Evo, una storia latinoamericana

Le vicende boliviane e l’epilogo imprevisto e infelice della presidenza di Morales sembrano trovare una risposta negli accadimenti esplosi recentemente in Cile che riportano ad una qualità dello sviluppo che non è fatta di numeri, ma di condizioni, di sistemi sanitari e scolastici, di regimi salariali e del rigetto di privilegi non più accettabili.
scritto da FRANCO AVICOLLI

“Grazie per avermi salvato la vita”. Con queste parole l’oramai ex presidente della Bolivia, Evo Morales, ha salutato il ministro degli esteri messicano Marcelo Ebrard che lo ha ricevuto nell’aeroporto “Benito Juarez” di Città del Messico. Morales è arrivato con un aereo della Forza aerea messicana partendo da Cochabamba nella notte di lunedì per arrivare nella città azteca dopo le undici di martedì, passando per la capitale paraguayana. Il volo ha affrontato vari problemi in Bolivia per permessi concessi e poi negati all’aereo militare messicano che mostrano una situazione interna tutt’altro che definita; ma anche lungo la rotta, a conferma della variegata posizione dei paesi latinoamericani verso Morales con il quale sono apertamente schierati Cuba e Venezuela, ma non il Perù, l’Ecuador, il Brasile, la Colombia e l’Argentina di Macri.

In tali atteggiamenti si nota la mano dell’Organizzazione degli Stati Americani e, per induzione, degli USA. Con l’ex presidente hanno viaggiato la figlia, l’ex vice Álvaro García Linera e, Gabriela Montaño, già ministra della salute. Nell’aeroporto, scrive La Jornada, Evo Morales ha pronunciato un breve discorso:

Se c’è un delitto di cui posso essere accusato, ha detto, è quello di essere l’indio Evo, il nostro peccato è di avere avviato programmi sociali per i più umili, cercando l’uguaglianza, la giustizia. Sono convinto che ci sarà pace soltanto quando sarà garantita la giustizia sociale; il nostro delitto o peccato peggiore è che siamo ideologicamente antimperialisti.

La drammaticità degli eventi boliviani temporaneamente sfociati nell’elezione di Jeanine Áñez senza il concorso del maggioritario partito di Evo Morales e con una prassi irrispettosa della Costituzione, arricchisce il panorama già irrequieto dell’America Latina sulla scia del colpo di Stato tentato da Gaidó in Venezuela con il concorso USA, del funesto incendio della selva amazzonica, dell’Ecuador e del Cile, da dove giungono notizie di retate dei militari per arrestare e seminare terrore. Nel frattempo Haiti è in fiamme da più di tre settimane e gli scontri con circa cinquanta morti proseguono nell’indifferenza generale; dulcis in fundo, Lula ritorna sulla scena quasi nello stesso momento in cui Evo Morales l’abbandona. 

Siamo abituati a considerare l’America Latina come una regione omogenea, ma nella realtà il Messico non sa molto dell’Argentina e neppure della Bolivia e viceversa, e gli stessi processi associativi più volte tentati non hanno avuto grande successo. Una storica distanza che nasce dalla pratica colonialista che impediva il rapporto tra le singole realtà della regione. 

Ciò che è comune al sub continente è la tragedia sociale. La quale si consuma tra dinamiche diverse e con attori dagli stessi nomi, ma con ruoli sociali variabili da paese a paese. Il percorso non è sempre lineare e l’epilogo può essere del tutto opposto alle premesse. È accaduto con Ortega in Nicaragua e il caso della Bolivia ne è una variante che non può essere risolta dichiarando la fuga dell’ex presidente effetto di un colpo di Stato e basta. Tra i molti dati positivi del periodo “Evista”, il paese andino registra l’indice più alto di crescita dell’America Latina e un’importante diminuzione della povertà estrema della popolazione dal 36,7 per cento del 2005 al 16,8 per cento del 2015. Hugo Siles, analista politico e già ministro di Morales, sostiene che “la storia contemporanea della Bolivia si divide in due: prima e dopo Evo Morales”.

L’ex presidente vanta tre grandi successi elettorali che l’hanno portato a governare la Bolivia per quasi quattordici anni e tuttavia è dovuto fuggire ed esiliarsi senza poter contare su una struttura interna che lo proteggesse come presidente, ma anche come protagonista e simbolo di conquiste da difendere. E ciò spinge a pensare che la sua posizione non fosse così forte come i successi proposti dai numeri; che il processo da lui messo in atto non ha prodotto nuovi equilibri, la nascita di gruppi sociali ed economici fortemente nati dal suo modello di riscatto; e che il paese sia rimasto sostanzialmente immutato perché ha continuato a muoversi con un progetto di sviluppo i cui protagonisti rimangono esterni al governo e non rispondono ad un criterio di qualità, ma di forza. 

Le vicende boliviane e l’epilogo imprevisto e infelice della presidenza di Evo Morales – ovviamente, non va sottaciuta l’azione intimidatoria dell’opposizione evidente, di quella occulta di casa e foranea che va energicamente condannata – sembrano trovare una risposta negli accadimenti esplosi recentemente in Cile che riportano ad una qualità dello sviluppo che non è fatta di numeri, ma di condizioni, di sistemi sanitari e scolastici, di regimi salariali e del rigetto di privilegi non più accettabili da una società che nello sviluppo stesso è divenuta più consapevole di diritti sempre negati. 

E va intesa appunto in questo senso la grande risposta del Cile che invade le strade e le mantiene malgrado l’aperta violenza di un esercito che, alla luce dei dati, difende i privilegi di cui è beneficiario e di un potere che non si basa sulla partecipazione dei cittadini, ma sull’accettazione di un desarrollismo che inorgoglisce la patria, ma poco si occupa dei cittadini e della loro qualità di vita. 

Un intelligente e attento analista della politica latinoamericana, Alberto Aziz, esaminando la situazione cilena ne ha appunto rilevato la valenza qualitativa. Fino a qualche settimana prima delle manifestazioni popolari, il presidente del Cile, Piñera, ostentava orgogliosamente quella che definiva l’oasi di pace del suo paese in contrasto con le perturbazioni nei cieli di quasi tutta l’America Latina. La sua sicumera si basava appunto sul modello liberista del paese, su un desarrollismo funzionante e visibile con i risultati di un’economia con buoni indici di sviluppo. E tuttavia è bastato l’aumento di una cifra non proprio importante del biglietto della metropolitana per scatenare la rabbia popolare. “Non sono i trenta pesos di aumento, hanno detto i cileni, ma i trenta anni di politiche economiche e sociali” a pesare. 

In questa affermazione è racchiusa tutta la qualità che caratterizza il movimento cileno che rifiuta sostanzialmente la gabbia di uno sviluppo economico che non assicura alla società proletaria né benessere, né futuro, né soggettività, perpetuando una succubanza che non incide sui rapporti di forza tra potere e popolo.

 In Cile, secondo Alberto Aziz, “la mobilitazione sociale nasce da una trasformazione significativa della coscienza collettiva” che l’argentina Maristella Svampa, riprendendo il concetto dal sociologo nordamericano Doug McAdam, chiama di “liberazione cognitiva”, che sostituisce la convinzione storica per la quale non è possibile cambiare nulla.

Il desarrollismo evidenzia pertanto che la ricchezza e la sua distribuzione, anche quando si verificano in un processo “onesto” – è un ossimoro evidente la ricchezza onesta che nasce dalle plusvalenze – e senza corruzione, non sono sufficienti a riequilibrare una situazione caratterizzata da profonde differenze e ingiustizie sociali. Un progetto politico che affida le sue fortune alla crescita economica senza appuntare, nello stesso tempo, alla crescita di una domanda legata alla qualità della vita e quindi alla diversificazione dello stesso concetto di ricchezza, è inevitabilmente condannato a confrontarsi con l’economia di mercato. Da ciò è conseguente la conferma dei rapporti interni dei vari paesi latinoamericani e la loro dipendenza dalle strategie produttive degli USA in positivo e in negativo.

Ed è questa la situazione nella quale si è trovato Evo Morales e, per altri cammini, lo stesso Maduro. 

In tale contesto va visto l’aspetto qualitativo dei fatti cileni enfatizzati da quel milione di persone e passa che portavano scritte come “Sono in piazza per mia madre e per i miei pazienti: salute pubblica di qualità” o “Basta con le pensioni miserabili dei nostri nonni, non vogliamo più che le nostre famiglie debbano alzarsi alle cinque del mattino per stipendi indegni”. Essi nella sostanza evidenziano il rigetto del liberismo economico e di uno “sviluppismo” non più accettabile senza qualità e dignità sociale.

Rilevo il fatto, senza escludere che Trump, in cerca di un secondo mandato, stia facendo le prove in Bolivia per poi colpire la qualità pericolosa del Cile e sbarazzarsi dello stesso Piñera risultato debole. 

È interessante notare che il presidente del Messico López Obrador, nella sua conferenza stampa mattutina di martedì 12 novembre, quando Evo Morales era ancora in volo, abbia dichiarato con enfasi l’orgoglio di essere alla “testa di un governo che garantisce l’asilo politico” aggiungendo che la “sua amministrazione esprime un cambio di regime che include un cambio di politica estera”.

Sarebbe straordinario se AMLO, accogliendo Evo Morales, avesse voluto anche dire che la Quarta Trasformazione del paese da lui avviata, intende procedere lungo un percorso che allontana il Messico dal modello nordamericano.

Evo, una storia latinoamericana ultima modifica: 2019-11-14T17:08:16+01:00 da FRANCO AVICOLLI

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