Referendum. Una risposta di pancia ai problemi di Venezia

scritto da ROBERTO D’AGOSTINO

In vista del referendum che si terrà domenica primo dicembre nel Comune di Venezia, ytali ospita una serie di interventi a favore e contrari al quesito referendario.
Di che si tratta?Gli elettori veneziani saranno chiamati a pronunciarsi per la quinta volta sulla proposta di separazione – autonomia, preferiscono dire i sostenitori del sì alla divisione – tra Venezia, con le isole dell’estuario, e Mestre e terraferma. L’esito della consultazione avrà conseguenze sulla composizione della Città metropolitana di Venezia (852.472 abitanti a fine maggio) e su quella del Comune di Venezia (268.841 abitanti), suddiviso nelle municipalità di Venezia-Murano-Burano (69.679 abitanti), Lido Pellestrina (21.691), Favaro (23.376), Mestre Carpenedo (88.181), Chirignago-Zelarino (37.629) e Marghera (28.285).
Nel complesso 91.370 veneziani d’acqua e 177.471 di terraferma.
In caso di vittoria del “sì”, Venezia finirebbe al quarto posto tra i comuni veneti capoluogo di provincia, dopo Verona, Padova e Vicenza, mentre Mestre diventerebbe il terzo comune più popoloso della regione, il primo tra i non capoluogo di provincia. Sarà il quinto referendum sulla separazione. Nella tabella che segue i risultati delle precedenti consultazioni.

Ci separiamo?

Mentre si stanno contando i danni dell’ultima acqua alta e si stanno rimpallando le responsabilità, peraltro chiarissime, dei ridicoli ritardi delle opere di salvaguardia, uno tsunami ben più grave sta per abbattersi su Venezia.

Se il Mose non funziona ed è stato un veicolo di corruzioni e di collusioni a tutto campo, se l’acqua cresce, se il turismo devasta la città, se le grandi navi continuano a passare dal canale della Giudecca, se i negozi sono pieni di paccottiglia, o se questa amministrazione ha dato il via libera ad una colossale trasformazione della terraferma in alberghi per pendolari low cost, o se non esiste più una abitazione a Venezia che non sia stata trasformata in alloggio turistico, bene se tutto ciò e altro accade è perché abbiamo un unico comune, mentre la panacea a tutti questi mali è la separazione in due comuni: Mestre e Venezia.

Naturalmente nessuna delle cose sopraddette ha a che fare con la divisione amministrativa, ma ciò non ha alcuna importanza. Come i no vax, come i fautori delle scie chimiche, o della terra piatta non sono convincibili da nessun ragionamento razionale, così l’onda del separatismo non è arrestabile da nessuna considerazione sul disastro verso cui l’essere sempre più piccoli senza un governo sovraordinato che non sia eventualmente quello della Regione può trascinare la città.

L’onda è questa: padroni in casa nostra, prima gli italiani, i veneti, i veneziani, gli abitanti di Favaro, del Lido, del Cavallino, quelli del mio quartiere o del mio condominio.

Sottolineare questi aspetti naturalmente non può essere un alibi per non riconoscere che le condizioni della città sono giunte ad un livello di guardia e che l’esacerbazione di molti dei suoi abitanti è assolutamente legittima. Obbliga invece a fare qualche discorso di verità, anche se le speranze che vengano ascoltati sono assai esili.

In primo luogo la maggior parte dei disastri denunciati va ascritta alla corresponsabilità dei cittadini veneziani. La trasformazione selvaggia delle abitazioni in case per affitti turistici è fatta direttamente dai proprietari delle case di Venezia, per desiderio di lucro o per necessità, così come l’aumento altrettanto selvaggio degli affitti commerciali che ha espulso le attività legate alla vita quotidiana in favore delle attività turistiche: il caso dei magazzini Coin è emblematico. La separazione porrebbe rimedio a tutto ciò? Ma su questo terreno si potrebbe andare molto più a fondo e allargare il campo fino al sistema delle illegittimità che permea l’economia veneziana. Il sistema di corruzione diffusa instaurato dal Consorzio non era estraneo alla società veneziana.

Vi è poi un campo di ragionamenti che dovrebbe indurre ad una riflessione più politica. 

È fuori di dubbio che la città abbia subito negli ultimi dieci anni forme di degrado insopportabile. Le colpe sono soggettive – della politica – e oggettive – della congiuntura. 

Le colpe della politica sono tante e vanno segnalate, ma dire che siamo nel disastro per via di come è stata governata Venezia negli ultimi trenta anni impedisce di vedere come e quando si è interrotta una buona amministrazione che governava per istanze strategiche in favore di amministrazioni che hanno perduto del tutto una visione progettuale sulla città. Così come impedisce di vedere che il Mose è un problema dello Stato e che le amministrazioni locali che si sono opposte anche duramente sono state del tutto inascoltate. Oppure impedisce di vedere che le leggi sul turismo che hanno favorito l’esplosione degli affitti turistici le ha fatte la Regione. E che i sindaci sono stati mestrini doc o veneziani doc, ma la loro qualità non è certamente misurabile sull’origine del quartiere di residenza.

Poi ci sono cause oggettive che vengono continuamente ignorate quando ci si lancia nelle lamentele. Due su tutte: la crisi economica che, a partire dal 2008, ha pesantemente coinvolto il nostro paese e la nostra città togliendo risorse indispensabili; l’esplosione del turismo passato dai circa nove milioni di presenze turistiche verso la metà degli anni novanta algli oltre trenta di oggi. Certo si poteva prevedere meglio, programmare di più, intervenire meglio, ma i due eventi sono stati devastanti e del tutto al di fuori delle capacità di intervento di una amministrazione locale.

Il palcoscenico del Teatro Goldoni poco prima che inizi un affollato dibattito sul referendum, 19 novembre

Se la separazione non ha nulla a che fare con la soluzione ai complessi problemi della città, se i milioni di turisti che vogliono toccare Venezia non possono essere arrestati da decreti o tornelli, se la crisi economica travalica nella sua incombenza le capacità di azione di una singola città, cosa bisogna fare per rispondere nello stesso tempo alla frustrazione dei cittadini che si sentono inascoltati ed esclusi e alle necessità di una città con un rango e una eredità del passato largamente superiore alla sue capacità del presente?

Moltissime cose ci sarebbero da fare, piccole e grandi, che solo una programma strategico discusso e condiviso potrebbe affrontare. Ma poiché in questo articolo parliamo di separazione, mi limiterò a questo tema.

Il problema di Venezia è che è troppo piccola e con troppo pochi poteri per mettere in campo le politiche complesse necessarie a migliorare le proprie performance e troppo grande e articolata per dare voce ai propri cittadini. La soluzione a questa contraddizione è stra-nota e non solo è stata studiata e descritta, ma si era cominciato a percorrerla con successo prima che la politica l’abbandonasse (e questo è a mio avviso uno dei più grandi errori che vanno imputati alle amministrazioni recenti).

La struttura istituzionale che consente di assumere il massimo dei poteri, mettendo in campo il massimo delle capacità competitive e funzionali e nello stesso tempo consente di attribuire il massimo dell’autonomia e dunque delle capacità democratiche di incidenza alle diverse parti che compongono l’arcipelago urbano veneziano, è la città metropolitana: la scala urbana minima per affrontare i problemi di Venezia, dalla salvaguardia della laguna ad ogni altro.

Non la Provincia rinominata, senza poteri, senza funzioni, senza soldi, senza omogeneità funzionale e senza legittimazione democratica, ma una città con un sindaco e un consiglio metropolitano eletti direttamente, e con uno specifico statuto che ne definisce articolazione e poteri: tutti quelli dei Comuni e della ex Provincia, più alcuni poteri oggi in capo alla Regione o allo Stato.

Una città formata da tutti quei comuni che interagiscono quotidianamente tra di loro per motivi di lavoro, di studio, di svago, di riferimenti commerciali: si tratta dei ventitré comuni ampiamente studiati nel passato con una popolazione complessiva di circa 630.000 abitanti che avevano già fatto un forte percorso unitario poi interrotto alla metà del decennio scorso.

Nell’articolazione della città metropolitana troverebbero ragione d’essere i comuni di Mestre e di Venezia, come quelli di Marghera, di Mira e degli altri che costituiscono la città metropolitana. 

Così Venezia avrebbe funzioni e massa critica per confrontarsi con le grandi realtà urbane italiane e europee fuggendo al suo destino di marginalità da un lato (Mestre) e di parco turistico dall’altro (Venezia).

Ricordo che quasi quindici anni fa il Comune aveva imboccato con forza questa strada articolandosi in sei municipalità (possiamo chiamarli comuni), premessa indispensabile per la costituzione di una città metropolitana eletta direttamente dai cittadini.

Questo, a mio avviso, sarebbe il terreno su cui discutere quando si prospetta l’idea di separare il Comune di Venezia in diverse parti (oggi Venezia e Mestre, domani coerentemente Lido e Marghera) e di sbriciolare definitivamente la massa critica minima che fa di un insieme di popolazione una città. 

Referendum. Una risposta di pancia ai problemi di Venezia ultima modifica: 2019-11-25T13:09:13+01:00 da ROBERTO D’AGOSTINO

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