“Le Colline del Prosecco” e il paradosso Unesco

Preservare il patrimonio senza curarsi dell’umanità.
scritto da TIZIANO GOMIERO
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Dal 19 luglio 2019 “Le Colline del Prosecco” di Conegliano e Valdobbiadene, sono incluse nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità. L’inclusione è stata ritenuta non opportuna dalle associazioni ambientaliste e dai comitati locali, e ha dato adito ad una nuova serie di proteste da parte della cittadinanza locale, la quale teme che la recente nomina Unesco possa esacerbare i già critici problemi ambientali dell’area. 

Lo scorso ottobre, è stata pubblicata una relazione in merito alla questione, redatta da alcuni rappresentanti di associazioni ambientaliste, dal titolo “Considerazioni in merito all’approvazione del Sito Unesco Le Colline del Prosecco. La relazione riassume i termini del dibattito, le criticità poste da questa decisione, e le proposte fatte dai comitati e dalle associazioni locali per attivare un percorso di sostenibilità ambientale e sociale della produzione vitivinicola locale. Un percorso che possa davvero valorizzare il territorio, e le sue storiche attività produttive, e al contempo salvaguardare la salute dei cittadini e dell’ambiente.

Nell’area, da mesi, si susseguono sbancamenti per far posto a nuovi vigneti, a volte autorizzati a volte no. In ogni caso, lavori che alternano l’assetto del territorio e la sua idrogeologia, e che non seguono le pratiche tradizionali per le quali l’area è stata insignita del titolo di patrimonio dell’umanità (i nuovi impianti di prosecco tendono ad essere a ritocchino, cioè con i filari perpendicolari all’inclinazione della collina, per facilitare l’uso delle macchine agricole, una tecnica che non è quella tradizionale, a girapoggio, cioè con i filari che seguono le linee di quota della collina e che mira a minimizzare i processi erosivi).

Come promesso dal governatore Luca Zaia, hanno preso il via le attività di ristrutturazione dei casolari, ruderi, fattorie e allevamenti, per creare strutture ricettive (B&B, alberghi) per lo sviluppo di un turismo diffuso nell’area Unesco e dintorni, che dovrebbe portare turisti di tutto il mondo a visitare le Colline del Prosecco. A breve dovrebbero prendere il via anche i lavori di Assoindustria per la costruzione di un nuovo polo industriale, sempre nell’area Unesco. 

Speriamo che la corsa alla “valorizzazione” del territorio non finisca per stravolgerne le caratteristiche (rendendolo magari più fragile in termini idrogeologici), e in uno spreco di investimenti privati e pubblici, esacerbando il processo di consumo di suolo. Al momento, gli scenari prospettati dal presidente Zaia non sembrano supportati da analisi economiche sulle potenziali ricadute degli investimenti. Studi condotti sull’impatto economico dell’iscrizione alla World Heritage List (WHL), ci informano che, nella maggior parte dei casi, non si sono avuti effetti significativi sulla crescita economica delle località inserite nel WHL, se non in località dove il turismo si sarebbe comunque sviluppato in modo autonomo, o dove vi siano situazioni veramente speciali, e che comunque questo è relazionato alla partecipazione delle comunità locali.

Comunità locali che nelle Colline del Prosecco sono da tempo sul piede di guerra (il caso è stato il tema anche di una inchiesta del programma Report andata in onda a novembre 2016). La popolazione chiede l’adozione di pratiche vitivinicole biologiche, in alternativa alle convenzionali, dove si fa largo uso di pesticidi di sintesi, spesso applicati anche in vicinanza di abitazioni e luoghi pubblici. Sostanze pericolose per la salute che tendono a permanere nell’ambiente a lungo, e non solo localmente. Infatti, attraverso l’aria e i deflussi idrici questi prodotti si diffondono in tutto il territorio, anche su grandi distanze. In questi giorni, è scoppiato anche il caso inquinamento dei Laghi di Revine, nelle cui acque sono stati trovati pesticidi e perfino arsenico.

Laghi di Revine

Va preso atto che il Consorzio di Tutela del Prosecco Superiore DOCG, nel 2019, dopo anni di proteste da parte della cittadinanza, ha deciso di bandire l’uso dell’erbicida glifosato e dei pesticidi Folpet (un fungicida sospetto carcinogeno nell’uomo) e Mancozeb (pericoloso fungicida che può compromettere il funzionamento della tiroide, carcinogeno e mutageno). Un atto dovuto, viste le caratteristiche di questi prodotti, che speriamo sia un primo passo verso la ricerca di una gestione più sostenibile dell’attività vitivinicola, e da compiere con la collaborazione della ricerca, delle istituzioni e della cittadinanza. Tuttavia, il ricorso alla deroghe per l’uso di pesticidi vietati dal regolamento di polizia rurale porta comunque ad usare queste sostanze nei vigneti

La questione pesticidi, infatti, dovrebbe allarmare a tutti i livelli. I dati per il 2018 confermano la provincia di Treviso al secondo posto in Italia per la vendita di prodotti fitosanitari, con 4,6 milioni di chili di pesticidi, circa cinque chili di pesticidi (principi attivi) per abitante (ma dovrebbero essere conteggiati anche i coadiuvanti, dato che anche i coadiuvanti possono avere effetti tossici). In Veneto si usano circa dodici kg di principi attivi per ettaro di superficie agricola utilizzata (SAU), contro i cinque della media nazionale. I dati hanno destato allarme tra alcuni politici veneti, che hanno invitato la giunta regionale e il presidente Zaia a lavorare affinché si possa ridurre l’impiego dei pesticidi, per esempio incentivando le pratiche agroecologiche e l’agricoltura biologica, in particolare in prossimità di aree urbane, zone pubbliche o ambienti particolari come i corsi d’acqua.

Ricordiamo che il Veneto sta anche vivendo il dramma dell’inquinamento da Pfas (acidi perfluoroacrilici), che hanno inquinato la seconda falda acquifera più grande d’Europa, col 65 percento degli abitanti delle province di Verona e Vicenza, cioè circa 350.000 persone, che presentano nel corpo valori eccessivi di queste sostanze chimiche. Ricordiamo che i Pfas sono sostanze seriamente pericolose per la salute, potenzialmente cancerogene, alterano il funzionamento del sistema endocrino compromettendo la crescita dei bambini, la fertilità maschile e la salute delle donne (un recente studio condotto all’università di Padova ha constatato che i Psfas alterano il ciclo mestruale, causano l’endometriosi, rendono difficile il concepimento, causano aborti spontanei e nascite premature e sottopeso). Sostanze sversate nelle acque dall’azienda Miteni, forse per decenni, senza che nessuno riuscisse a rilevarle. Aggiungiamoci le centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici sotterrate in giro per il Veneto, da servizi di smaltimento rifiuti tossici a prezzi competitivi spesso finiti in falda (reati che sembrano non aver suscitato l’interesse delle istituzioni pubbliche). Insomma, il classico modello di sviluppo che prevede la massimizzazione dei profitti privati e quindi la successiva socializzazione dei costi, con tanti auguri per gli sfortunati di turno.

Purtroppo, tra i progetti di valorizzazione dell’area delle Colline del Prosecco, l’ipotesi di una transizione alla produzione biologica non sembra essere stata presa in considerazione (nonostante nell’area operino da parecchi anni, e con notevole successo, alcune aziende biologiche, le quali e potrebbero servire da modello e fornire aiuto tecnico, e nonostante la disponibilità di finanziamenti europei per sostenere la sperimentazione). Purtroppo davvero, perché una transizione al biologico potrebbe rappresentare un importante valore aggiunto per l’area, da giocare sia sul piano della promozione del prodotto Prosecco (in un periodo di forte crescita della domanda di prodotti biologici), sia sul piano di offerta di un turismo veramente di qualità, diventando magari un modello produttivo di riferimento a livello internazionale. In Francia, per esempio, la viticoltura biologica sta incontrando sempre più interesse e mercato

Le associazioni ambientaliste e comitati locali hanno vivacemente protestato in merito all’opportunità di inserire le Colline del Prosecco nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Ciò non tanto per una contrarietà alla valorizzazione dell’area, o allo sviluppo, o ancora per questioni politiche (come a volte si è sentito dire), ma perché nonostante almeno un ventennio di sforzi per mettere in atto un cambiamento di gestione della locale viticoltura verso le pratiche della viticoltura biologica, non vi è stato alcun interesse a lavorare in questa direzione, né da parte dei produttori e cantine locali, né da parte delle amministrazioni pubbliche. Anzi, in questi anni la popolazione ha visto espandere l’area vitata, e poco o nulla è stato fatto per limitare l’impatto dei trattamenti sulle zone urbane.

In merito all’inclusione delle Colline del Prosecco nella WHL, Gianluigi Salvador, già membro del WWF e parte del direttivo Pesticides Action Network (PAN) Italia (una associazione internazionale per la messa al bando dei pesticidi di sintesi), che da un ventennio si batte per l’adozione di pratiche di viticoltura biologica nell’area del Prosecco, denuncia una serie di omissioni ed errori nei documenti degli esperti per la Certificazione Colline del Prosecco Unesco. Salvador spiega che

Sono completamente assenti dal documento ICOMOS le parole “pesticide” e “pollution”, come se certificare “culturalmente” il sito con la fotografia del paesaggio e qualche accenno frammentario alla storia recente della monocoltura viticola, ormai “industrializzata”, eliminasse i forti disagi della popolazione residente ed i pericolosi inquinamenti della chimica di sintesi, che investe tutti i beni ambientali, nell’interesse lucrativo di una piccola minoranza della popolazione.

Le associazioni ambientaliste e comitati locali, che hanno vivacemente manifestato contro l’inclusione dell’area vitivinicola nella WHL, hanno indetto un referendum per l’abolizione dell’uso dei pesticidi di sintesi. Inizialmente il referendum era previsto era il 24 novembre, ma per delle questioni di valutazione di legittimità la consultazione è stato rimandato al prossimo anno.

Auspichiamo che l’inclusione delle Colline del Prosecco nella lista dei Patrimoni dell’Umanità possa diventare uno stimolo per una vera valorizzazione del territorio, in un processo che abbia come obiettivo la sostenibilità del sistema produttivo nel suo complesso, e che veda l’inclusione della popolazione locale quale attore di riferimento. Mirare al riconoscimento Unesco per mera convenienza commerciale, o finanche speculativa, potrebbe esacerbare i presenti conflitti sociali e rivelarsi controproducente in termini economici: potrebbero non essere molti i turisti interessati a visitare un’area dove si fa un gran uso di pesticidi, e il valore degli immobili locali potrebbe ulteriormente scendere, con gravi danni economici per i residenti.

Dal canto suo, l’Unesco dovrebbe lavorare per includere nel sistema di valutazione anche la sostenibilità ambientale e sociale, quali caratteristiche indispensabili per meritare l’inclusione dei siti nella WHL, ed evitare che l’inclusione nella WHL possa esacerbare problematiche già presenti nel territorio (conflitti tra attori o l’instaurarsi di processi di esclusione sociale). L’Unesco dovrebbe, quindi, impegnarsi attivamente con le istituzioni, in primis, per garantire la salute dei cittadini che il territorio lo vivono. 

Ci auguriamo che Unesco, istituzioni pubbliche, produttori e attori sociali possano trovare il modo di collaborare in un progetto comune per sviluppare un modello di gestione del territorio veramente sostenibile, che miri a fare delle Colline del Prosecco un patrimonio di tutti.

“Le Colline del Prosecco” e il paradosso Unesco ultima modifica: 2019-11-14T21:24:25+01:00 da TIZIANO GOMIERO

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