L’acqua alta e noi, dall’altro lato della laguna

“Abbiamo trascorso la sera del 12 novembre collegati ai social, al telefono con amici, parenti, compagni di classe residenti tra calli e rii, nelle isole, con il cuore in gola, con la stessa paura, e in più con il senso di colpa dato dal fatto di essere all’asciutto, in quei momenti, e quindi in qualche modo fortunati”.
scritto da ELISABETTA TIVERON
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Pare che dai più accesi sostenitori del Sì alla divisione della città in due comuni distinti sia annoverata in questi ultimi giorni, tra le motivazioni, una supposta evidenza fornita dalle acque alte eccezionali della scorsa settimana: i residenti oltre il ponte della Libertà, i “mestrini”, sono stati semplici spettatori.

Mi permetto allora di dire due parole in proposito.

Abito oltre il ponte; sto a un passo dalla laguna, ma sull’altro lato, quello lontano dai riflettori. Un quartiere costruito su terreni paludosi a ridosso delle barene, nato come espansione della cosiddetta “città storica” in terraferma. E vivo a Venezia, una città speciale, multiforme, in cui mi muovo quotidianamente da una parte all’altra perché la mia vita è così, per la mia famiglia e per tantissimi miei concittadini, con residenza anagrafica di qua e di là del ponte translagunare.

Abbiamo trascorso la sera del 12 novembre collegati ai social, al telefono con amici, parenti, compagni di classe residenti tra calli e rii, nelle isole, con il cuore in gola, con la stessa paura, e in più con il senso di colpa dato dal fatto di essere all’asciutto, in quei momenti, e quindi in qualche modo fortunati. Siamo andati a dormire a notte fonda. Io, a dormire, non ci sono riuscita. Oltre il ponte in senso opposto c’è parte della nostra vita, del nostro ogni giorno. Scuola, sport, lavoro, amicizie, familiari, negozi di riferimento, cinema, osterie, attivismo… ed è inscindibile da ciò che abbiamo di qua. Di qua del ponte abita tantissima gente che si sente parte di questa Venezia multiforme, che sente anche quella che sta da piazzale Roma in poi la propria città. Tantissima gente che tra calli e campielli lavora, ha attività economiche, frequenta scuole, fa parte di associazioni e così via. 

Abbiamo passato i giorni verificando continuamente le maree, adattando al nostra quotidianità all’eccezionale che stava accadendo.

I miei figli erano, insieme ai loro amici residenti anche nei quartieri di terraferma, tra le centinaia di ragazzi che si sono spesi a raccogliere rifiuti e ad aiutare gli abitanti in difficoltà. 

È la loro, e la nostra, città. Per lei ci battiamo, scendiamo in piazza, scriviamo.

È la città meravigliosa, stupore del mondo, amata, fragile, sfruttata. La città che sa riprendersi dalle peggiori sciagure, la storia ne è testimone, e ci auguriamo – e faremo il possibile – perché sia così anche in futuro. La città che il Novecento ha trasformato, includendo isole e porzioni di terraferma, arricchendola ulteriormente, e che ha confermato sempre avanti di un passo, anche rispetto a realtà urbane più grandi, nella migliore, plurisecolare tradizione veneziana. 

No, non siamo stati semplici spettatori, noi di qua del ponte della Libertà. E ci dispiace, ci ferisce che qualcuno lo pensi.

L’acqua alta e noi, dall’altro lato della laguna ultima modifica: 2019-11-21T16:55:07+01:00 da ELISABETTA TIVERON

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