L’ormai ex presidente Morales

Con le sue dimissioni Evo ha cercato di togliere acqua ai motivi della protesta che ha scosso il paese, forse l’unica strada concessa per cercare di avere ancora un ruolo politico nel futuro della Bolivia, anche se appare davvero difficile che gli sia concesso di presentarsi al nuovo appuntamento elettorale.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

A poche ore dalla decisione di indire nuove elezioni generali, il presidente boliviano Evo Morales ha annunciato le sue dimissioni da Chimoré, nel distretto tropicale di Cochabamba, dove è arrivato nel pomeriggio di domenica da El Alto in aereo. Dopo la partenza dalla base aeronautica che lo ospitava, erano circolate voci che le autorità argentine gli avessero rifiutato il permesso di entrata. È stato lo stesso Morales a smentirle, dichiarando che non è sua volontà lasciare la Bolivia, non avendo motivo di fuggire, per quanto il leader dei civici Luis Fernando Camacho abbia fatto circolare la notizia di un ordine di cattura emesso dalla magistratura boliviana a carico dell’ormai ex presidente.

La notizia al momento non trova conferma ufficiale, per quanto Morales stesso abbia poco fa twittato che un ufficiale di polizia ha dichiarato di avere un mandato di eseguire un ordine di arresto contro di lui, denunciando anche che gruppi violenti hanno assaltato il suo domicilio. Mentre è confermato che la magistratura boliviana ha aperto un procedimento contro i membri del Tribunale Elettorale Supremo, colpevole di aver attuato la frode.

La decisione di lasciare è giunta dopo la pubblicazione dell’esito del controllo del voto fatto dall’Organizzazione degli Stati Americani, che ha dichiarato illegittime le elezioni del 20 ottobre scorso, riconoscendo in pratica le denuncie di brogli avanzate dalle opposizioni. E dopo aver verificato che indire nuove elezioni era ormai un provvedimento tardivo per il precipitare della situazione. 

Già nei giorni scorsi Morales aveva dovuto affrontare un ammutinamento da parte delle forze di polizia in varie città boliviane, che si sono rifiutate di scontrarsi con i manifestanti, e hanno in qualche misura fatto pagare a Evo la sua scarsa attenzione in tredici anni di governo per le loro rivendicazioni. A ciò ieri si è aggiunta la dichiarazione del capo dell’esercito Williams Kaliman con la quale invitava Morales a farsi da parte per garantire la pace del paese. 

In una situazione di sempre maggiore tensione, dove anche l’importante Central Obrera Boliviana (COB) si esprimeva a favore della rinuncia, ieri si è verificata un’ondata senza precedenti di dimissioni da parte di alte cariche del Movimiento al Socialismo. Dal presidente della Camera dei deputati a quelle di governatori, sindaci, deputati e senatori, è stato un continuo prendere le distanze da Evo Morales, sempre più isolato nel paese, che alla fine non ha avuto altra scelta.

Evo ha dichiarato di rinunciare affinché i dirigenti del suo partito non continuino a essere perseguitati, e ha affermato di essere vittima di un golpe civico, politico e poliziesco. “La lotta non finirà qui, la continueremo per l’uguaglianza e la pace”, ha dichiarato a TeleSur da Chimoré. E data la tempra del personaggio c’è da credergli che non lascerà intentata ogni possibilità di incidere sulla vita politica boliviana. 

Con le sue dimissioni Morales ha cercato di togliere acqua ai motivi della protesta che ha scosso il paese, forse l’unica strada concessa per cercare di avere ancora un ruolo politico nel futuro della Bolivia, anche se appare davvero difficile che gli sia concesso di presentarsi al nuovo appuntamento elettorale. Sull’onda della vittoria delle manifestazioni popolari è probabile che l’opposizione chiederà il rispetto del referendum del 21 febbraio 2016, con il quale la maggioranza dei boliviani aveva rifiutato la modifica costituzionale che avrebbe potuto permettere a Evo un quarto mandato.

Intanto la sua tesi di essersi dimesso per un golpe civico è stata respinta da Carlos Mesa, il candidato di Comunidad Ciudadana di centro sinistra, arrivato secondo il 20 ottobre, il quale ha sostenuto che Morales è stato mandato a casa per la volontà popolare e ha chiesto che la carica presidenziale sia assunta ad interim da Adriana Salvatierra del MAS, presidente dell’assemblea dei senatori, che però poco dopo ha rinunciato alla sua carica. In un crescendo di defezioni degno di una fine di regime. 

Appresa la notizia, la gente è scesa in piazza ieri sera in molte città boliviane, e nella capitale ha festeggiato in Plaza Murillo dove ha sede il Palacio Quemado, sede della presidenza. La notte scorsa atti di violenza e vandalismo si sono registrati in molte città. A La Paz e El Alto sostenitori del MAS hanno attaccato imprese e case private. Le minacce e le intimidazioni hanno colpito anche organi di stampa. Il quotidiano Pagina Siete ha sospeso le pubblicazioni per proteggere i suoi giornalisti, mentre Televisión Universitaria e Red UNO hanno cessato di trasmettere. 

In una situazione che rimane pertanto confusa, Jeanine Áñez, seconda vicepresidente del senato e esponente dell’opposizione, ha reclamato per sé la presidenza interina per portare il paese alla pacificazione e alle nuove elezioni. Dalla vicenda di queste tre settimane sembra lecito poter dire che il potere su cui Evo Morales pareva contare si è rivelato alla fine fragile, e tale da essere sgretolato da un movimento popolare fatto in gran parte da giovani che nessuna minaccia di repressione ha potuto fermare.

Morales, pur avendo usato i suoi sostenitori in chiave repressiva contro i manifestanti, ultimo ieri l’episodio dell’assalto armato alla carovana di minatori che raggiungevano La Paz per sostenere lo sciopero generale, non ha potuto contare sulle tradizionali forze dell’ordine per mettere fine alle proteste. Messo da parte, potrebbe tentare un ultimo colpo di coda, per quanto ciò sia difficile in una situazione in cui molti di quelli che l’avevano appoggiato l’hanno scaricato, nel tentativo di salvare sé stessi. 

Evo Morales nei tredici anni di potere ha senza dubbio fatto molto per il suo paese, al quale, tra ombre e luci, ha assicurato uno sviluppo continuo. Se durante i primi mandati presidenziali ha saputo raccogliere il sostegno della maggioranza della popolazione, con l’andare del tempo si è alienato il favore dei boliviani, disgustati dai sempre più numerosi casi di corruzione che hanno colpito il MAS, e infine dal suo volersi riperpetuare al potere, nella convinzione di essere insostituibile e senza aver dimostrato di possedere la saggezza si creare per tempo una successione a sé stesso. 

Simón Bolívar, il Libertador, al quale molti esponenti della sinistra latinoamericana si ispirano, ha messo in guardia contro i leader che anelano a riproporsi all’infinito ai loro popoli, senza permettere un ricambio. Mai insegnamento fu tanto disatteso, in primo luogo da parte di chi ne ha fatto una bandiera e un faro nella sua azione politica. Evo Morales, pur tra tanti meriti, purtroppo non fa eccezione e rischia di lasciare dietro di sé una Bolivia in macerie. 

L’ormai ex presidente Morales ultima modifica: 2019-11-11T11:45:33+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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