Messico e America Latina tra passato e presente

La ricorrenza tipicamente messicana del Día de Muertos e le sue celebrazioni, spesso spettacolari, propongono una riflessione sul paese oggi governato da Andrés Manuel López Obrador e su un continente attraversato da tensioni e crisi.
scritto da FRANCO AVICOLLI

[CITTÀ DEL MESSICO]

Il Messico celebra in questi giorni il Día de Muertos, che la popolazione percepisce e vive come espressione di una propria cultura ancestrale. In realtà, come rileva lo storico Marco Bellingeri con altri, la festa si basa su “un vero e proprio mito contemporaneo di origine letteraria”, ed è forma “della religiosità popolare e della ritualità istituzionale del vasto e variegato mondo cattolico.” I messicani sentono la ricorrenza e la celebrano in modo spettacolare nei cimiteri e in casa, nelle strade, nei luoghi pubblici, nelle università; organizzano grandi sfilate e montano scenari ed altari dove, tra una marea di fiori, appaiono immagini del morto di riferimento e anche cibi, espressioni, frasi e fatti che riportano a un “lui” che può essere un familiare, un personaggio storico, un letterario. Lo storico italiano ritiene che il complesso delle cerimonie e degli spettacoli che i messicani considerano “un segno dell’identità nazionale” è espressione del modo astratto in cui essi si pensano in contrapposizione “ad una reale o presunta differente sensibilità anglosassone” in cui è possibile leggere il potente vicino statunitense. 

Radici e identità

La tesi coglie un aspetto significativo del Messico che, con varianti locali, riguarda tutta l’America Latina ed è il segno di una presenza più o meno ingombrante degli USA e, per estensione, dello straniero assimilato alla Conquista e, in ogni caso, incombente e latente. Stanti i rilievi certi e veritieri dello storico italiano sulle sue origini moderne, è difficile circoscrivere una manifestazione culturale che coinvolge in modo diffuso e capillare il Messico, nel limite della retorica e del mito. Il Messico si riconosce in essa assumendola come propria, in una ritualità religiosa e ludica collegata al cattolicesimo e ad una mitologia ctonica che riporta al rapporto con il territorio e alla sua storia. In tale senso non è possibile non vedere nell’evento culturale una valenza identitaria anche se scollegata dalle origini o radici, che dir si voglia. Si tratta di un’identità sincretica, del prodotto di una storia specifica e non di un fenomeno biologico e tellurico. Difatti il rapporto tra le origini e l’identità va inteso in modo casuale più che causale giacché la storia procede per intrecci e incontri. È il tracciato della capacità dell’uomo di adattarsi al contesto e alle situazioni sulla spinta della necessità di soddisfare i bisogni primari della sopravvivenza e della riproduzione. Ed è perciò un fenomeno collettivo che accomuna temporalmente liberatori e liberati, tiranni, oppressi e tirannicidi, idealisti, utopisti, traditori e congiurati, ricchi e poveri, atleti e sciancati, inutili, ignavi e martiri, atei e credenti, maghi e sacerdoti e idolatri in un unico grande contesto che per alcuni è progetto, per altri semplice accadere.Il caso è il deus ex machina che concerta modi e incontri poi testimoniati nel grande libro della storia che registra le modalità e capacità di adattamento degli uomini e delle società.

 La scoperta e il caso

Il caso che si introduce tra il passato e il presente dell’America – e anche del resto del mondo – è la scoperta che fece Cristoforo Colombo nel suo viaggio visionario che cercava l’oriente viaggiando coraggiosamente verso l’occidente ignoto. La Conquista in grande e il Mayflower in piccolo, irrompono nel passato delle terre rivelate da Colombo e tracciano una cesura che in America Latina non è stata mai ricomposta perché quella che era la colonia spagnola diventa territorio di interesse nordamericano con la Dottrina Monroe, emanata giusto quando le antiche colonie gestavano la loro indipendenza. Sottratte da questo contesto di riferimento le vicende e le manifestazioni attuali dei paesi latinoamericani, insieme ai personaggi che recitano in esse i vari e possibili ruoli, diventano episodi e cronache che, non raramente, l’Europa considera fenomeni folcloristici.

 Il “fattore esterno” E non è possibile capire, per esempio, la paura diffusa del “fattore esterno” che le realtà nazionali considerano limitanti per la libera espressione. L’assunzione del proprio destino e l’affermazione di una propria identità, sono i contenuti ideali dei movimenti indipendentisti condizionati pesantemente dall’Inghilterra dapprima e poi dagli USA che con la Dottrina Monroe dichiarano strategicamente ed apertamente il loro pensiero sull’America Latina. Tali fattori ritornano costantemente nelle vicende della regione e vengono usati come deterrente anche per le lotte politiche interne alimentando nazionalismi e retoriche patrie che finiscono per essere funzionali agli USA e ai vari gruppi di potere economico e finanziario collegati in modo abbastanza organico all’economia statunitense o comunque al suo modello di società. Tale modalità porta perciò ad un uso interno e conservatore del fattore esterno che è un pericolo reale come dimostrano Cuba, Guatemala, Cile, Venezuela, Brasile, per ricordare i casi più eclatanti di ingerenza, ma anche funzionale alla conservazione del potere oligarchico che, in caso di proteste popolari, vi ricorre demagogicamente paventando il pericolo del comunismo che uccide le libertà.

Indigenismo e “desarrollismo” 

Alla problematica passato/presente, origine/identità, si aggiungono l’idea di progresso e i criteri per eliminare la povertà molto diffusa e le marginalità che vengono affidate allo sviluppo tecnologico e alla costruzione di una modernità che ha come modello il capitalismo e il mercato nella specifica versione nordamericana poco attenta alle problematiche dello stato sociale. Il doppio aspetto del riscatto umano e culturale con un indigenismo che si richiama alla terra o ad una sua qualche mitica o reale epoca d’oro, e uno sviluppo che ha come modello l’economia USA con cui si intreccia, è l’idea di progresso prevalente che accomuna i latinoamericani. Si tratta della razionalità positivista che affida il benessere alla costruzione di una ricchezza intesa come prodotto della tecnica, un metodo che però contrasta abbastanza con l’umanesimo e la socialità collegate storicamente alla territorialità. E nella maggioranza dei casi si finisce per mettere in moto una macchina “modernizzatrice”, per chiamarla in qualche modo, che lungi dal produrre meno povertà e marginalità, approfondisce le distanze tra le classi dominanti e il resto della popolazione, tra città e campagna, emarginando una vasta area sociale e il malessere da cui prendono alimento i vari populismi di destra o di sinistra con i loro messaggi demagogici.

 Riferimenti e problematiche 

Ciò che cambia da paese per paese, è l’interlocutore, il riferimento dell’azione politica che può essere il popolo o le classi dominanti, i militari e la finanza con i loro intrecci che quasi sempre riportano al potente paese del nord. Pur partendo da posizioni differenti, accade che personaggi come Bolsonaro in Brasile, Piñera in Cile dichiaratamente legati all’economia finanziaria e industriale degli USA, e altri di diverso segno come Maduro in Venezuela o Evo Morales in Bolivia, che improntano le loro scelte sul riscatto della povertà e della marginalità sociale, finiscano per ritrovarsi accomunati nelle secche di un “desarrollismo” che prima o poi deve fare i conti con gli USA. Si tratta di contraddizioni che agiscono pesantemente sulle modalità di governo che sfociano nella limitazione delle libertà di cittadini e oppositori come sta accadendo in Nicaragua con il “rivoluzionario” Ortega. O anche con figure come Evo Morales, che si considera troppo essenziale per il futuro del paese senza domandarsi perché durante i suoi governi non si è creata, una classe sociale in grado di prendere in mano il destino della Bolivia in corrispondenza delle speranze e delle promesse fatte. Il nazionalismo e l’antiamericanismo non possono costruire un progetto di riscatto e sono velleritarsmi sterili che non riescono a formare un ceto sociale, un apparato dello stato e una struttura di governo adeguate a dare risposte alla pesante eredità del passato anche recente. La povertà non è solo uno stato privazioni, ma anche una condizione mentale che circoscrive fortemente la qualità della domanda e non è possibile crescere o cambiare se la domanda è qualitativamente bassa o circoscritta ad un “desarrollismo” limitato ad un meccanicismo funzionale che non soppesa la complessità dei problemi e la necessità di nuovi attori. 

Il Messico di AMLO 

Sullo sfondo di tale problematica storica si muove la presidenza di Andrés Manuel López Obrador, chiamato AMLO. Egli ha raccolto il 53 per cento dei voti, un consenso mai ottenuto da un presidente della storia del Messico. Di cui eredita però, il peso di tutti i problemi accumulati nel tempo e condensati in una economia e in un apparato dello stato fortemente marcati dalla corruzione e dal narcotraffico. Costruire un paese è sicuramente un compito difficile, ma ricostruirlo significa ristabilire principi e funzionalità avendo l’opposizione dei poteri strutturati e con meccanismi territoriali accomunabili al vassallaggio che funzionano con intrecci tra politica, malaffare e miseria, una commistione perversa che non si pensa in un sistema legale, ma in un sistema di potere e basta. Costruitosi su tali criteri il sistema produttivo vive una stasi che si spera finisca presto. E non è semplice lottare legalmente contro un imprenditore che cessa la produzione o la rallenta creando vuoti in cui si introduce la demagogia di imbonitori e personaggi che da sempre godono di privilegi. Lòpez Obrador ha promesso molto, e molte delle promesse risultano anche a lui impossibili da realizzare in tempi brevi. Ma bisogna pur cominciare e cominciare con l’eliminazione dei privilegi che colpiscono più indirettamente che direttamente anche una certa fascia di intellettuali, giornalisti, professionisti, avvocati, magistrati e docenti e ricercatori universitari che, fra l’altro hanno concorso alla sua elezione, può aprire conflitti impensati. È auspicabile che Lòpez Obrador riesca a far crescere una fascia sociale veramente interessata a distribuire la ricchezza anche come idea altra dalla produzione, è più vincolata allo stato sociale, agendo in profondità nel sistema educativo e in quello dell’azione della giustizia troppo chiusa in una logica interna al sistema di applicazione del diritto. Costruire fiducia nel paese e nello stesso tempo una macchina per contrastare il malaffare nelle sue forme capillari di gestione e di potenza anche offensiva, oltre che economica, è un compito che richiede tempo, chiarezza di intenti e costanza, perché il cammino non è né lineare, né tracciato.

#DíadeMuertos #SemanaGlobal #TradicionesMexicanas Carlos García de Alba e un gruppo di Catrine dell’@EmbaMexIta danno il benvenuto a messicani, italiani, italo-messicani e a tutti gli amici del Messico in questa notte di tradizione e magia.

Gli elementi indicativi del progetto che ha in mente AMLO sono confortanti perché i suoi riferimenti non si esauriscono nel richiamo ad un generico riscatto del popolo e alla lotta alla miseria, che di per sé già sarebbe un buon segno di indirizzo, ma ad un popolo lavoratore fatto di operai, di dipendenti e di giovani da formare. In proposito ha emanato una profonda riforma del lavoro basata sulla dignità, sul libero diritto di rappresentanza sindacale assolutamente nuovi in Messico. Provvedimenti ancorché parziali sono stati  presi in settori come l’istruzione, la formazione e la salute e sono in corso di preparazione misure legislative di trasformazione più radicali. Inoltre, vale la pena di ricordare non solo la dichiarata lotta al malaffare nelle sue differenti versioni, ma soprattutto la costruzione in corso di una struttura di contrasto molto articolata che va dai diritti umani alla sicurezza, all’azione di intelligenza capace di entrare nella segmentazione della corruttela e dell’economia sommersa che non è soltanto quella del narcotraffico.

López Obrador apre la sua giornata lavorativa alle sette del mattino con una conferenza stampa, non viaggia e non ha in programma visite ad altri paesi. Sono segni che vogliono mostrare la sua vicinanza alle problematiche interne e il metodo del dialogo in corso da oltre dieci anni con il Messico con conferenze e discorsi realizzati in tutti gli angoli del paese per capire un popolo mai preso in considerazione e renderlo partecipe. Il cammino è sicuramente complesso e lungo e non potrà essere compiuto senza nuovi soggetti e atteggiamenti culturali che accompagnino nella pratica quotidiana, il progetto presidenziale della “Quarta Trasformazione”, 4T, avviata. Il periodo di presidenza di AMLO non sarà sicuramente sufficiente per raccogliere i frutti della battaglia appena avviata, ma avrà raggiunto i suoi scopi se almeno riuscirà a mostrare che la trasformazione è possibile e dispone degli strumenti necessari.

Messico e America Latina tra passato e presente ultima modifica: 2019-11-08T14:29:12+01:00 da FRANCO AVICOLLI

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