Arabi israeliani. Quando il compromesso è segno d’intelligenza politica

La sofferta decisione assunta dalla grande maggioranza dei parlamentari della Joint List (dieci su tredici) di sostenere la candidatura di Benny Gantz come premier è stata bollata come “cedimento” dai “puristi” di casa nostra, subito alla ricerca di un dissenziente che confortasse il loro punto di vista.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte.

Così Amos Oz, il grande scrittore israeliano recentemente scomparso, in un libro-pamphlet, Contro il fanatismo, la cui lettura farebbe molto bene, intellettualmente e politicamente parlando, ai tanti “puristi”, anche di casa nostra, che invece affibbiano alla parola “compromesso” una declinazione tutta in negativo. Compromesso come capitolazione, come resa, come tradimento. Si scrive compromesso, si legge cedimento. Questa estremizzazione ideologica, i “puristi” la esercitano con particolare impegno e determinazione quando devono affrontare quelle che, nella loro accezione, vengono classificate come “rivoluzioni tradite”.

È il caso della “rivoluzione palestinese”. I nemici del compromesso, quando non impegnati a elencare tutti i misfatti, veri o presunti, perpetrati da Israele, vestono i panni, a loro molto stretti, di professori impartendo lezioni di politica ai leader che quella “rivoluzione” avrebbero tradito. A ben vedere, era stato così anche per Yasser Arafat: icona portata in giro nelle manifestazioni di mezzo mondo come una madonna pellegrina con la kefiah, quando impersonava il capo guerrigliero duro e puro, salvo poi diventare un mezzo traditore nel momento in cui cercò di comportarsi da leader politico e capo di uno stato in formazione, stringendo la mano al “nemico” israeliano, Yitzhak Rabin, e siglando gli Accordi di Oslo-Washington.

Ayaman Odeh, Benny Gantz e Ahmad Tibi

Il fatto è che la politica è l’arte del compromesso, un esercizio difficile, tutt’altro che sicuro nei suoi esiti, ma è un passaggio obbligato per chi non vive di rendita sull’emarginazione, sull’esclusione. Per chi sa che è meglio sporcarsi le mani per ottenere dei risultati parziali, ma concreti, piuttosto che campare sulla testimonianza di una purezza senza costrutto. È il caso degli arabi israeliani. La sofferta decisione assunta dalla grande maggioranza dei parlamentari della Joint List (dieci su tredici) di sostenere la candidatura di Benny Gantz, il leader di Kahol Lavan (Blu e Bianco), come premier, nelle consultazioni avviate dal capo dello Stato israeliano, Reuven Rivlin, è stata bollata come “cedimento” dai “puristi” di casa nostra, subito alla ricerca di un dissenziente che confortasse il loro punto di vista.

Ayman Odeh

Come si può sostenere un ex capo di stato maggiore dell’Idf (le Forze di difesa israeliane) che ha guidato operazioni di guerra a Gaza? Gantz è un Netanyahu ripulito, senza fardelli giudiziari sulle spalle, ma proprio per questo, è il chiaro non detto, può risultare ancor più pericoloso di Bibi. La conclusione è lapidaria: aprire a Gantz è un cedimento. Di più, è un tradimento. E sul banco degli imputati, i “puristi” fanno sedere anche il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), colpevole, a loro dire, di aver fatto pressioni sui leader della Joint List perché aprissero un credito a Gantz. Su quel banco finisce pure, e in prima fila, il presidente della Joint List, Ayman Odeh, colui che più si è speso per far valere le ragioni della comunità araba israeliana (oltre il venti per cento della popolazione d’Israele) nelle trattative avviate, alla luce del sole, con il premier incaricato.

Per tanto, troppo tempo, la discriminazione verso gli arabi israeliani è stata trasversale ai partiti israeliani. Variavano i toni, ma non la sostanza: la nostra era un’esclusione pregiudiziale. Ora non è più così. Nessuno ci ha regalato niente. Abbiamo combattuto perché le problematiche che riguardano una comunità che rappresenta oltre il venti per cento della popolazione d’Israele entrassero nell’agenda politica di chi ha l’ambizione di governare… Noi vogliamo vivere in un luogo pacifico basato sulla fine dell’occupazione, sulla creazione di uno stato palestinese accanto allo stato di Israele, sulla vera uguaglianza, a livello civile e nazionale, sulla giustizia sociale e sicuramente sulla democrazia per tutti. Un’aspirazione che non potrà mai essere realizzata se al governo ci saranno ancora Netanyahu e le destre razziste.

È un passo dell’intervista concessa in esclusiva a ytali da Odeh. Un passo illuminante di una concezione della politica attenta, ma non succube, dei rapporti di forza, che sa distinguere tra una destra razzista e un centro che può essere positivamente condizionato. È la politica come compromesso. Ma nulla importa, ai “puristi”, che, nella stessa intervista, il presidente di Joint List chiarisca:

All’ordine del giorno non è la nostra partecipazione al governo, ma porre al centro della discussione i temi che stanno più a cuore alla nostra comunità, quelli che riguardano la sicurezza, il lavoro, gli investimenti in infrastrutture e abitazioni, la giustizia sociale, l’istruzione. Su questo l’unità esiste al nostro interno, ed è un bene che va preservato. D’altro canto, la nostra decisione di raccomandare Gantz come prossimo primo ministro senza unirsi al suo possibile governo di coalizione di unità nazionale è un chiaro messaggio che l’unico il futuro di questo paese è un futuro condiviso e non esiste un futuro condiviso senza la piena ed equa partecipazione dei cittadini arabi israeliani…

Una partecipazione che porta con sé anche la volontà di trovare luoghi in cui sperimentare una positiva, e reciproca, “contaminazione” tra storie, sensibilità, linguaggi, identità che in una oggettiva convergenza di estremi che si toccano, i puristi della “rivoluzione tradita” e la destra fondamentalista israeliana vorrebbero cancellare. Cancellare esperienze di straordinario significato, come quella che vede impegnati nel Centro Medico di Hadassah di Gerusalemme – all’avanguardia nel mondo – medici ebrei e arabi israeliani.

L’ospedale Hadassah di Ein Kerem

Scrive Ellen Hershki su The Times of Israel:

La coesistenza pacifica è sia pratica che morale. “Israele vive molte tensioni e quando presenti una équipe medica composta da persone di ogni ceto sociale, questo calma le cose”, osserva il dottor Hadar Merhav, ebreo nato a Gerusalemme, direttore dell’unità trapianti presso il campus ospedaliero Hadassah di Ein Kerem. Il dottor Merhav lavora abitualmente con il dottor Abed Khalaileh, arabo di Gerusalemme, direttore dell’unità trapianti di rene. L’anno scorso NBC News ha riferito di un trapianto di fegato che i medici hanno eseguito insieme, con il coinvolgimento di un donatore ebreo e un ricevente arabo… In Israele vi sono molti altri esempi di amicizia, collaborazione, partneriati commerciali, coalizioni civiche e programmi di comunità arabo-ebraici. Attraverso la serie podcast The Branch, il sito web di Hadassah riporta regolarmente storie e iniziative che riflettono l’obiettivo di una società plurale e condivisa. Come i kibbutz hanno fatto fiorire il deserto, così queste oasi di pace combattono il deserto dell’incomprensione… Questo centro medico “è come l’arca di Noè perché qui si vedono arabi, ebrei e cristiani – afferma il dottor Khalaileh –. Abbiamo persone che vengono dai territori palestinesi, persone che sanno cos’è Hadassah: sanno che riceveranno cure mediche senza frontiere”. Vi sono anche pazienti che vengono dal vasto mondo arabo, da Giordania ed Egitto ma anche da Siria e Arabia Saudita (paesi che non intrattengono rapporti diplomatici con Israele ndr)… Nessuno – conclude l’autrice – può dire quando vi sarà finalmente la pace tra Israele e tutti i suoi vicini o quando la nozione di pace in Medio Oriente cesserà di essere vista come un ossimoro. Ma è certo che possiamo già farci un’idea di come apparirà quel giorno, quando arriverà: sarà come i brulicanti corridoi, giardini e spazi condivisi del Centro medico Hadassah”.

Ma forse per i “puristi” anche questo è un “cedimento”. E cos’altro è se non un cedimento al nemico, magari perché costretti e umiliati a farlo, la corsa affollata di studenti palestinesi all’iscrizione all’Università ebraica di Gerusalemme… Tutto ciò che rimischia le carte, che mette in crisi vecchi paradigmi, viene narrato in termini respingenti. Maestri e predicatori abbondano da noi, e in Europa. Quelli de “l’avevo detto”, i cantori dei fallimenti di “politici dediti al compromesso e alla svendita” dei principi che dovrebbero invece ispirarli. I traditori della causa.

Per costoro, il tentativo di contare, di incidere sulla quotidianità di quanti intendi rappresentare, è non solo un esercizio destinato al fallimento, ma significa trasformarsi nella “quinta colonna” del nemico. “Quinta colonna”: è l’immagine dispregiativa con cui il leader della destra nazionalista israeliana, Avidor Lieberman, ha bollato i parlamentari arabi israeliani impegnati nelle trattative con Gantz. A Lieberman, Odeh ha risposto così:

Quinta colonna di chi? Dei palestinesi, che la destra oltranzista vorrebbe spazzare via dalla West Bank, come se milioni di persone potessero essere cancellate con un tratto di penna o deportate in massa verso dove peraltro… Una pace giusta e duratura con i palestinesi, fondata sulla soluzione a due Stati, non è una concessione che Israele fa sulla base di un astratto principio di giustizia e legalità internazionale, tanto meno un cedimento ai “terroristi”. Riconoscere il diritto del popolo palestinese a vivere in uno Stato indipendente a fianco dello Stato d’Israele, è un investimento sul futuro che Israele fa per se stesso. Non esistono scorciatoie militari per dare soluzione al conflitto israelo-palestinese, l’unica via praticabile è quella del dialogo, del negoziato, del compromesso…

Compromesso: di nuovo la parola impronunciabile. A costoro, vale il suggerimento di Oz. Una lezione di vita, e anche “professionale”:

Che cosa potete fare? Che cosa possono fare gli opinionisti? Che cosa può fare il mondo esterno, a parte scuotere il capo e aggiungere “terribile”! Ebbene, due, forse tre cose. In primo luogo, i vostri esperti in tutta Europa hanno la deprecabile abitudine di puntare il dito come un’arcigna istitutrice vittoriana in una direzione o nell’altra: “Non vi vergognate?”. Troppo spesso trovo sui giornali dei paesi europei cose tremende, vuoi a proposito di Israele vuoi a proposito degli arabi e dell’islam. Cose corrive, meschine, supponenti. Intendo dire, non sono più europeo in nessun senso, eccetto per il dolore dei miei genitori e antenati, che mi hanno trasmesso nel codice genetico questo amore non corrisposto per l’Europa. Ma non sono più europeo. Se però lo fossi, starei bene attento a non puntare il dito contro nulla e nessuno. Invece di far questo apostrofando ingiuriosamente Israele o i palestinesi, per favore fate tutto quello che potete per aiutare entrambe le parti…

Aiutarle a riconoscere le ragioni dell’altro, a incontrarsi a metà strada, a mettere in circolo esperienze comuni, a valorizzarle. Aiutarle a infrangere muri di separazione, che non sono solo fisici, ma culturali, identitari. Aiutarle a raggiungere un compromesso.

Nell’immagine d’apertura un’installazione nell’ospedale Hadassah, in tre lingue, ebraico, arabo e inglese: “Tutti noi siamo un unico tessuto vivente umano”

Arabi israeliani. Quando il compromesso è segno d’intelligenza politica ultima modifica: 2019-11-06T16:24:07+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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