Il cambio di passo imposto dal climate change passa da Venezia

L'“aqua granda 2.0”, complice il cambiamento climatico, pone il caso veneziano come paradigma di una nuova, ineludibile, politica ambientale a livello mondiale.
scritto da MARIO SANTI

Acqua granda 2.0

Le sirene dell’acqua alta che non sanno trovare un tono, una modalità di suono adeguata al passaggio dalla marea eccezionale a quella “catastrofica”, sono l’immagine di uno sconcerto.

Quello che ci prende quando il cambiamento climatico passa dall’asettica trattazione scientifica alla drammatica realtà di eventi la cui imprevedibilità… era del tutto prevedibile.

Ed era stata annunciata.

E Venezia può diventare la sperimentazione di un cambio di paradigma, capace di passare dalle parole ai fatti.

La notte del 12 novembre l’acqua si è innalzata di 187 cm sul medio mare (c’è chi ha rilevato 189); a pochi centimetri dai 194 registrati del 1966, fino a ora l’“Aqua Granda” per definzione.

Abbiamo avuto un passaggio repentino da una previsione – già estrema – di 160 cm di altezza sul medio mare a quasi 190. Trenta centimetri in più dovuti all’azione del vento. Quello che alcuni hanno definito “vortice ciclonico” e che in pochi minuti ha fatto salire l’acqua oltre ogni previsione e poi – calmatosi all’improvviso – a cominciare a scendere altrettanto velocemente.

E poi la concentrazione in una settimana (con code ancora in atto, in quella successiva) di alcuni dei più alti valori mai registrati.

Quella notte. Vista dal primo piano. Gli “scuri” che battevano come mai prima; mi sono affacciato e ho faticato a chiuderli per l’impetuosità del vento, con i tavolini del campo sotto che resistevano alla marea solo perché legati tra loro e ancorati.

A piano terra case invase, magazzini devastatati, attività economiche messe in ginocchio: frigoriferi, motori, macchine da buttare o messi fuori uso. Ristoranti, bar, negozi chiusi per giorni. Senza pane, senza alimentari. A Rialto mercato chiuso. 

Le decine di materassi accatastati con lavatrici e frigoriferi per strada e da buttare, che testimoniano quanti siamo i piani terra destinati a airbnb più o meno irregolari. 

Pellestrina devastata e che ha pagato con un morto.

E poi la replica (con qualche centimetro di meno) del giorno dopo. I ragazzi per strada ad aiutare e dare una mano. Auto-organizzati, in assenza di un efficace coordinamento di Protezione civile, vigili o pompieri.

I pochi elettricisti e manutentori che salvano una città che ormai non è più abituata a formare professioni che ne assicurino la manutenzione ordinaria a straordinaria.

E però… la grande resistenza, la capacità di tirarsi su le maniche e cominciare a mettere in ordine, a ripartire e riprogettare un futuro di tutti e per tutti.

È stata una tragedia diversa da quella di chi ricorda il 1966. Perché 53 anni dopo è cambiato quasi tutto per i veneziani insulari: siamo passati da 120.000 a poco più di 50.000, meno di 80.000 con le isole. Il cuore della nostra economia era a Porto Marghera, e oggi è centrato su una monocultura turistica che non ha ancora finito di mangiarsi la città storica e già aggredisce la terraferma. E che rende sempre più difficile per i giovani trovare casa e lavoro, cioè restare vivi, a Venezia.

La difesa dall’acqua alta è passata da leggi speciali che miravano a ristabilire l’equilibrio idraulico e morfologico della Laguna e a difendere la città e i suoi abitanti con la scelleratezza di un’opera (fortunatamente incompiuta) “nata vecchia” e “cresciuta marcia”. 

Non va dimenticato che dei cinque miliardi di euro che abbiamo oggi “sott’acqua” uno è andato in tangenti e che il Consorzio Venezia Nuova pagando tutto e tutti ha soffocato ogni voce che dalla scienza a dalla società civile (nota) si permettesse di mettere in discussione il suo ruolo dominante. 

E oggi, dopo gli arresti e le condanne dei suoi dirigenti è ancora la struttura del Consorzio che si propone di concludere i lavori. Una struttura “commissariata”, con la sostituzione dei vertici; ma senza che venisse discussa quella concessione unica che è la causa prima del disastro progettuale e realizzativo e del malaffare.

Oggi penso ci siano due questioni da affrontare e che hanno bisogno di riflessioni e approfondimenti, oltre che di mantenere viva un’azione conflittuale.

Questa è sempre viva: in una Venezia flagellata domenica 24 da vento e pioggia non un gruppo di “irriducibili”, ma tante persone e famiglie hanno saputo testimoniare il loro amore per la città e la loro capacità di proposta. Il problema è ora che essa venga ascoltata (a Venezia e fuori) e trasformata in risultati.

Importante è che sia stata fatta propria dai giovani di #FridaysForFuture, i primi a muoversi per aiutare chi ne aveva bisogno, a Venezia e a Pellestrina e ad animare dibattiti e manifestazioni di questi giorni. È però necessario che anche i decisori capiscano, cominciando ad ascoltare quel che dicono i veneziani e quel che l’ambiente cerca di spiegarci (con sempre meno pazienza). 

Penso alla “politica” che ha subito approvato una serie di documenti parlamentari bi-partisan dove, accanto ai doverosi richiami al riequilibrio lagunare e alla manutenzione urbana, la vera urgenza appare quella di portare rapidamente e conclusione il Mose. 

Penso alla gran parte delle forze economiche e dei media che non sembrano cogliere che la lezione di questi giorni non è “che il Mose ha un problema” ma che “il Mose è il problema”. 

Primo: moratoria del Mose e la destinazione dei fondi ad opere di sicura a immediata utilità.

Dopo il disastro, serve prima di tutto destinare risorse non solo per risarcire i danni, ma per aiutare i cittadini a far fronte ai problemi della residenzialità e alle manutenzioni degli edifici. 

Prima di tutto serve una gestione trasparente dei rimborsi, magari con il coinvolgimento di Veritas, della protezione civile e un affiancamento da parte dei volontari che hanno gestito le prime emergenze.

Non abbiamo bisogno di “mance elettorali”, ma contributi che consentano a privati ed attività di rialzarsi; con regole di massima trasparenza, capaci di invertire l’attuale tendenza alla mercificazione ad uso turistico delle risorse urbane. 

Quindi va preso atto che una moratoria del Mose non è una richiesta degli ambientalisti, ma è imposta dalla situazione. 

Cinque miliardi di euro (quattro di opere e uno di tangenti) giacciono sottacqua (le paratoie sono tutte collocate, ma non sono state sollevate perché non sono collaudate, hanno già rivelato alcuni problemi e mancano due dei tre motori in gradi di azionarle).

Ma non è accettabile l’idea (di apparente buonsenso) di chi sostiene “manca poco, intanto finiamolo e poi speriamo che funzioni”.

Perchè prima di finire la grande opera bisogna sapere se funziona e se è utile, dal momento che sono stati sollevati molti e fondati dubbi in proposito. 

E c’è una grande voglia di capire da parte delle popolazione, dopo anni di “bocche chiuse” imposte dal Consorzio.

In città c’è molta preoccupazione per l’opacità del percorso che passa per la convocazione da parte del governo del Comitatone, convocato a Roma per martedì 26 novembre. L’organismo interministeriale che ha competenza sulle iniziative di salvaguardia ha all’odg questioni delicatissime come l’ampiamento della operatività dell’isola delle Tresse.

Eppure dovrebbe essere chiaro che ulteriori scavi in Laguna (come l’approfondimento del Canale dei petroli) portano non al riequilibrio ma ad una ulteriore compromissione idraulica e morfologica della Laguna. …

Le idee per andare “oltre il Mose” ci sono. 

Tutti partono dalla decisione di non destinare un solo euro al completamento delle dighe prima di aver scientificamente dimostrato la loro possibilità di funzionare.

Si vedano il recente contributo su ytali di Armando Danella, o la grande partecipazione l’iniziativa di Eco Istituto Veneto Alex Langer che il 22 novembre ha chiamato esperti e tecnici a discutere su “prima e oltre il Mose”. 

La prospettiva è quella di riavviare da subito, con le risorse finanziarie oggi disponibili e in prospettiva con un nuova Legge Speciale per Venezia, gli studi e le realizzazioni degli interventi comunque necessari che ci sia o non ci sia il Mose: il riequilibrio della morfologia lagunare, la riduzione dell’officiosità delle bocche con elementi (stagionali) rimovibili, gli studi per il sollevamento puntuale o esteso delle quote di calpestio, la ripresa e l’aggiornamento del “progetto rii”, il potenziamento dell’Ufficio maree.

Bisogna dare attuazione da subito al divieto di transito lagunare delle grandi navi da crociera e da trasporto merci stabilendo normativamente le caratteristiche dimensionali compatibili con la tutela della laguna, collocando il terminal fuori dalla Laguna e abbandonare i progetti dell’Autorità portuale di marginamento del Canale dei petroli (cui è funzionale l’ampiamento dell’isola discarica delle Tresse per la collocazione dei fanghi).

E prima di ogni decisione sul terminare o meno il Mose di impone una scelta da parte del governo che segni un cambiamento, spazzando via il clima di malaffare e sequestro delle informazione da parte del Consorzio Venezia Nuova. 

Serve un organismo “terzo” rispetto al Consorzio (dal momento che nessuno affiderebbe alla volpe la ristrutturazione e la messa in sicurezza del pollaio), di alta qualificazione scientifica.

Una operazione di verità, affidata ad una Commissione tecnica di altissimo profilo. Una Commissione in cui lavorino esperti di livello internazionale, con gli esperti tecnici veneziani che hanno sollevato le critiche e le questioni da approfondire. 

Una Commissione che possa operare con accesso illimitato alle informazioni, agli strumenti modellistici e alle risorse umane del Consorzio, chiamata a concludere i suoi lavori in un tempo limitato (sei mesi).

Al termine dei quali restituire al governo, perciò alla nazione e al mondo (dato che Venezia è patrimonio dell’umanità) e prima di tutto ai veneziani tutte le informazioni che consentano di prendere una decisione a ragion veduta. 

Vanno analizzati grado di avanzamento della realizzazione, affidabilità del sistema, durata della sua vita utile, adeguatezza nelle nuove condizioni determinate dal cambiamento climatico.

Vano valutate possibilità e costi necessari a correggere gli errori progettuali ormai evidenti, come la risonanza sub-armonica, l’instabilità, la complessità dell’enorme sistema di controllo ad oggi inesistente. 

Vanno analizzati i costi reali del completamento e di gestione dell’opera e anche quelli per un suo eventuale smantellamento.

Sono informazioni che il governo deve obbligatoriamente conoscere per decidere, così da non caricarsi di oggettive gravi responsabilità (politiche ma anche giuridiche, istituzionali) quando i dati di fatto risulteranno incontrovertibili, ma a quel punto irrimediabili.

Ma che anche la Comunità veneziana, dal suo consiglio Comunale alla popolazione tutta, ha il diritto di avere.

Nel frattempo il governo deve bloccare sia il completamento del Mose sia la opere (es. ampliamento Tresse) ad esso funzionali.

Le risorse da subito vanno concentrate sugli interventi necessari, come ad esempio quelli per il riequilibrio morfologico, per la riduzione della officiosità delle bocche, per il contrasto all’approfondimento, al livellamento dei fondali e alla perdita di sedimenti che stanno trasformando la Laguna in un braccio di mare.

Se la prima “aqua granda” del 4 novembre 1966 ci ha dato le prime “leggi speciali per Venezia”, l’“aqua granda 2.0” del 12 novembre 2019 (e delle settimana terribile che l’ha seguita) deve farci tornare a quella logica, che poneva al centro la salvaguardia e il riequilibrio ambientale e sociale della Laguna e della città.

Altrimenti “Altro che Mose o Mosè, qua ghe voria Noè”, come si sentiva dire la mattina del 13 novembre …

Secondo: se l’aqua granda ci ha fatto capire che il Cambiamento climatico c’è, la città deve cominciare a mettere in atto tutte la azioni di mitigazione e adattamento necessarie 

Il contrasto al cambiamento climatico prevede una difesa sostenibile dalle maree, ma va ben al di là: servono azioni di mitigazione dei suoi effetti sulla città e sull’ecosistema lagunare. 

Partendo dal fatto che – anche se alternativo al Mose – ogni intervento di preclusione di entrata (e uscita) delle acque in laguna non può che essere momentaneo. 

Ma che con l’innalzamento atteso del livello dei mari comporterebbe periodi di chiusura (come abbiamo visto questa settimana) necessariamente così lunghi da rischiare di far morire per anossia la Laguna. Oltre che di compromettere seriamente le attività portuali (commerciali e produttive, non solo croceristiche). 

Allora è necessario concentrare ricerche e risorse (creando occupazione qualificata) sulle operazioni di sollevamento (non puntuale, ma generalizzato e uniforme) dell’intero suolo cittadino e non solo di sue singole parti o insule, come si è già fatto. 

Dai primi studi bisogna passare a sperimentazioni di scala adeguata. Questo è il tema da sviluppare. 

Ma il cambiamento climatico pone anche a Venezia e al suo territorio di acqua e di terra problemi che non si limitano al problema della salvaguardia dalle maree. 

È necessario agire e per farlo coinvolgere attivamente i cittadini nella gestione del cambiamento e delle sfide poste dalla mitigazione e dall’adattamento al cambiamento climatico.

Un importante documento messo a punto recentemente da un gruppo di studiosi locali parte da una constatazione [per lo sviluppo di questa paragrafo mi sono riferito a materiali prodotti dal Tavolo di lavoro sull’Emergenza clima di Per un’altra città possibile, coordinato da Maria Rosa Vittadini (referente) e Sandro Caparelli (facilitatore)]:

Nel settembre 2019 è stato pubblicato l’ultimo report dell’IPCC sullo stato di Mari e Oceani. Il rapporto presenta gli scenari possibili sul lungo periodo. Sono scenari di estrema importanza per Venezia e danno la misura dell’urgenza e dell’importanza di integrare il contrasto al cambiamento climatico in tutte le politiche dall’Amministrazione.

Secondo il rapporto il futuro aumento del livello medio globale del mare è causato da tre meccanismi: dall’espansione termica, dallo scioglimento dei ghiacciai e da cambiamenti nelle riserve idriche terrestri. Mentre il fatto che il livello del mare si alzi è accertato, la misura del futuro innalzamento dopo la metà del secolo (2050) dipende dalla capacità dell’umanità di limitare le emissioni climalteranti.

Al 2100 il livello medio del mare è stimato aumentare di una misura compresa tra 0.43 m e 0,84 m. Il primo valore corrisponde ad uno scenario che vede innalzamenti delle temperature e delle concentrazioni di gas climalteranti in linea con l’impegno sottoscritto a Parigi di contenere l’aumento globale della temperatura al di sotto dei due gradi. Il secondo valore di corrisponde ad uno scenario di valori di emissioni alti e crescenti ben oltre le soglie concordate a Parigi. Dopo il 2100, il livello del mare continuerà ad aumentare a causa del continuo assorbimento del calore degli oceani profondi e della perdita di massa dei ghiacci della Groenlandia e dell’Antartide.

Per molti paesi costieri, come Venezia e la sua Laguna, l’innalzamento del livello del mare si associa ad altri fattori aggravanti. Infatti bisogna tenere conto che si muove anche la componente terra (nella fattispecie la pianura padana e tutte le coste venete). Si tratta di un movimento verso il basso sia per cause naturali (movimenti tettonici) che antropogenici (come l’estrazione di acqua e gas dal sottosuolo). 

Infine nel caso di Venezia oltre al livello medio del mare bisogna considerare gli eventi estremi di marea (acque alte) causate da condizioni meteorologiche specifiche, che potrebbero diventare più frequenti per l’innalzamento delle temperature del mare.

Ma il documento ricorda anche che

gli effetti del cambiamento climatico a cui Venezia dovrà far fronte non si limitano al problema dell’innalzamento del livello del mare e delle relative maree eccezionali. Sarà necessario attrezzare la città e aiutare i cittadini per far fronte ad eventi estremi tendenzialmente più accentuati e più frequenti, come:

  • le ondate di calore, ovvero la situazione in cui la temperatura permane per più giorni (e notti) oltre i 30 gradi, con effetti devastanti sulla salute delle persone anziane e dei soggetti deboli, e più in generale sulla vivibilità degli spazi urbani. Le ricadute in termini di aumento dei consumi di acqua, di energia per il condizionamento degli edifici e di pressione sulle strutture sanitarie sono rilevanti. Tale fenomeno può essere contrastato attrezzando la città per ridurre “l’isola di calore” ovvero la differenza tra la temperatura nell’area urbana più densa (più alta) e la temperatura nelle aree esterne (più bassa). Le azioni per la riduzione del disagio microclimatico comportano interventi sulla permeabilità del suolo, sui materiali e sul colore delle pavimentazioni e degli edifici e soprattutto sulla quantità e la localizzazione di alberature e zone verdi.
  • i periodi di siccità, con tutte le loro conseguenze in termini di danno agli spazi verdi urbani e alle colture, perdita di biodiversità e di risorse naturalistiche del territorio, compromissione dei servizi ecosistemici
  • le piogge violente, concentrate nel tempo e nello spazio, che danno luogo a fenomeni di dissesto idrogeologico, esondazioni ed allagamenti che debbono essere contrastati con nuove attrezzature di raccolta, rallentamento e fitodepurazione delle acque di pioggia.”.

Naturalmente da queste analisi devono derivare azioni conseguenti.

Prima di tutto l’adozione (da parte del Comune) di una “Dichiarazione di emergenza climatica ” e la conseguente adozione di un “Piano clima”.

Di cosa si tratta?

La Dichiarazione di Emergenza climatica, che molte città europee hanno già effettuato, è un impegno politico di grande valore strategico e simbolico. 

Significa che Venezia riconosce il cambiamento climatico come fattore che influenzerà tutte le politiche urbane sul breve medio e lungo periodo, che si impegna ad elaborare un Piano Clima, da approvare il tempi brevi, capace di portare a coerenza le molte politiche, i molti interventi necessari e i molti soggetti pubblici e privati che dovranno realizzarli. 

E che da subito intraprenderà le azioni di informazione, comunicazione e coinvolgimento dei cittadini necessarie ad aumentare la consapevolezza dei problemi e la disponibilità al cambiamento di comportamenti e stili di vita.

Il Piano d’azione per l’energia e il clima (PAESC) è uno strumento volontario di pianificazione introdotto dall’Unione europea per stimolare le amministrazioni locali a raggiungere obiettivi definiti di riduzione delle emissioni climalteranti, per uniformare i metodi di stima e monitorare i risultati. 

In molti casi disporre di un Piano clima è condizione necessaria per accedere ai fondi strutturali della comunità.

Il Comune di Venezia ha sottoscritto in passato con l’UE un Piano d’azione per l’energia (PAES) e più recentemente ha avviato l’aggiornamento di tale Piano per estenderlo ai cambiamenti climatici. Ora però bisogna procedere con molta più convinzione, rapidità, coraggio ed efficacia.

Il Piano clima dovrà sviluppare entro un tempo breve e determinato le fasi di inventario delle fonti emissive, definizione degli obiettivi) di riduzione (possibilmente ambiziosi, valutazione del rischio e della vulnerabilità, e scelta delle azioni più vantaggiose di breve medio e lungo periodo, mettendo a sistema tutte le conoscenze e le esperienze del passato.

La sua definizione comporta quindi il coordinamento di tutti i piani dell’Amministrazione relativi ai diversi settori di competenza: dall’urbanistica alla riqualificazione energetica del patrimonio edilizio pubblico e privato, alla gestione dei rifiuti, alla promozione delle energie rinnovabili, alla mobilità sostenibile, allo sviluppo degli spazi verdi e delle aree boscate,

Allo stesso tempo il Piano clima deve indicare le misure di ri-generazione dello spazio urbano indispensabili per la sicurezza e il benessere dei cittadini, ovvero per “l’adattamento” nel tempo al cambiamento climatico. 

Così nel Piano clima saranno definite le misure per gestire l’isola di calore e i picchi di caldo e di freddo, per far fronte alle piogge eccezionali, ai rischi di inondazione e ai periodi di siccità, per mettere in sicurezza le aree più vulnerabili e proteggere le fasce più deboli della popolazione.

Qui richiamo in forma di box alcune questioni che trovo esemplificative e paradigmatiche.

L’infrastruttura verde 

Si tratta di realizzare per le città (d’acqua e di terra) una vera e propria “infrastruttura verde” collegando in una rete continua, consapevolmente progettata per svolgere funzioni ecosistemiche: aree naturali e seminaturali, spazi aperti, alberature, aree boscate, parchi e aree verdi ed elementi verdi (facciate, tetti degli edifici, coperture ecc).

La rete deve dare nuovo senso agli elementi esistenti e integrarli con elementi nuovi per assicurare le caratteristiche di continuità fisica e di capacità funzionale proprie del concetto di “infrastruttura”.

La rete verde riduce l’inquinamento dell’aria e favorisce stili di vita attivi che migliorano la salute dei cittadini, aiuta il governo delle acque e la regolazione del micro clima, collabora, attraverso il sequestro della CO2, a contrastare il cambiamento climatico e a ridurre il consumo energetico. Comunque mantiene e accresce il tradizionale significato del verde urbano come elemento di bellezza dei luoghi della vita quotidiana.

La realizzazione della rete verde coinvolge l’Amministrazione, ma anche cittadini volontari, soggetti desiderosi di compensare le emissioni climalteranti dovute, ad esempio, alla loro attività produttiva o alla organizzazione di eventi di richiamo al fine di qualificare positivamente l’azione compensata.

Per partire, il Comune deve riproporre il Parco della Laguna e far tesoro di tutti i Parchi, le aree boscate e gli spazi verdi esistenti. Ma potrà anche chiamare i cittadini a collaborare per aumentare gli elementi verdi attraverso la promozione della cura del proprio spazio verde nelle città, anche fuori terra, sul marciapiede di fianco alla loro casa. 

Come spesso succede nelle città del nord Europa, a livello di zona o di quartiere la realizzazione della rete verde dovrà essere il frutto del lavoro comune di Amministrazione e cittadini per l’esplorazione delle possibilità, il riconoscimento dei beni comuni emergenti come spinta al miglioramenti degli spazi pubblici e alla riqualificazione del patrimonio edilizio

La gestione delle aziende speciali pubbliche e il Green Public Procurement

È possibile usare strategicamente l’azione delle società partecipate

La gestione delle aziende partecipate con politiche mirate alla mitigazione e all’adattamento al cambiamento climatico è uno strumento fondamentale dell’azione comunale. 

Il tema riguarda in primo luogo l’efficientamento energetico degli edifici (pubblici e privati – Veritas), il miglioramento della mobilità (AVM e ACTV) con ambientalizzazione dei mezzi (elettrificazione, innovazione tecnologica, ecc.) e dell’esercizio, una gestione dei rifiuti in termini di economia circolare e l’adesione dal Comune alla strategia “rifiuti zero” (Veritas).

Altrettanto importante è il coinvolgimento del tessuto economico della città per aumentare il livello di preparazione e di efficienza energetica. creare un ambiente favorevole alle iniziative virtuose, usando strumenti del settore pubblico come il green public procurement, ovvero le politiche di acquisto dell’amministrazione pubblica.

È possibile una croceristica sostenibile 

Eliminare il passaggio delle grandi navi dalla laguna ne evita l’effetto distruttivo su idrodinamica e morfologia lagunare.

Spostarle fuori Laguna evita questi impatti, ma non contiene il consumo di risorse fossili non rinnovabili e semplicemente sposta l’immissione in aria di inquinanti (i quali però continuano a inquinare l’aria).

Il problema di un altro crocierismo va posto per la sua compatibilità ambientale generale e nelle sue ricadute veneziane.

La notizia dello sviluppo di navi da crociera a propulsione elettrica e alimentate da pannelli solari installati sulla nave, di stazza limitata e sufficiente a trasportare poche centinaia e non alcune migliaia di persone è una rivoluzione. 

Risolve molti degli impatti negativi che il crocerismo ha oggi su Venezia a sulla laguna (ma non solo): non inquina, non ha bisogno di scavare canali larghi e profondi, può servirsi delle infrastrutture esistenti. 

Oltre a tutto, una crociera tornerebbe ad essere un viaggio e non una sosta prolungata – interrotta da scali – in un grande centro commerciale, come sta diventando oggi. 

Vale la pena sviluppare questa possibilità, che la necessità di mitigare il cambiamento climatico la imponga 

Le università veneziane (I.U.A.V. e Ca’ Foscari) potrebbero coordinarsi per mettere le azioni di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico al centro del loro lavoro scientifico, finalizzandolo anche a offrire soluzioni alla città (e al pianeta).

Anche coordinando competenze e apporti anche di altre università e strutture scientifiche. 

Un’azione coordinata di questo tipo può essere la condizione preliminare per chiedere che a Venezia venga localizzata un’Agenzia europea per il contrasto al Cambiamento Climatico. Nel farlo possono essere giocate la sua straordinaria attrattività insieme alle risorse scientifiche e culturali già presenti attivabili. 

Il tema del cambiamento climatico e dei suoi riflessi locali è posto. 

Non vorrei liquidarlo in un solo contributo, perché mi sembra interessante e ricco di implicazioni sulle scelte che a partire da questo scenario da una parte spettano alla politica e dall’altra sono direttamente praticabili dai cittadini. 

Penso perciò che Venezia laboratorio mondiale degli interventi sul clima potrebbe essere un filone che ytali può proporsi sviluppare con una successiva serie di contributi.

Per chiudere: il cambiamento climatico e la crescente coscienza della necessità di contrastarlo consentiranno all’ambientalismo di vincere la sue battaglie?

Sono convinto che il cambiamento climatico – che da sempre combatte – e i suoi primi visibili effetti – che ha saputo prevedere – aiuteranno l’ambientalismo a uscire del ruolo di “Cassandra”, “Fronte del no” e tutti gli altri epiteti con i quali è stata identificati e “svalutata” la sua azione.

E contribuiranno a farlo diventare il motore della nuova organizzazione dell’economia, dei consumi, della cultura e delle relazioni che sono necessarie ad affrontare la sfida del cambiamento climatico.

Si tratta solo di una razionale ottimismo della ragione? Vox clamans in deserto?

Non più. Sono convinto che stiamo avvicinandoci anche e svolte reali (che cedevamo impossibili). Prendo qualche spunto illuminante proprio dal “caso veneziano”, da ciò che stanno dicendoci le conseguenze di quella che abbiamo chiamato “aqua granda 2.0”.

Gli ambientalisti venivano accusati di non volere la difesa della acqua alte perchè non volevano il Mose e di uccidere il porto perché volevano portare la navi fuori dalla Laguna. 

Ora non si sa (al momento in cui scrivo) se dal Comitatone del 26 novembre saranno venute alcune prima indicazioni governativa in questo senso. Il compatto schieramento a difesa del vecchio che il fronte degli affari ha saputo costruire, blindando un presidente del Consiglio e dei ministri relativamente nuovi perfino dall’accesso alle informazione e i dati scientifici veri sulla situazione non inducono all’ottimismo (anche se la realtà ha la sua forza).

Quel che è certo che non sarà più possibile nascondere che a fronte del blocco di un’opera che appare sempre più nel migliore di casi inutile (quando non pericolosa, malfunzionante e dannosa oltre che intrinsecamente corruttiva) sono gli unici ad offrire una prospettiva positiva.

Con l’ambiente è schierato un “fronte del sì” che propone opere immediatamente realizzabili, ambientalmente ed economicamente sostenibili e con un impatto occupazionale più positivo e permanente (come quelle descritte nella prima parte di questo contributo).

Mi sembra molto ma molto interessante come il cambiamento climatico cominci a incrinare anche lo schieramento dei difensori dell’ordine ambientale esistente.

Come riportato dai giornali locali il presidente dell’Autorità portuale Pino Musolino ha dichiarato (in un confronto pubblico svoltosi la settimana scorsa alla Compagnia delle Vela a San Giorgio) di essere favorevole ad una soluzione off shore per il porto (sia quello commerciale che quello crocieristico).

Ne ipotizza una soluzione vicina alla costa; non al largo ma collegabile alla terraferma con un ponte e con un istmo, in modo da evitare la rottura di carico per raggiungerla.

Certo bisognerà discutere sulle soluzioni proposte o proponibili e dei loro impatti. Ci sarà modo e tempo per farlo.

Qui sottolineo che la forza di fatti (come è possibile gestire un porto se l’accesso delle navi è intercluso per un numero imprevedibile, ma certamente alto, di giorni all’anno?) sta creando le condizioni per una grande vittoria: l’esclusione delle grandi navi (turistiche , ma anche porta cointainer) dalla laguna.

E questo renderà possibile ripartire con quelli interventi di riequilibrio idraulico e mofologico della Laguna (a partire dalle modifiche della sezioni delle bocche, dal rialzo dei fondali, delle opere di dissipazione della marea in entrata che insieme alla ricostruzione della morfologia lagunare, a partire dalla riapertura al flusso di marea delle valli da pesca) che possono avare effetti immediati di contenimento delle maree e rendere inutile (o più limitato e reversibile) l’intervento alle bocche di porto. 

A patto che si combinino con interventi di rialzo del suolo: di breve (localizzati) e di lungo periodo (estesi a tutta l’area delle città e delle isole).

Insomma la conclusione è gli ambientalisti che possono fidarsi del loro più potente alleato – il cambiamento climatico, perché è e sempre più sarà in grado di rendere inevitabili le scelte che essi propongono. 

E confidare sul loro approccio, che è sempre globale e sistemico.

Bisogna però continuare a studiare, a proporre soluzioni e ad alimentare i necessari conflitti.

E fare in fretta, prima che il tempo sia scaduto… 

Il cambio di passo imposto dal climate change passa da Venezia ultima modifica: 2019-11-26T17:24:41+01:00 da MARIO SANTI

Lascia un commento