Venezia dopo il salto nel voto

Primi dati di riflessione dopo il fiasco di domenica pensando alla sfida per la riconquista di Ca’ Farsetti.
scritto da M. MICHELI G. MOLTEDO

Si è concluso anche il quinto referendum per la divisione del comune di Venezia tra Centro storico e Isole e la Terraferma. Il quorum del “cinquanta per cento più uno” anche stavolta non è stato raggiunto, come nell’ultimo referendum del 2003, quando aveva votato solo il 39,30 per cento degli aventi diritto. Rispetto al 2003, la partecipazione è però ulteriormente scesa, attestandosi al 21,73. Anche se dal punto di vista delle conseguenze nulla accadrà, cerchiamo di ragionare e offrire spunti di dibattito da un’analisi preliminare e parziale dei dati.

L’affluenza al voto

L’affluenza al voto era determinante in presenza di quorum. Gli appelli all’astensione erano venuti da più parti, sia dalla politica – in primis il sindaco Luigi Brugnaro – sia da numerosi attori economici e sociali della città. Ovviamente il sindaco ha già utilizzato il risultato per rilanciare la propria candidatura al comune. Ha ricordato infatti via Twitter:

Rispettiamo tutti ma la volontà di Venezia è molto chiara… Città Unita e Unica ! Adesso voltiamo pagina, insieme, senza polemiche! … bisogna continuare a lavorare a testa bassa! Ci è stata data una importante dimostrazione di fiducia, io per primo devo esserne degno …

Vediamo però i dati nello specifico.

Il calo più vistoso nella partecipazione è quello della Terraferma, che forse aiuta a chiarire come il comitato promotore del “sì” fosse soprattutto del Centro storico (e probabilmente ha messo in rilievo i presunti vantaggi della separazione per la città storica e meno quelli della Terraferma, almeno rispetto alla campagna referendaria del 2003). In Terraferma ha votato un terzo di quelli che la volta scorsa avevano votato. L’affluenza in Centro Storico e nell’Estuario è stata minore rispetto a quella del 2003, ma non così drasticamente differente, come nel caso della Terraferma.

Se consideriamo le municipalità, per il Centro storico e le Isole non cambia granché: si abbassa l’affluenza ma la caduta non è vertiginosa come in Terraferma. La Municipalità di Marghera è quella che ha visto il minor tasso di partecipazione, seguita poi da Favaro, Chirignago-Zelarino e Mestre-Carpenedo.

I risultati

Dal punto di vista del risultato, a differenza del 2003, il “sì” ha ottenuto più voti del “no”: 66,11 contro il 33,89 per cento. Fondamentale in questo cambio di rapporti di forza – relativi – è il centro storico, che passa dal 31,8 per cento di voti per il “sì” nel 2003 all’83,46 per cento. Nelle singole Municipalità, quella di Lido e Pellestrina riconferma il voto del 2003 a favore del “sì”, anche se con percentuali più alte (e affluenza leggermente più bassa). I passaggi da “no” del 2003 a “sì” di oggi riguardano essenzialmente la municipalità di Venezia-Murano-Burano e quella di Mestre-Carpenedo.

In termini di elettori, il “sì” passa nel Centro storico da 6770 voti (2003) a 12949 (2019). Visto che si è ridotto il corpo elettorale del comune rispetto al 2003, qualche movimento c’è stato nel centro storico. Si tratta di capirne l’origine. Allo stesso modo il voto in Terraferma, ci parla di una parte di città che si è mobilitata meno rispetto al 2003, quando il referendum sulla separazione era essenzialmente di origine mestrina.

Vincitori e vinti

Il referendum vede innanzitutto la sconfitta del comitato per il “sì” alla separazione: il Movimento Venezia e Mestre Due Grandi Città di Marco Sitran; il Movimento Venezia Autonoma di Gian Angelo Bellati e Cesare Peris; l’Associazione civica Venezia Serenissima di Giorgio Suppiej; e soprattutto il Gruppo 25 Aprile di Marco Gasparinetti. A Mestre sconfitta l’associazione Mestre Mia di Maria Laura Faccini e Andrea Sperandio; il Movimento per l’Autonomia di Mestre di Stefano Chiaromanni.

A questi bisogna aggiungere i partiti e i consiglieri comunali che si sono schierati per il “sì”. A cominciare dal Movimento Cinque Stelle (Beppe Grillo ha dichiarato la sua preferenza per la separazione) per poi continuare con Felice Casson, l’ex sindaco Ugo Bergamo e i consiglieri comunali, ex lista Brugnaro e oggi nel gruppo misto, Renzo Scarpa e Ottavio Serena. E molte associazioni come il Coordinamento delle associazioni ambientaliste del Lido (Caal) e Italia Nostra di Lidia Fersuoch, così come il Gruppo civico Venessia.com di Matteo Secchi.

Tra i vincitori c’è sicuramente il sindaco Luigi Brugnaro, che ha invitato all’astensione (assieme a Massimo Cacciari, Paolo Costa e Giorgio Orsoni). Che l’astensione sia dovuta alla stanchezza dei cittadini per questo referendum o alla ormai naturale bassa partecipazione che caratterizzano i momenti elettorali, poco importa. Il sindaco ha investito sul disinteresse dei cittadini per il referendum e ha vinto la scommessa (facile, qualcuno dirà).

A sinistra, invece, le cose si complicano. Il Partito democratico aveva invitato a votare “no”, con l’eccezione dei presidenti delle Municipalità di Mestre e del Lido-Pellestrina Vincenzo Conte e Danny Carella. Anche Articolo Uno aveva invitato a votare “no”. E se dovessimo misurare le probabilità del Pd di vincere le prossime elezioni comunali sulla base di questo referendum dovremmo dire che ha dimostrato scarsa capacità di capire una parte dei cittadini del centro storico, una base elettorale non da poco per il Pd. E comunque ha mobilitato ben poco attorno al “no”.

il corsivo di GUIDO MOLTEDO

Il dibattito, il giorno dopo il referendum, anzi già immediatamente dopo la chiusura dei seggi, si svolge soprattutto nella piazza virtuale, quella stessa piazza piena zeppa di partecipanti, che – a urne chiuse e alla luce dei risultati – non può non far tornare alla mente il famoso adagio nenniano “piazze piene, urne vuote”.

Già, questo è il primo dato che deve far riflettere, chiunque faccia politica o sia interessato alla politica. Ed è un dato politico enorme. Stigmatizzato dalla convinzione generale, fino alla vigilia, che ci sarebbe stata un’altissima partecipazione al voto di domenica. Si sperava perfino nel quorum. Visto retrospettivamente, era un circuito informativo che s’autoalimentava, sia nel fronte del sì sia in quello del no, e soprattutto nella dialettica sempre più aspra tra i due schieramenti, un dibattito tutt’interno, tra chi era già motivato in un modo o in altro: come sempre ignorando la vasta zona grigia, solitamente silenziosa, l’elettorato che davvero conta, in senso letterale. Ignorandolo soprattutto nella comunicazione che a esso sarebbe dovuto essere rivolta, non alla platea di quelli già convinti e motivati. Ci risiamo, vecchio vizio della sinistra intelligente.

E sì, mancano le antenne, e ci s’illude che l’intensità degli scambi su fb o su twitter, o sui gruppi whatsapp sia davvero un misuratore degli umori prevalenti nell’elettorato. A volte lo è, certo, ma deve essere accompagnato e verificato da altri mezzi di scandaglio, che poi sono quelli tradizionali, oggi assai carenti, non essendoci più partiti e avendo lasciato il porta a porta ai testimoni di Geova.

Certo, ci sono state diverse iniziative pubbliche, due delle quali particolarmente affollate e animate, al Teatro Goldoni e all’Ateneo Veneto, ma anche lì è apparso chiaro che l’intento degli oratori era quello di tenere il proprio punto e di attaccare l’avversario più che quello di allargare, argomentando, l’area del consenso, in modo tale da consegnare un messaggio facile da essere poi diffuso dagli ascoltatori. L’indottrinamento funziona solo con chi è già indottrinato nel tuo campo.

Il referendum, un tempo era il diavolo per chi viene dalla scuola comunista. Perché semplifica in modo esasperato temi complessi e complicati. E toglie spazio alla “politica”. Alla mediazione e ai corpi intermedi. Producendo schieramenti trasversali ”anomali”, in profondo conflitto tra loro. Uno strumento intrinsecamente divisivo per sua natura.

Il dibattito che segue il referendum sembra confermare la ragionevolezza di quel punto di vista, quell’assillo. Gli schieramenti in lotta continuano a darsele di santa ragione, con recriminazioni che pericolosamente sconfinano perfino nell’etnicismo. Una comunità larga e variegata, “diversa” – oggi la “diversity” anche territoriale, è tema di studio e ricerca in mezzo mondo ed è l’antidoto al sovranismo identitario – una straordinaria comunità di acqua e di terra che dava per scontata la propria coesione solidale rischia di pagare un prezzo alto come conseguenza di una campagna referendaria che ha giocato spesso più sul sentiment (“pancia” tradotto in sinistrese) che su argomenti razionali.

Da questo momento in poi, sarebbe molto saggio tornare alla politica, quella che costruisce ponti e crea reti. Anche perché è quanto si era tentato di fare prima che ci si ficcasse nella strettoia soffocante del referendum. Bisognerebbe riprendere il filo del discorso avviato al Vega, lo scorso maggio, quando associazioni e comitati di Venezia insulare e di terraferma si sono incontrati in una feconda giornata di condivisione e di confronto. Poi è seguito un altro incontro a Chirignago, a luglio, in cui le macro idee del Vega (beni comuni, vivibilità e pratiche democratiche) sono evolute in dieci questioni prioritarie per definire il programma dell’altra città.

Quello è un itinerario promettente, che consente di lavorare con il massimo impegno unitario verso la vera sfida, che è la riconquista di Ca’ Farsetti, il prossimo anno. Altrimenti, l’esito del referendum di domenica si rivelerà non solo un fiasco ma un insperato assist a Luigi Brugnaro, che andrà verso la rielezione senza neppure fare campagna elettorale.

Si ringrazia Tiziano Ballarin per i dati sul referendum del 2003

Venezia dopo il salto nel voto ultima modifica: 2019-12-02T14:12:16+01:00 da M. MICHELI G. MOLTEDO

1 commento

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Maria Luisa Semi 2 Dicembre 2019 a 16:59

ottimo

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