Manifesto per una Francia “veneziana”

La Serenissima del Quattrocento, paradigma e modello di una modernità aperta al mondo, libera, con leader colti e capaci ed in lotta costante contro la corruzione. Il “Vecchio Continente” ha bisogno di tanti Aldo Manuzio, imprenditori brillanti capaci di creare intelligenza collettiva.
scritto da A. Y. PORTNOFF H. SÉRIEYX

Pubblichiamo l’introduzione e l’ultimo capitolo del libro “Alarme citoyens ! Sinon, aux larmes ! Manifeste pour une France vénitienne” di André-Yves Portnoff e Hervé Sérieyx, edito da éditions-EMS (traduzione italiana di Arlette e André-Yves Portnoff e Ottavio Barbanente). Il prologo è ispirato all’articolo d’Arlette e André-Yves Portnoff “Comment une terre devient créative. Une leçon vénitienne” (in Futuribles N°414, settembre-ottobre 2016) e all’articolo apparso su ytaliCome un territorio diventa creativo. Una lezione veneziana” di Arlette e André-Yves Portnoff, con Mario Santi (luglio 2017).

I due autori

Prologo. Per una Francia “veneziana”

Che cosa permette a una regione, un paese, all’Europa di costruire uno sviluppo che sia stabile nel tempo e accresca il bene comune? Quali iniziative possono intraprendere i cittadini per raggiungere quest’obiettivo? La risposta ci è stata data cinque secoli fa.

La stampa era appena stata inventata in Germania, ma fu a Venezia che nacquero il libro e l’editoria moderni. Quest’innovazione dette il via alla dinamica delle idee alla base delle rivoluzioni scientifiche, tecnologiche, industriali, economiche, filosofiche e politiche. È stato ciò che ha plasmato il mondo e ne ha permesso lo sviluppo. A dimostrazione del contrario: l’Impero ottomano, che rifiutò il libro stampato nello stesso periodo, entrò in decadenza nonostante la sua potenza militare.

Che cosa consentì a Venezia di assumere questo ruolo chiave nella nostra storia? La Repubblica Serenissima era, alla fine del Quindicesimo secolo, l’unico stato in Europa che soddisfaceva quattro condizioni. Era il paese meno xenofobo, attirava talenti da ogni dove, garantiva la massima libertà di pensiero e aveva, grazie all’Università di Padova e a due scuole specializzate, leader più colti che avevano grande considerazione per i creativi, gli artisti, i pensatori e i tecnici. Era anche lo stato che reprimeva più severamente la corruzione dei suoi funzionari e politici; sapevano infatti che avrebbero rischiato la testa se avessero confuso l’interesse pubblico con il profitto personale. I tipografi formati da Gutenberg e dal suo ex-socio, il banchiere Johann Fust, diventato presto suo rivale, si diffusero in tutta l’Europa. Questi tecnici trovarono queste quattro condizioni solo a Venezia che, grazie ad esse, divenne la capitale europea del libro, finché la libertà di pensiero non fu soffocata dall’Inquisizione a partire dal 1548. Allora i roghi si moltiplicarono in tutta la Repubblica, distruggendo centinaia di migliaia di libri, vietando seicento autori tra cui Erasmo, Machiavelli e Aretino. Venezia iniziò la sua decadenza e Amsterdam diventò il centro dell’editoria. Gli ecosistemi fertili sono fragili.

Il denaro e la tecnologia non bastano per innovare: occorre preservare le condizioni politiche e culturali necessarie affinché le persone creative possano esprimersi, usare il loro talento, cooperare e costruire insieme il futuro. 

L’avvertimento è importante per noi, in un momento in cui la maggiore parte delle grandi aziende sta rafforzando il controllo dei propri dipendenti, mentre autoritarismi e totalitarismi xenofobi si sviluppano negli stati che credono di potere sfruttare a lungo le nuove tecniche per limitare ulteriormente la libertà, ripetendo l’errore del Reich nazista che fece fuggire Einstein e i migliori ricercatori tedeschi.

Il successo di Venezia fu dovuto al fatto che seppe attrarre talenti complementari, tipografi ma anche studiosi bizantini per lavorare sui testi da pubblicare, imprenditori capaci di farli collaborare e diffondere le loro produzioni in tutto il mondo attraverso le reti internazionali della Repubblica. 

Il ruolo di un solo uomo è stato decisivo, perché non è rimasto un uomo solo, ha saputo organizzare la collaborazione di personalità molto diverse. Nulla predestinava Aldo Manuzio, un insegnante di latino e greco nato nei pressi di Roma intorno al 1449, a diventare un imprenditore innovatore, fuorché il suo impegno nelle reti umanistiche. Decisiva fu l’influenza del suo amico Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), autore di un Discorso sulla dignità dell’Uomo. Pico vi esaltava il libero arbitrio dell’uomo, “creatore di se stesso”. Pico della Mirandola morì a trentun anni, probabilmente avvelenato per questa ragione.

Aldo Manuzio si diede uno scopo nella vita: liberare le menti europee prigioniere della scolastica medievale. Questo dogmatismo, ereditato da Platone e Sant’Agostino, richiedeva di credere in una verità assoluta, definitiva, che spiega tutto, rivelata da Dio e proposta dai suoi rappresentanti, sacerdoti o sovrani. Il rimedio, secondo Manuzio, era far leggere Aristotele, che invitava ognuno a confrontare le sue idee con la realtà che osservava. Questa raccomandazione è alla base di tutta la scienza, per essenza sperimentale. Aldo aveva capito che la stampa era arrivata al momento giusto per raggiungere il suo obiettivo educativo. Per questo, Aldo, professore quarantenne, decise di cambiare vita, diventare imprenditore, stampatore e editore. E per questo scelse di stabilirsi a Venezia, dove l’ambiente era più favorevole al suo scopo che, naturalmente, avrebbe irritato molte potenze in Italia e in tutta Europa.

L’azienda etica

Oggi parliamo di responsabilità sociale d’impresa (rsi), di aziende con missione sociale e il Centre des Jeunes Dirigeants (associazione francese creata nel 1938 che riunisce 5000 imprenditori, in maggior parte di piccole aziende, che condividono i valori di rispetto degli uomini e dell’ambiente, ndr) propone ai dirigenti delle aziende come obiettivo una “performance globale” (“prestazione globale”) che rispetti gli interessi legittimi di tutti gli stakeholder, compreso l’ambiente. Aldo Manuzio, imprenditore per ideale, rinunciando a “un’esistenza tranquilla” per “dedicare la sua vita al bene dell’umanità, al prezzo di molte preoccupazioni e fatica”, inventò l’azienda cittadina del mondo. Era in anticipo di qualche secolo rispetto al suo tempo.

Dovremmo affiggere nelle nostre scuole quello che Manuzio aveva scritto all’ingresso del suo laboratorio:

Se si maneggiassero più i libri che le armi, non si vedrebbero tante stragi, tanti misfatti e tante brutture, così tanta insipida lussuria.

Sperava “che si potesse far argine alle armi con le idee” e offrire così agli uomini

[…] la speranza di tempi migliori grazie alla stampa di molti buoni libri dai quali, ci auguriamo, sarà spazzata via una buona volta ogni barbarie.

Quest’affermazione è più che mai attuale, poiché Internet è sfruttata oggi anche da Daesh, politici bugiardi, chiacchieroni irresponsabili e poteri ostili!

L’opera di Aldo Manuzio, cinque secoli fa, rimane un esempio di capitalismo a lungo termine, etico ed efficace, rispettoso dell’insieme dei portatori d’interessi, non soltanto degli azionisti. Poiché il suo obiettivo principale non era quello di vendere, ma di incoraggiare la lettura e perché aveva empatia per i suoi futuri lettori, Manuzio ha organizzato quella che oggi chiamiamo l’azienda incentrata sul cliente e ha concepito il libro user-friendly, fatto per essere facile e piacevole a consultare. Preoccupato della comodità di lettura, attento all’impaginazione, ha introdotto i paragrafi, la numerazione delle pagine; ha organizzato la punteggiatura, ha creato il punto e virgola, il carattere corsivo (per questo chiamato italique in francese) per condensare i testi, ridurre i prezzi e rendere i libri più accessibili. Inoltre ha curato l’elaborazione di bellissimi caratteri greci, romani ed ebraici, influenzando i futuri creatori dei caratteri Garamont e Times che usiamo oggi. 

Riuscire con gli altri

Nel 1501, Manuzio pubblicò i primi testi letterari nel formato in octavo, facilmente trasportabile, quasi tascabile, fino allora riservato alle opere religiose. I viaggiatori che attraversavano l’Europa potevano finalmente portare con sé i loro libri. Il passaggio dalla lettura in piedi, di volumi molto pesanti posti su un tavolo, a quella di libri portatili allargò il pubblico dei lettori; creò nuove situazioni di lettura, ad esempio nel tempo libero durante un’attività professionale. Il libro portatile ebbe un impatto paragonabile alla rivoluzione dei computer portatili e dell’Internet mobile.

L’ex-professore inventò, passo dopo passo, la professione dell’editore moderno, badando alla qualità della carta, dell’inchiostro e dei testi pubblicati. La sua storia dimostra che la passione e il talento di un uomo possono trasformare il mondo, a condizione che altri siano coinvolti nella sua avventura. Sapendo che non si può riuscire da solo, Manuzio si legò ai migliori collaboratori, dai suoi quindici operai ai vari tecnici, incisori, linguisti e studiosi che svilupparono i testi sulla base dei pochi manoscritti esistenti. Si appoggiò a una rete di una trentina di personalità, tutte umaniste ma molto diverse: senatori veneziani, medici, futuri cardinali, intellettuali europei tra cui Erasmo. Quest’Accademia Aldina, che aveva sede nel suo studio, era allo stesso tempo una rete d’influenza, riflessione e creazione.

La volontà del Manuzio di costruire costantemente collaborazioni contrasta con la permanenza attuale di “silos” organizzativi e di rivalità tra attori che preferiscono agire da soli piuttosto che costruire sinergie win-win.

Diventiamo “Veneziani”!

Manuzio avrebbe trovato simbolico che la sua bottega e la chiesa del Nono secolo, dove è stato sepolto, siano state rase al suolo per costruire il mediocre edificio d’una banca, saccheggio permesso per colpevole compiacimento. Osserverebbe che Venezia è spopolata, saccheggiata da molti dei suoi notabili che dimostrano come sterilizzare e distruggere un territorio. Lui, capitalista etico, sarebbe indignato per la progressione delle plutocrazie totalitarie, per i compromessi tra politici e uomini d’affari, che permettono agli speculatori a breve termine di far man bassa dell’economia reale. Ma ci direbbe che i cittadini e gli imprenditori che sostengono i valori umanistici non sono condannati. Come lui ha sfruttato la tecnica di stampa, noi costruiamo territori creativi e sostenibili, appoggiandoci agli effetti delle reti digitali; creiamo irrigazioni internazionali che generano innovazione, simili a quelle che, durante il Rinascimento, hanno propagato l’umanesimo. Spetta a noi cittadini ricostruire le quattro condizioni veneziane che hanno permesso la nascita del libro e l’esplosione di idee cinque secoli fa: l’apertura al mondo, la libertà di pensiero, la scelta di leader colti e capaci d’ascoltare, ed una lotta costante alla corruzione.

Aldo Manuzio

[…] Ultimo capitolo. A guisa di conclusione…

Il politico francese più impopolare è stato, senza dubbio, il cardinale de Richelieu. Ma è proprio lui che ha costruito, in buona parte, le basi della Francia attuale. Non è un caso. È difficile fare smuovere una società bloccata, così ben descritta mezzo secolo fa da Michel Crozier (La Société bloquée, Le Seuil, 1971), senza provocare la rabbia, anzi la furia, di ogni difensore del suo giardino privato, disturbato da una parte o dall’altra di ogni necessaria rimessa in discussione. L’impopolarità massima è il comune terreno di ogni vero riformatore. Un politico in carica in un paese ha il dovere di accettare di diventare, almeno per un certo tempo, impopolare. Entrambe, la democrazia rappresentativa (rappresentanti eletti) e la democrazia sociale (corpi intermedi, comprese le parti sociali) dovrebbero proprio favorire le catarsi regolamentate e gli adeguamenti essenziali per evitare la guerra civile o il trionfo degli irresponsabili mercanti della felicità (populisti di destra o di sinistra) che ci portano sempre verso la peggiore disperazione.

Un fattore sta sconvolgendo i dati della nostra situazione: il social network mondiale e l’irrigazione digitale del mondo. Internet aumenta l’interconnessione e la natura sistemica del funzionamento della nostra società. L’immediatezza delle connessioni produce un’esplosione globale di creatività, dando a tutti un potere senza precedenti per esercitare il proprio libero arbitrio e costruire delle solidarietà. Ma allo stesso tempo, il suo uso senza regole prudenziali, senza preparazione al discernimento, può fare subire a ciascuno le peggiori manipolazioni, aiutate dall’intelligenza artificiale, e costruire, in tempo reale, a partire d’una molteplicità di opinioni individuali, delle convinzioni collettive; ognuno crede di scoprire per caso che molti altri internauti pensano lo stesso e si rafforza in un’opinione che gli è stata in realtà inoculata.

Il tempo necessario per le trasformazioni politiche, economiche, sociali è, per lo meno quello di una legislatura, cinque anni in Francia. Il tempo dei veri costruttori è assai più lungo. I poteri monetari, apostoli interessati al consumismo che genera sprechi e malattie, sfruttano l’immediatezza delle reti e la comunicazione permanente contro i promotori del Bene Comune e i costruttori del futuro.

L’inevitabile e comprensibilissima gara agli scoop, che mette tutti i media, e soprattutto i canali permanenti, in una situazione di dura competizione, li porta a favorire, tra tutte le informazioni emergenti, anche emotive o infondate, quelle più suscettibili di creare immediatamente sorpresa, stupore, attenzione, persino paura e orrore. Niente di meglio per mantenere il nostro interesse un po’ perverso, stimolare le tendenze alla gelosia o all’odio, concentrando l’ascolto e lo sguardo di tutti noi cittadini su ciò che può eccitare il nostro cervello limbico. Tutto questo stimola, nella nostra società, le manifestazioni di odio dell’altro e spiega in parte i gilet gialli in Francia e in altri paesi, le varie tensioni sociali, la xenofobia.

È prestabilito che i nostri sistemi democratici siano condannati a rifluire di fronte al terrorismo del momento, alla confluenza casuale o provocata di opinioni instabili sulle reti sociali ed all’effetto d’ingrandimento dei media permanenti avidi di scoop? Senza dubbio, se lasciamo andare il mondo così com’è. Ma il crollo collettivo di questa superba idea democratica, cioè della regolazione di una comunità umana guidata da se stessa, sarà inevitabile solo se capitoliamo davanti a quelli che manipolano gli strumenti che noi stessi abbiamo inventato. Sarebbe uno stupido suicidio.

Tuttavia, i pericoli vanno al di là dei disordini che fanno l’attualità quotidiana. La rivoluzione digitale offre alle grandi imprese, agli stati autoritari, ai poteri criminali, l’opportunità di prendere il controllo delle nostre azioni e dei nostri pensieri. Ci troviamo di fronte a due minacce senza precedenti nella storia. Da un lato, se lasciamo che le potenze finanziarie gestiscano solo i loro profitti immediati, vedremo aggravarsi i disastri ecologici con il loro seguito di conflitti sociali, politici e militari. D’altra parte, essendo tutti ovunque e sempre connessi, subiamo già attacchi fisici (guasti tecnici), attacchi politici (manipolazioni elettorali) e attacchi ideologici. Domani, dei panopticon digitali privati o statali (capitolo 1-3) saranno in grado di trasformarci in schiavi. Noi Europei possiamo evitare questo scenario catastrofico sfruttando le nostre risorse: siamo il continente più tollerante e il più rispettoso delle libertà, due condizioni necessarie alla creatività. Abbiamo la possibilità, l’opportunità di diventare uno dei principali attori delle industrie digitali, invece di continuare a offrire i nostri migliori talenti ai nostri concorrenti (1). Questo potere riacquistato sarà necessario per ricostruire stati di diritto in grado di difendere i nostri valori. È indispensabile. Possiamo farlo, in un’Europa in cui ognuno agirà insieme agli altri.

Perciò, dobbiamo sfruttare le nuove tecnologie per rafforzare la nostra intelligenza collettiva, utilizzando questi effetti di rete che i nostri avversari usano troppo bene contro di noi. Dobbiamo imporre metodi di lavoro partecipativi, come l’analisi del valore e, soprattutto, abbiamo bisogno di energie e del volontariato dei cittadini. Ora, queste risorse esistono.

Dobbiamo far conoscere meglio il crescente dinamismo di questa democrazia guidata dal mondo associativo e dalla società civile organizzata, democrazia che si può chiamare partecipativa o collaborativa, cooperativa, contributiva, inclusiva; gli aggettivi sono meno importanti della realtà che evocano. Questo tessuto connettivo di milioni d’iniziative e impegni volontari, personali e collettivi, in ognuno dei tanti territori della République, impedisce ai nostri paesi di cadere in un’anomia catastrofica e senza speranza. Sosteniamo tutte queste buone intenzioni di restituire alla democrazia rappresentativa le vitamine che oggi le mancano.

Anche la democrazia sociale in Francia sembra avere bisogno di aggiornarsi, poiché le parti interessate si dimostrano talvolta, con la notevole eccezione della Cfdt (sindacato francese “riformista”, ndr), poco interessate, soprattutto poco capaci di negoziare compromessi, come dimostra il recente fallimento delle loro numerose riunioni sull’assicurazione contro la disoccupazione.

In questo periodo di vuoto di pensiero, della coscienza e del senso, la democrazia partecipativa è fiorente. Gli studi condotti, negli ultimi dieci anni, e ogni tre anni, da France Bénévolat (associazione francese che riunisce decine di associazioni caritative, ndr) con Ifop (istituto di studi dell’opinione, ndr) e Recherche et Solidarités (rete di esperti nel settore della solidarietà, ndr), mostrano quanto sia cresciuta senza sosta, dall’inizio del nuovo secolo, la nostra capacità di agire insieme, la nostra volontà collettiva di fare società: un percorso reale, per i cittadini che vogliono davvero, con la loro energia, partecipare alla costruzione di un mondo più vivibile. Tutti coloro che lavorano, come Le Mouvement Associatif (che rappresenta a livello nazionale 700.000 associazioni francesi, ndr), al centro di questo dinamismo in ogni territorio, sono pronti ad accogliere con tutto il cuore quelli che desiderano veramente mettere il proprio coraggio, l’intelligenza e la volontà al servizio degli altri e contribuire al miglioramento del bene comune.

Il prologo di questo Manifesto ricordava la forza di Venezia di fine Quattrocento e il ruolo sorprendente di Aldo Manuzio, semplice pedagogo, che ha saputo trasformare l’invenzione di Gutenberg in una brillante strategia per promuovere un’effervescente e creativa intelligenza collettiva. Oggi senza dubbio, Manuzio affermerebbe che i cittadini e gli imprenditori che sostengono i valori umanistici non sono condannati. Lui che ha sfruttato la tecnologia di stampa, per trasformare il suo mondo, ci incoraggerebbe a costruire territori creativi e sostenibili grazie agli effetti delle reti digitali, per creare sistemi d’irrigazione internazionali che generano innovazione, simili a quelli che, durante il Rinascimento, diffusero l’Umanesimo in tutta l’Europa. Ci consiglierebbe di partecipare al considerevole movimento d’impegno associativo che, almeno in Francia, è oggi più fiorente che mai e che alimenta sempre più questa terza forma di democrazia, la democrazia inclusiva, al tempo stesso partecipativa, collaborativa e che contribuisce al bene comune. Tocca a noi, cittadini attivi e impegnati, di utilizzare, meglio dei ladri di vita e libertà, il progresso tecnologico, per ricostruire le quattro condizioni veneziane che hanno permesso la nascita del libro e l’esplosione delle idee cinque secoli fa: apertura al mondo, libertà di pensiero, scelta di leader colti e capaci di ascoltare, lotta costante contro la corruzione. A questo, una Francia, un’Europa “veneziane” aggiungeranno l’impegno volontario dei cittadini attivi al servizio degli altri.

Allarme, cittadini! Dobbiamo ricordarci tutti del nostro dovere di vigilanza. In questo mondo pericoloso e sempre più imprevedibile, dove la democrazia e il futuro del pianeta sono messi in discussione, diventa politicamente e umanamente essenziale che ciascuno di noi, ovunque ci si trovi, abbia la capacità e la volontà di impegnarsi personalmente per il bene comune. Che ognuno decida di diventare, insieme con altri, un cittadino attivo in termini concreti!

Il futuro del mondo e la nostra libertà sono a questo prezzo! Alarme, citoyens!

(1)  Nel libro spieghiamo che questo richiede la protezione della crescita delle piccole imprese, principale fattore di creazione di posti di lavoro. Questo ci permetterebbe di avere campioni europei di fronte ai giganti digitali americani e cinesi. A tal fine, è necessario riservare una parte degli appalti pubblici alle piccole e medie imprese indipendenti, come lo fanno gli Americani dal 1953. Ma molte grandi imprese si oppongono.

André-Yves Portnoff, Hervé Sérieyx, Alarme citoyens! Sinon, aux larmes! Manifeste pour une France citoyenne, prefazione di Jérôme Lefèvre ed epigrafe di Edgar Morin (pubblicato in francese il 16 maggio 2019).

Manifesto per una Francia “veneziana” ultima modifica: 2019-11-06T15:24:41+01:00 da A. Y. PORTNOFF H. SÉRIEYX

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