Il problema non è Hong Kong, è Pechino

Hong Kong, gli uighuri, il Mar della Cina Meridionale: i problemi che il governo cinese deve affrontare sono molti. E forse potranno essere risolti solo con un governo più disposto al dialogo, soprattutto con i suoi stessi cittadini.
scritto da BENIAMINO NATALE

Dopo mesi di proteste, di violenze, di minacce, dopo cinquemila arresti e centinaia di feriti le forze democratiche di Hong Kong hanno stravinto le elezioni per i “district councils” di fine novembre, lanciando un chiaro segnale al governo dell’ex-colonia britannica e ai suoi capi di Pechino.

Secondo Benny Tai – un professore universitario di cinquantaquattro anni e uno dei leader del movimento di protesta del 2014 – il risultato indica che nell’impianto istituzionale di Hong Kong esistono degli spazi istituzionali che vanno sfruttati al massimo (per inciso, Tai è stato condannato a sedici mesi di galera, ne ha scontati tre ed ora è in libertà provvisoria). Non è chiaro se questa opinione è condivisa da tutti i giovani che hanno dato vita alle proteste, a volte violente, di quest’anno. Ma dal giorno delle elezioni, il 24 novembre, le manifestazioni sono state più contenute e non si sono verificati gravi episodi di violenza.

I dati della vittoria sono impressionanti, soprattutto se si ricorda che quelle per i “district council” sono le uniche che avvengono a suffragio universale: su un totale di 452 seggi in ballo, i democratici ne hanno vinti 347, cioè il 76.8 per cento; gli alleati del governo di Pechino ne hanno ottenuti sessanta (13.3 per cento) mentre i rimanenti 45 (dieci per cento) sono andati a candidati “indipendenti”, molti dei quali sono sostenitori del fronte democratico. Contando questi ultimi, i deputati democratici superano l’ottanta per cento dei seggi e, secondo alcuni calcoli, sfiorano il novanta per cento.

A determinare questo straordinario risultato è stata l’alta affluenza alle urne – il 71 per cento dei circa quattro milioni di aventi diritto al voto – dovuta soprattutto alla partecipazione al voto dei giovani, che nelle precedenti consultazioni elettorali non avevano mostrato interesse nel processo politico. Dei diciotto “district council” della Speciale regione autonoma (Sar) della Cina, i democratici ne controllano diciassette. Non solo: tra gli eletti ci sono alcuni degli attivisti più impegnati nella battaglia per la democrazia tra cui Lester Shum, uno dei dirigenti del movimento “Occupy Central” del 2014, e Jimmy Sham, uno dei fondatori del Civil Human Rights Front, che ha organizzato le prime manifestazioni di quest’anno contro la proposta di legge che avrebbe consentito l’estradizione in Cina – dove il sistema giudiziario è completamente succube della dirigenza politica – delle persone sotto processo a Hong Kong. Joshua Wong, il giovane forse più rappresentativo del movimento democratico, è stato tenuto lontano dalla competizione per decreto. In compenso, il quarantenne Kevin Lam, che lo stesso Joshua ha indicato come suo sostituto, ha surclassato la locale candidata filo-Pechino.

I “district council” sono organi consultivi che si occupano di problemi come il traffico e la raccolta di rifiuti ma hanno anche un ruolo nel complicato meccanismo di selezione del “comitato” che ogni cinque anni elegge il “Chief executive”. Nelle prossime elezioni, quelle del 2022, i “councilors” democratici potrebbero essere in grado di bloccare i candidati più graditi a Pechino.

Dopo i primi mesi delle proteste, le rivendicazioni dei manifestanti si sono allargate: dal rifiuto della legge sull’estradizione, si è passati ad una piattaforma i cui punti chiave sono: un progresso verso il suffragio universale anche nelle elezioni del “Legislative Council” (o “LegCo”) e del capo del governo, chiamato “Chief executive” e un’indagine credibile sulle violenze compiute in questi mesi dalla polizia. In centinaia di testimonianze, e in decine di video diffusi attraverso i social media – come Twitter, Facebook, Instagram – gli agenti sono stati visti esercitare un livello di violenza eccezionale: pestaggi gratuiti di passanti, umiliazioni degli arrestati e addirittura uso delle armi da fuoco. In uno dei video si vede un agente che spara due colpi a bruciapelo a un manifestante chiaramente disarmato, che stava accorrendo in aiuto di un altro giovane brutalizzato dagli agenti.

Le reazioni del fronte governativo sono state balbettanti e scomposte. Carrie Lam, la “Chief executive” che ha ottusamente insistito nel voler imporre la largamente impopolare legge sull’estradizione, ha dichiarato che “ascolterà” la voce degli elettori. Pechino, probabilmente indecisa e presa di sorpresa dai risultati, ha affidato la sua risposta al ministro degli esteri Wang Yi, secondo il quale, qualsiasi siano i risultati “Hong Kong rimarrà parte della Cina”. Una reazione che indica come i dirigenti cinesi non capiscano – o non vogliano capire o un misto delle due – come stanno le cose nell’ex colonia britannica. I risultati delle elezioni smentiscono tutte le loro teorie sul movimento democratico di Hong Kong: secondo il governo e il Partito comunista cinese, infatti, le proteste sono 1) promosse da non meglio identificate “forze esterne” e 2) sono gestite da una minoranza di violenti ai quali si oppone una “maggioranza silenziosa” filo-Partito comunista. 

Questo risultato dovrebbe anche seppellire per sempre l’utile favoletta – inventata molto tempo fa dai colonialisti britannici e in seguito fatta propria dai governanti comunisti della Cina – secondo la quale gli abitanti di Hong Kong, come del resto quelli di Taiwan e, per estensione, tutti i cinesi, non avrebbero alcun interesse nei diritti civili e democratici e penserebbero esclusivamente al benessere materiale.

Questa balla è stata giustificata col fatto che alcune migliaia di abitanti di Hong Kong (su una popolazione di oltre sette milioni) e di taiwanesi (su una popolazione di circa venti milioni) si sono arricchiti grazie alla politica di apertura agli investimenti lanciata alla fine degli anni Settanta dall’allora leader cinese Deng Xiaoping. Ora, il re è nudo.

La stragrande maggioranza della popolazione di Hong Kong sostiene il movimento democratico. Se andiamo indietro nel tempo troveremo che all’inizio del XX secolo, studenti e intellettuali cinesi lanciarono un movimento politico che esaltava “Mr Science” e “Mr Democracy”: un movimento ispirato dagli scritti di Lu Xun e che segnò l’inizio della rivoluzione repubblicana, partendo proprio da Hong Kong e dal sud della Cina. Inoltre, a Taiwan si tengono da alcuni decenni elezioni democratiche e i governi dei diversi partiti si alternano regolarmente, come in ogni altra democrazia.

Del resto, nella Basic Law, la costituzione della Special administrative region (Sar) di Hong Kong – elaborata dai governi della Cina e del Regno Unito – si afferma che “il fine ultimo” della stessa costituzione è che sia il “LegCo” che il “Chief Executive” siano eletti a suffragio universale. Ne consegue che le richieste dei democratici di Hong Kong sono perfettamente in linea con la costituzione. 

Ecco perché il problema non è Hong Kong ma è Pechino. Hong Kong è tornata sotto la sovranità cinese nel 1997 ma l’accordo tra il Regno Unito e la Cina comunista era stato raggiunto molti anni prima, nel 1984, quando a capo del governo britannico c’era Margaret Thatcher e a capo di quello cinese c’era Zhao Ziyang, un riformista “vero” che si giocò la carriera e la libertà personale nel 1989, quando dopo un lungo tentennamento si recò a solidarizzare con gli studenti che occupavano piazza Tiananmen, a Pechino, pochi giorni prima del massacro del 4 giugno. Zhao è morto nel 2005 nella sua residenza di Pechino, dopo sedici anni passati agli arresti domiciliari. 

Un’importante caratteristica della Basic Law – che ha stabilito l’impianto istituzionale conosciuto come “un Paese, due sistemi” – è che essa è valida per cinquant’anni dopo il passaggio dei poteri tra Gran Bretagna e Cina, vale a dire fino al 2047. Com’è venuta fuori questa data? Perché non dieci anni o l’eternità? Azzardo una risposta: quando fu firmata la “joint declaration”, la “madre” della Basic Law, tutti pensavano che nel 2047 la Cina sarebbe stata una democrazia. Certamente lo pensavano Margaret Thatcher e Zhao Ziyang. Forse, sotto sotto, lo pensava lo stesso Deng Xiaoping, allora leader indiscusso della Cina pur avendo cariche istituzionali di secondo piano.

Poi è venuta Tiananmen. Poi il “viaggio al sud” dello stesso Deng, che ha rilanciato la politica di “riforme e apertura” dopo la pausa seguita al massacro del 4 giugno 1989.

All’inizio del nuovo secolo, la Cina è stata guidata dalla coppia Hu Jintao-Wen Jiabao, che hanno dato un colpo al cerchio e uno alla botte fino a quando hanno potuto: dopo la rivolta tibetana e altri avvenimenti verificatisi nel 2008, all’interno del Pcc hanno definitivamente prevalso le forze conservatrici che hanno portato al potere Xi Jinping, un dittatore nella migliore tradizione stalinista, che basa il suo potere su una repressione spietata all’interno e sull’aggressività all’esterno.

In una sfortunata – per Pechino – coincidenza, insieme ai risultati delle elezioni a Hong Kong, sono arrivate le rivelazioni sull’esistenza di un agghiacciante “manuale” per la persecuzione della minoranza etnica degli uighuri del Xinjiang, quasi due milioni dei quali negli ultimi anni sono stati internati nei campi di rieducazione. E in Australia è emerso Wang Liqiang, un immigrato cinese che afferma di essere stato un agente dei servizi segreti di Pechino per conto dei quali avrebbe partecipato a operazioni volte a truccare le elezioni a Taiwan, a infiltrare degli agenti nei movimenti studenteschi di Hong Kong e a rapire dei dissidenti che si trovano fuori dalla Cina.

Ricordiamo che nel 2015, agenti di Pechino rapirono alcuni piccoli editori di Hong Kong che pubblicavano libri critici del regime. Uno di loro, Gui MInhai, è un cittadino svedese e si trovava in Thailandia quando è stato rapito e portato in Cina, dove è stato costretto ad una penosa “confessione” televisiva – uno strumento molto usato nella Cina di Xi Jinping. Per rappresaglia verso il Canada, che aveva arrestato sul suo territorio Meng Wanzhou, capa della sezione finanze dell’impresa Huawei, sulla base di una richiesta della magistratura statunitense che l’accusa di frode, la Cina ha arrestato e detiene tuttora, senza aver loro mosso accuse formali, i due cittadini canadesi Michael Spavor e Michael Kovring. Tra parentesi, Meng è stata liberata su cauzione, mentre i due canadesi sono tuttora in galera. 

In poche parole, la Cina non rispetta e non ha alcuna intenzione di rispettare le leggi e le convenzioni internazionali, se queste vanno contro i suoi interessi. Pechino ha sdegnosamente respinto una risoluzione della Corte d’arbitraggio internazionale dell’Aja che ha giudicato senza fondamento le sue pretese sul Mar della Cina Meridionale. Pechino lo rivendica sulla base della “nine dash line”, che si trova su una mappa della quale s’ignora la provenienza e che fu tirata fuori nel 1947 dall’allora governo cinese. Una pretesa ridicola, che è stata aspramente criticata da Vietnam, Filippine e Indonesia, paesi rivieraschi che, se si prende per buona la mappa cinese, dovrebbero rinunciare a buona parte delle loro acque territoriali. Interrogato in occasione di una riunione del G20, lo stesso Xi si è limitato a ribattere che lo specchio d’acqua appartiene alla Cina “sin dai tempi antichi”.

Il problema di Hong Kong, quello del Mar della Cina e tanti altri potranno essere risolti solo con un governo cinese diverso da quello attuale e disposto al dialogo, prima di tutti con i suoi stessi cittadini, poi con gli altri paesi. Una realtà che si sta facendo strada tra esperti e governanti di mezzo mondo. Ma non quelli italiani, che sembrano aver deciso che per il nostro paese non ci sia politica estera migliore che quella di vendersi a Pechino. Armi e bagagli.

Il problema non è Hong Kong, è Pechino ultima modifica: 2019-12-03T23:34:54+01:00 da BENIAMINO NATALE

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1 commento

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Guelfo Guelfi 5 Dicembre 2019 a 17:40

Arrivederci…

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