Storie d’Africa, con l’occhio d’un grande reporter

L’emigrazione dal punto di vista di chi l’ha provata sulla propria pelle ed è riuscito a tornare indietro nel documentario di Piero Cannizzaro. Possibile fermare chi vorrebbe partire? Il film racconta come.
scritto da BARBARA MARENGO

Sono le parole di Mariama, i gesti del giovane panettiere, l’espressione del padre di famiglia, gli occhi del ragazzo scampato al naufragio… Africani di Senegal, Costa d’Avorio e Guinea. Testimoni di emigrazione tragica e fortunoso ritorno nelle rispettive patrie dopo raccapriccianti esperienze a seguito del “viaggio di speranza” verso l’Europa.

Semplicemente “Storie d’Africa”, documentario di Piero Cannizzaro realizzato nell’ambito del progetto Cinemarena, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione allo Sviluppo con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni: un programma che da diciassette anni sensibilizza le popolazioni di Paesi in via di sviluppo di Asia, Africa ed America Latina attraverso campagne educative su temi sanitari, sociali ed educativi per arginare il rischio di emigrazioni irregolari. 

Viaggiando per tre mesi attraverso le tormentate regioni dell’Africa dell’Ovest, Cannizzaro e la sua troupe, con il sostegno di Overland per i trasporti e dell’organizzazione umanitaria “Bambini nel deserto”, ha visitato 135 villaggi, una realtà che interessa oltre 75000 persone a rischio emigrazione irregolare, termine tecnico che vuol dire partire senza documenti, soldi, protezione: tutto questo riprendendo un’antica tradizione africana, la riunione del villaggio nella piazza a sentire raccontare storie (un tempo narrate da un vero cantastorie) o ad ascoltare musica. 

Schermo scaricato dai camion, sedie disposte a semicerchio, altoparlanti e musica, immagini ed interviste: attori veri i protagonisti di storie d’emigrazione che giungono in Europa con echi sempre più insensibili e sfumate in un’opinione pubblica spaventata ed assediata da idee di “invasione” di migranti. 

Fermare i viaggi di migranti organizzati da trafficanti ed impedire soprusi, violenze, sofferenze, morti, durante la fuga verso la costa del Mediterraneo, attraverso inospitali deserti, vessazioni, maltrattamenti, rapine e taglieggiamenti fino ai lager libici, dove organizzazioni implacabili imprigionano i sopravvissuti giunti dal sud e chiedono riscatti alle famiglie d’origine. Discorsi fatti mille volte, ascoltati e messi da parte da esseri umani che vivono in quell’Europa che è il sogno di milioni di disperati in fuga da miseria e fame.

A poche centinaia di chilometri dalle coste italiane, spagnole, francesi, esseri umani quotidianamente vivono situazioni inimmaginabili, o meglio che molti rifiutano di immaginare pensando siano esagerazioni giornalistiche. Ecco che i protagonisti del documentario di Cannizzaro ci presentano crudamente le loro vite, raccontando di come un giorno il “miraggio Europa” ha fatto loro scegliere di partire, contro il volere delle famiglie in molti casi, non sapendo bene o forse immaginando ma non credendo a quello che li aspettava. 

Je préfère rester chez moi” canta la canzone che fa da sfondo alle testimonianze, volte a convincere la gente dei villaggi a non partire: “preferisco restare a casa mia” ma troppa è la spinta dovuta a fame e miseria, lo ammettono i nostri testimoni. Fortunati perché rimpatriati da organizzazioni umanitarie che li hanno raccolti per caso, già prigionieri dei lager, già quasi affogati nel mare, già schiave del sesso come Mariama.

Dalla loro fortuna di essere vivi, dopo aver subìto torture, fame, sete, vessazioni, umiliazioni, stupri, naufragi, nasce questa serie di testimonianze, che non può essere ascoltata nell’indifferenza. Non è fiction, quello che vediamo ed ascoltiamo, è tutto successo davvero: storie d’Africa, con bellissime immagini di vita di villaggi e di città, tra mercati e greggi, danze di donne e bambini e cura dei campi, piccoli commerci, abiti colorati, camion traballanti, luce abbagliante e polvere d’Africa. L’Europa è là, proprio ai bordi del grande schermo del regista Cannizzaro, lontana ma non troppo: tutti in Africa ne vedono le immagini attraverso televisione e foto, negozi scintillanti e cibo in abbondanza, abiti eleganti per tutti, belle ragazze e bei giovanotti affascinanti, strade illuminate, pulite ed asfaltate, acqua perfino nelle fontane… ragazzi e uomini africani vogliono partire, lavorare, tornare e potere costruire una casa ed un progetto di vita: anche molte donne come Mariama hanno venduto tutti i loro averi di nascosto dalla famiglia e sono saliti sui famigerati camion verso il deserto. Umanità stipata senza cibo e acqua, strade tappezzate di corpi senza vita e senza sepoltura, per chi sopravvive un passaggio da un trafficante ad un altro pagando ad ogni posto di blocco, fino a quando, in vista del mare, i soldi sono finiti, ed i mercanti di esseri umani imprigionano i migranti in attesa di ulteriori soldi chiesti alle famiglie con minacce e ricatti.

Piero Cannizzaro

Non partite, dice uno di loro che è riuscito a tornare, non partite, anche in Africa ci sono valori positivi, ci possono essere possibilità di sviluppo anche in Senegal, Costa d’Avorio, Guinea… se ci fossero finanziamenti adeguati allo sviluppo, come spiega il panettiere che è diventato un piccolo imprenditore dopo ventitré anni di lavoro in Europa, e che presenta fiero la figlia iscritta al secondo anno della facoltà di biologia. Non così positiva l’esperienza della giovane ivoriana giunta in Nordafrica dopo mille peripezie e rimpatriata “per grazia di Dio” dopo essere incappata fortunatamente nella polizia di controllo dell’immigrazione. Traumatica l’esperienza del giovane marito costretto ad assistere con il figlio alla violenza sulla moglie, tornato in patria dopo immaginabili sofferenze. “È solo colpa mia”, ammette, e ci mancherebbe…

Non possiamo immaginare di identificarci con il giovane guineano alla deriva su una barca fatiscente per diciassette giorni, senza cibo e acqua, salvato in extremis da un aereo, circondato da annegati. Basterebbero piccoli finanziamenti, ripete, dopo aver creato una piccola cooperativa per coltivare orti e riso. Una speranza per tornare, un progetto per restare. 

Convincere a non partire dovrebbe essere facile ascoltando Mariama, che vincendo mille pregiudizi e paure, offre il suo viso in primo piano sullo schermo, con i grandi occhi sgranati e racconta: racconta di quando con i 1300 euro ricavati dalla vendita di computer e pochi oggetti è salita sul famigerato camion, lei avrebbe voluto studiare in Europa. Racconta di come durante il viaggio tra Burkina Faso e Mali sia passata di mano tra gruppi diversi di trafficanti, fino alla meta finale, un bordello in Algeria, dove ogni giorno da prigioniera subiva ogni sorta di violenze: “ho due ferite, infertemi mentre tentavo di fuggire”, due cicatrici che assieme all’orrore del suo vissuto si porta dietro per tutta la vita. Rimasta incinta e disperata, madama Fatima che gestiva la casa non la vuole più, la famiglia manda i soldi per il riscatto, Mariama non può tornare con un figlio senza padre, vende il bambino e rientra, aiutata da una madre comprensiva. Superando la vergogna, la sua coscienza la spinge a testimoniare per convincere le ragazze a non partire, fiera di “salvare molte vite raccontando con coraggio esperienze personali ed intime devastanti e terribili”.

La musica accompagna tali forti testimonianze, una musica eseguita da musicisti professionisti che indossano la maglietta di Cinemarena, un Colosseo stilizzato con una cinepresa. Accanto a loro, ecco anche gli autentici suonatori di strumenti tradizionali, che ritmano le parole per tutta la durata del documentario, immagini che fanno pensare alle enormi contraddizioni di questo mondo davvero difficile. Certo, per restare, bisogna dare una speranza: anche questo documentario lo è.

Storie d’Africa, con l’occhio d’un grande reporter ultima modifica: 2019-11-08T16:00:29+01:00 da BARBARA MARENGO

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