito.

E questa volta come andrà a finire? Sono cambiate le cose dal 2003? Sicuramente sono cambiate, sia nella città d’acqua sia in quella di terra, sia a Venezia sia a Mestre, con la prima ormai giunta al limite delle proprie capacità di sopravvivenza come luogo di residenza e non solo turistico, con tutto ciò che questo comporta, e la seconda in cerca di una sua propria, matura identità. C’è da chiedersi allora se la separazione possa aiutare in questo senso. È forse vista come extrema ratio per risolvere dei problemi che negli anni l’attuale assetto comunale non è stato in grado di risolvere? O forse è solo un gesto disperato che in scala locale richiama lo spaesamento complessivo della società italiana impantanata in annosi problemi mentre attorno il mondo gira vorticosamente, e non solo metaforicamente cresce il livello dei mari mincacciando di farci trovare con l’acqua alla gola?

Qualunque sarà l’esito del prossimo referendum, c’è da sperare una cosa: che i fini perseguiti siano la risoluzione dei problemi sociali che colpiscono sempre di più le fasce più deboli, la salvaguardia del patrimonio artistico e ambientale, la vivibilità della città, uno sviluppo sostenibile, la promozione dei beni comuni. Solo in quest’ottica ogni intervento, anche drastico, può avere un senso. Altrimenti, è tutto come prima, cambia la forma ma non la sostanza. Con la quasi certezza che non si può andare avanti così altri quarant’anni: se non si troveranno strumenti concreti per risolvere i problemi di Venezia e Mestre, potrebbe non restare molto su cui votare.

Venezia e Mestre, una scelta che costa ultima modifica: 2019-11-04T19:24:38+01:00 da MARCO MILINI

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1 commento

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Cora 10 Novembre 2019 a 7:43

Io sì
Si
Alla
Separazione

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