“La Russia e le Afriche”. Parla Mario Raffaelli

Come cambia lo scenario africano con la crescente penetrazione russa, insieme a quella, molto maggiore, della Cina. Ne abbiano discusso con il presidente di Amref Italia.
scritto da ANNALISA BOTTANI
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Russia e Africa, due realtà politiche e socioeconomiche complesse che da diversi anni stanno cercando di riprendere e attivare forme di partnership ad hoc in diversi ambiti di intervento. In quest’ottica rientra il primo summit Russia – Africa che si è svolto a Sochi il 23 e il 24 ottobre, organizzato dalla Russia di concerto con l’Egitto, il cui presidente, Abdel Fattah al-Sisi, riveste anche il ruolo di presidente dell’Unione Africana

Secondo quanto riportato da Tass, il summit ha visto la presenza di 54 Paesi del continente africano, di cui 43 rappresentati da figure di spicco, e di importanti associazioni, mentre sono sedici gli incontri bilaterali che si sono svolti a margine del vertice. 

Oltre a diversi protocolli di cooperazione, come riportato da The Moscow Times, sono stati siglati anche numerosi accordi commerciali in ambito militare e politico, energetico ed economico. Il presidente Putin, durante il summit, ha sottolineato anche la necessità di valorizzare ulteriori forme di cooperazione prive di “interferenze, politiche o di altra natura”. Dunque, programmi formativi presso le università russe e progetti congiunti nel settore minerario, agricolo e sanitario.

Prima di approfondire il ruolo della Russia nel continente africano, è fondamentale contestualizzare questa partnership analizzando, in primis, le dinamiche del Continente e le sue prospettive future, anche alla luce degli importanti player attivi nell’area.  

Ne abbiamo parlato con Mario Raffaelli, presidente di Amref Italia.

Mario Raffaelli


La realtà del continente africano non è monolitica e, in termini politici, storici e culturali, i singoli Paesi hanno avviato differenti percorsi e alleanze. Presidente, di cosa parliamo esattamente quando si utilizza il termine “Africa” e quali Paesi, in questi ultimi decenni, sono stati interessati maggiormente dal cambiamento?
L’Africa è un continente ancora poco conosciuto per gran parte dell’opinione pubblica.  Le informazioni sono poche, contraddittorie e, spesso, superficiali. L’Africa viene rappresentata come un caso senza speranza oppure, al contrario, come l’area del mondo in cui da alcuni anni si registrano i tassi di sviluppo più alti, divenendo, dunque, una grande opportunità per il futuro.

Questa tendenza a fornire versioni specularmente opposte è, del resto, tradizionale nell’ambito delle “narrazioni” sull’Africa, definita, a seconda del narratore, o in modo un po’ razzista (il Continente condannato al sottosviluppo per ragioni intrinseche e insuperabili) o in maniera alquanto paternalista e autocolpevolizzante (tutti i problemi derivano dallo sfruttamento del colonialismo, dal neocolonialismo, dalle multinazionali etc.).

La realtà, come sempre, è più complessa e per questo si dovrebbe parlare di “Afriche”. Non solo per quanto concerne la tradizionale divisione tra parte mediterranea e subsahariana, ma anche per le grandi diversità che caratterizzano questa prima ripartizione. Differenze che derivano dai diversi processi pre e postcoloniali, dalle specifiche condizioni ambientali, dall’esistenza o dall’assenza di conflitti connessi a ragioni interne o da fattori internazionali (la frattura fra sciiti e sunniti nel mondo islamico, la cosiddetta “guerra globale al terrorismo”).


Quali sono le prospettive future del Continente e dei diversi Paesi che ne fanno parte?
In generale si possono evidenziare alcuni nuovi importanti fattori. Da qualche anno sia le rimesse dall’estero degli immigrati sia gli investimenti privati dall’estero hanno superato i cosiddetti “aiuti pubblici allo sviluppo”. Questa nuova realtà ha contribuito alla crescita di una nuova “classe media” in termini africani – ossia coloro che possono spendere da cinque a venti dollari al giorno – che ha visto un incremento dai 108 milioni di persone del 1990 ai 300 milioni di oggi. Tale processo ha determinato la crescita dei mercati interni alle singole realtà e ha dato vita ad una nuova dinamica economica. L’Africa non è più, dunque, solo un deposito di grandi risorse (energetiche, minerarie, ittiche, agricole etc.), ma anche un continente che, seppur consapevole dei propri ritardi, cerca di reagire nel nuovo contesto utilizzando la rivoluzione high-tech per passare direttamente da tecnologie meno efficienti, costose o inquinanti a quelle più avanzate (il cosiddetto “leapfrogging”). Questo è già accaduto o sta accadendo in molti settori.

Il processo non è ovviamente generalizzato. E i Paesi maggiormente coinvolti in questo cambiamento sono quelli in cui si registrano una maggiore stabilità e l’assenza di conflitti. Se guardiamo la parte a sud del Sahara, si possono citare i casi del Rwanda, del Ghana o del Senegal. Altri casi di successo, con qualche incertezza in termini di stabilità e/o di rischio di conflitti, sono rappresentati dall’Etiopia, dall’Uganda, dal Kenya o dall’Angola. Oppure possiamo ricordare – per l’entità dei problemi sociali o del conflitto interno – il caso più controverso dei “giganti”: Sud Africa e Nigeria.

Una svolta che potrebbe essere decisiva per il futuro è data dalla recente decisione dell’Unione Africana di costituire un mercato unico continentale (Continental Free Trade Agreement). Questo è decisivo poiché un reale decollo del Continente è strettamente condizionato dalla possibilità di integrare i mercati interni. Tuttavia, per rendere effettiva tale decisione sono necessari ingenti investimenti in infrastrutture (porti, aeroporti, strade, ferrovie, telecomunicazioni, energia) che gli africani non sono in grado di attuare. 

Secondo la Banca africana di sviluppo, il fabbisogno annuo di investimenti per infrastrutture va dai 130 ai 170 miliardi di dollari, con un gap finanziario rispetto alle capacità africane tra i 68 e i 108 miliardi di dollari. Questo pone l’attenzione su chi ha la capacità – e la volontà – di svolgere questo ruolo strategico di partnership.


Come stanno gestendo il cambiamento le élites dei Paesi del Continente?
L’Africa deve affrontare un’impetuosa crescita demografica caratterizzata da una componente giovanile o adolescenziale pari al 75 per cento della popolazione. Questo aspetto costituisce la criticità maggiore per le classi dirigenti africane, consapevoli che la crescente disoccupazione giovanile può trasformarsi in una vera e propria sommossa verso quei regimi che ne ignorino le aspirazioni o si dimostrino incapaci di fornire risposte adeguate. Può ripetersi nell’africa subsahariana quanto è già successo con le “primavere arabe”. Un primo esempio è dato dalla fine di uno dei più longevi dittatori africani, Omar al-Bashir, la cui rovinosa caduta è stata provocata, prevalentemente, da improvvise e inarrestabili proteste di piazza delle masse giovanili. In questo contesto le élites al potere sono aperte alla presenza di chiunque sia in grado di fornire supporto per garantire sviluppo. Per questo, in molti Paesi, si assiste, contemporaneamente, alla presenza non solo di Cina e Unione Europea (considerata nel suo complesso e/o per rapporti bilaterali), ma anche di India, Turchia, Brasile e, da ultimo, della Russia.

“African solutions to African problems”, questo è il principio che ispira l’approccio russo, secondo quanto dichiarato dal presidente Putin. Un principio cui si affianca uno storytelling basato sulla contrapposizione tra un Occidente “neocolonialista” e una politica volta, invece, a stabilire rapporti di mutua collaborazione e fiducia reciproca. Al di là delle dichiarazioni ufficiali e della propaganda, quali sono le reali differenze tra l’approccio occidentale e quello di Paesi come Cina e Russia?
La presenza di Cina e Russia in Africa non è comparabile. Il commercio della Russia con l’Africa, infatti, è raddoppiato negli ultimi cinque anni, raggiungendo i venti miliardi di dollari, ma non può reggere il confronto con i quasi duecento miliardi di dollari della Cina. 

Detto questo, l’approccio di Cina e Russia nel Continente è molto più disinvolto rispetto a quello più lento, burocratico e farraginoso dell’Occidente. Gli Stati Uniti sono un caso a parte, in quanto interessati, prevalentemente se non esclusivamente, alla componente securitaria. Per di più, da parte europea, viene spesso sottovalutato l’impatto sulla mentalità africana dei ricordi legati non solo alla colonizzazione, ma anche ai processi di decolonizzazione. Le decolonizzazioni, infatti, avvenute senza un’appropriata transizione e senza la creazione, nel periodo coloniale, degli indispensabili presupposti economici, sociali e istituzionali utili a consentire un’effettiva indipendenza, hanno lasciato irrisolto il processo di Nation-building che l’Europa ha conosciuto tra il XVI e il XIX secolo. Per questo, all’indomani dell’indipendenza, in molti stati sono andati al potere regimi militari (l’esercito era l’unica “eredità” coloniale efficiente e a dimensione nazionale) quale antidoto per contenere il rischio di frammentazioni tribali. E per tale motivo, anche dopo l’inizio di processi democratici e pluripartitici, il fattore etnico è rimasto un elemento cruciale in tutti i Paesi africani (l’etnia come sostituto del partito politico), dando spesso vita nell’ambito del “contenitore nazionale” ad una feroce competizione per le risorse.

In una situazione di questo genere risulta comprensibile l’appetibilità di un approccio, come quello cinese, basato, da un lato, sulla retorica della “cooperazione Sud-Sud” e, dall’altro, sulla proposta di un capitalismo autoritario.

Di fronte a questa realtà, per essere competitiva con la Cina l’Unione europea dovrebbe affiancare alla retorica democratica una pratica più coerente, fornendo all’Africa un contributo sostanziale su due questioni cruciali: il superamento delle questioni sociali (disuguaglianze ed esclusioni) alla radice in molti Paesi della sopravvivenza (se non della nascita) dei fenomeni terroristici, in luogo del prevalente approccio militare, e un supporto economico centrato su grandi progetti infrastrutturali “cross border” per favorire, nel contempo, i processi di integrazione economica regionali e con questo anche l’attenuazione del fattore etnico.

Il legame della Russia con il Continente risale ai tempi dell’Unione Sovietica, in piena Guerra Fredda, quando l’URSS sosteneva i movimenti di indipendenza e avviava proficue sinergie con i diversi Paesi, promuovendo su larga scala programmi culturali e militari e offrendo un supporto significativo in ambito infrastrutturale, agricolo e sanitario. Molti giovani del Continente hanno studiato nelle Università russe: la Patrice Lumumba University di Mosca (che prende il nome dal primo leader del Congo eletto democraticamente) è stato definito “il fiore all’occhiello del soft power sovietico” per il mondo postcoloniale. A distanza di anni vi è ancora traccia dei benefici dell’alleanza con l’Unione Sovietica?
Dall’inizio delle lotte di liberazione fino alla fine degli anni Ottanta la Russia ha svolto un ruolo di primo piano in Africa. Per di più, durante la Guerra Fredda, alcune aree (in particolare, il Corno d’Africa e l’Africa Australe) sono diventate terreno di scontro tra le due superpotenze. Questo ruolo è diminuito con l’arrivo di Gorbačëv ed è venuto meno con la scomparsa dell’URSS. Nei trent’anni successivi gran parte delle classi dirigenti legate alla dirigenza sovietica è scomparsa o, comunque, sostituita. Va sottolineato, poi, che, anche ai tempi d’oro dell’influenza dell’URSS in Africa, i sovietici non riscuotevano grandi simpatie a causa del loro atteggiamento sostanzialmente imperialista. Ricordo, a questo proposito, una battuta fulminante di Julius Nyerere che, in una conversazione privata a Dar es Salaam nel 1983, mi disse: “Cosa sono i Russi in fin dei conti? Americani senza soldi”.

A suo avviso, qual è la reale portata del summit di Sochi?
Da qualche tempo Putin sta cercando di ricreare i legami con i Paesi africani e il vertice di Sochi, che ha visto la presenza di 43 capi di Stato o di governo africani, rappresenta emblematicamente questo sforzo. Gli obiettivi sono molteplici: perseguire anche in Africa il tentativo di riguadagnare un ruolo da potenza globale dopo i successi, in questo senso, registrati in Siria e in Medio Oriente, stabilire rapporti che possano diventare utili in sede ONU (basti pensare al caso Ucraina), avviare un nuovo mercato per l’esportazione di armi e aprire la strada per l’ingresso delle proprie aziende nel settore energetico.

In Africa, infatti, quest’ultimo è un settore cruciale. Solo il 38 per cento della popolazione nell’Africa subsahariana ha accesso all’energia elettrica e, di conseguenza, 620 milioni di persone soffrono questa mancanza, dovendo ricorrere a forme di energie inquinanti e/o dannose per l’ambiente (distruzione del patrimonio forestale). Ciò apre grandi prospettive per le energie “pulite” e rinnovabili (solare, eolico etc.) e, nel caso russo, per l’energia nucleare. “Non ci sono praticamente reattori nucleari nel Continente. Così è molto importante chi arriverà per primo, perché sarà in grado di dominare gli sviluppi successivi”, ha dichiarato il CEO di Rosatom, Alexey Likhachev.

La Rosatom (Russia’ State Atomic Energy Corporation) è stata creata nel 2007, controlla più di trecento imprese e sta sviluppando una cinquantina di progetti nucleari nel mondo. Attualmente ha in corso negoziati con diversi Paesi africani (Egitto, Uganda, Ghana, Rwanda, Sud Africa, Nigeria, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Tanzania e Kenya), in alcuni casi ad uno stadio ormai avanzato.

L’altro grande strumento di penetrazione è la fornitura di armi (e, in qualche caso, di mercenari), mentre, invece, le iniziative di “soft power”, tra cui sanità, corsi di lingue, cancellazione del debito (venti miliardi di dollari risalenti all’epoca sovietica), hanno un impatto tutto sommato marginale.


Ambiti di intervento e Paesi coinvolti. Qual è la visione complessiva?
La fornitura di armi e la cooperazione in campo militare sono stati i primi e più importanti strumenti per la penetrazione in Africa. A partire dal 2014 sono stati siglati diversi accordi per la formazione delle truppe, per l’invio di consiglieri militari e la consegna di armi. A tale proposito, bisogna tener presente che la Russia è il secondo Paese a esportare armi, dopo gli Stati Uniti, a livello globale, divenendo ormai il primo per quanto riguarda l’Africa (tredici per cento del totale di esportazioni russe di armi, secondo il SIPRI).

Accanto ai clienti tradizionali come l’Algeria e l’Egitto (rispettivamente, 4,620 e 2,217 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni) è incrementata la vendita di armi – in particolare, elicotteri e sistemi missilistici terra-aria – in Angola, Nigeria, Sudan, Sud Africa, Rwanda, Camerun, Mali etc. Inoltre, a seguito dell’uccisione di tre giornalisti russi in un’area remota della Repubblica Centrafricana, ha destato interesse il ruolo svolto da una compagnia di sicurezza privata – il Gruppo Wagner – posseduta da una persona molto vicina ai vertici russi, Yevgeny Prighozin, definito il “cuoco di Putin” e considerato dal procuratore americano del Russiagate Robert Mueller il principale responsabile dell’ingerenza russa nelle elezioni statunitensi del 2016.

Il ruolo dei mercenari russi è apparso evidente non solo nella Repubblica Centrafricana (caso emblematico di sostegno, allo stesso tempo, politico e militare), ma anche in Libia e, più recentemente, in Mozambico ove, in cambio di un sostegno alla lotta contro le infiltrazioni terroristiche nel nord del Paese, la Russia ha ottenuto compartecipazioni nello sfruttamento dei grandi depositi di gas presenti in quell’area.


Gli sforzi della diplomazia russa sembrano trovare efficace attuazione in ambito internazionale. Un esempio tra tutti: l’ONU. I partner del Continente, che rappresentano un quarto degli Stati membri, hanno sostenuto la Russia nel 2014 in occasione della risoluzione dell’Assemblea Generale contraria all’annessione della Crimea. 29 Paesi africani hanno espresso voto contrario o si sono astenuti. Un “gioco di squadra” che funziona anche quando i Paesi africani hanno bisogno di un supporto per risolvere le proprie dispute interne. Attualmente i seggi a rotazione – denominati “A3” – sono stati assegnati al Sud Africa, alla Guinea Equatoriale e alla Costa d’Avorio. Ricordiamo, ad esempio, che nel 2019 la Russia, di concerto con gli “A3”, cercò di ostacolare i tentativi dell’ONU di analizzare l’esito delle elezioni in Congo, malgrado le richieste dell’opposizione congolese di avviare un’indagine ad hoc. E questi sono solo alcuni esempi.
Qual è la strategia russa in ambito diplomatico?
Anche al fine di mitigare il rischio d’immagine derivante da queste azioni spregiudicate e dall’accusa di essere sistematicamente a difesa degli autocrati africani, la Russia, fin dall’inizio della sua nuova politica nel Continente, ha moltiplicato le sue azioni diplomatiche sia presso le Nazioni Unite sia nei confronti dell’Unione Africana. Per questo, se, da un lato, ha utilizzato il suo diritto di veto per bloccare le sanzioni contro Mugabe (invocando il principio di non ingerenza nelle vicende interne ai Paesi), dall’altra, ha moltiplicato la messa a disposizione di contingenti (piccoli, ma altamente simbolici) per operazioni dell’ONU in Paesi africani. E, per quanto riguarda l’Unione Africana, ha intrapreso un dialogo con la Commissione Pace e Sicurezza per questioni riguardanti la Libia e la Repubblica Centrafricana. Il tutto sempre all’insegna del supporto per “soluzioni africane ai problemi africani”.

Per ampliare questa rinnovata influenza in Africa, la Russia ha utilizzato anche la sua presenza nei BRICS, rafforzando in questo Forum la relazione con un soggetto fondamentale come il Sud Africa. Un’operazione condotta, ovviamente, cercando di riportare alla memoria delle classi dirigenti africane il sostegno fornito in passato sia alle forze anti-apartheid sia all’Angola, aggredita dal regime razzista dell’epoca.

Prima abbiamo parlato della crescente influenza della Cina, un Paese con cui la Russia non può certamente competere. Qual è la ratio che ispira l’azione cinese nel Continente e qual è  la principale differenza rispetto all’approccio russo?
Vi sono molte similitudini nell’approccio “politico” di Cina e Russia al dialogo con i Paesi africani. Un comune passato di sostegno alle lotte anticoloniali, il principio di non interferenza, l’offerta di un’alternativa all’atteggiamento spesso precettivo e paternalista in materia di democrazia e diritti civili, la retorica del rispetto reciproco e della collaborazione win-win.

Detto questo, il ruolo della Cina rispetto a quello della Russia è incomparabile e destinato a restare tale per un lungo periodo. Dal punto di vista economico tra i due Paesi non è possibile alcuna forma di competizione. La Russia è una potenza in termini energetici e militari, ma non può reggere il confronto con la Cina se si guarda il peso economico. Basti pensare che, in base alle stime della Banca Mondiale, nel 2018 il Prodotto Interno Lordo (PPA) della Cina è stato pari a 25,3 trilioni di dollari, in confronto ai quattro trilioni di dollari della Russia. Del resto, nel decennio 2010-2018 il Pil è cresciuto in media circa l’otto per cento in Cina contro un misero 1,3 per cento della Russia.

Questo divario in termini di potenza economica si riflette sulla rispettiva presenza in Africa ove la Cina è diventata ormai il secondo partner commerciale (204 miliardi di dollari nel 2018) subito dopo l’Unione Europea (357 miliardi di dollari). Di fronte a queste cifre i venti miliardi di dollari di scambi tra Russia e Paesi africani rappresentano ben poca cosa. Per di più, mentre le esportazioni russe sono rappresentate in gran parte dagli armamenti (la Russia è la prima esportatrice sia in Nord Africa, con il cinquanta per cento, sia in Africa subsahariana, con il 28 per cento), la Cina, seppur presente in maniera significativa in questo mercato strategico (è terza in Nord Africa, dopo gli USA, con il dieci per cento, e seconda nell’area subsahariana, con il 24 per cento), è dominante in molti altri settori.  

Questa differenza è ancora più accentuata se guardiamo gli investimenti diretti. Mentre la Russia, infatti, cerca di ricavarsi delle nicchie nei pochi settori in cui può essere competitiva, la Cina ha diversificato ormai da tempo i propri interventi. Interessata inizialmente solo al reperimento di risorse energetiche per sostenere i propri alti tassi di sviluppo e al finanziamento di semplici operazioni ad impatto propagandistico (il classico stadio o palazzo presidenziale), la Cina ha messo in campo progressivamente interventi sempre più sofisticati. Dalle strade alle ferrovie, dalla costruzione e gestione dei porti al trasferimento del modello delle Zone economiche speciali (ormai una trentina nel Continente). Senza contare il flusso di emigranti cinesi (ormai oltre un milione e mezzo) che avviano piccole attività economiche in diversi settori.  

Questo divario riflette non solo il diverso peso economico, ma anche la diversa tempistica legata alla decisione di riprendere l’interesse per l’Africa. L’entusiasmo esibito per il Vertice di Sochi appare un po’ ridicolo se si tiene conto che segue, a distanza di molto tempo, analoghi incontri organizzati ormai da anni in sequenza regolare da Paesi come l’India e la Turchia e che il primo Summit Cina-Africa è stato organizzato più di vent’anni fa.


Informazione e disinformazione, un connubio più che mai attuale in questa fase storico-politica. Secondo lo “Stanford Internet Observatory”, alcune prove acquisite partendo da un reportage del Daily Beast e da un documento condiviso con il “Dossier Center”, fondato da Mikhail Khodorkovskij, avrebbero portato all’individuazione di società collegate alla Russia attive nel settore dell’informazione dei Paesi del Continente. E la figura chiave in questo processo di espansione sarebbe proprio Yevgeny Prigozhin, cui si accennava prima. In base alle prove, sarebbe stata condotta, attraverso la creazione di un cluster di Pagine dedicate, un’operazione Facebook da parte di soggetti legati a Prigozhin stesso, incluso il Gruppo Wagner. I target sarebbero non solo alcuni Paesi africani (Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Madagascar, Mozambico e Sudan), ma anche siti web, pagine di news o collegate a Partiti e a singole figure politiche. Senza dimenticare il possibile coinvolgimento di “subappaltatori” madrelingua o vicini all’area di interesse.
Che impatto hanno queste interferenze a livello locale?
Prighozin, di cui abbiamo parlato in precedenza, risulta essere coinvolto in campagne di disinformazione in Paesi africani sia con il tradizionale uso distorto di Internet sia con l’invio in diversi Paesi – dal Sudan al Madagascar, dalla Libia allo Zimbabwe – di cosiddetti “esperti di tecnologia politica”. Va detto, però, che, ad eccezione della Repubblica Centrafricana, questi interventi si sono finora dimostrati poco efficaci o, addirittura, disastrosi, com’è avvenuto in Madagascar e in Sudan. 

Alla luce della Sua vasta esperienza politica e in qualità di Presidente di Amref Italia, attiva nel Continente dal 1957, qual è il Suo bilancio ad oggi?
La Russia arriva per ultima a mettere in campo iniziative di questo tipo e lo fa in un quadro africano che, nel frattempo, è cambiato profondamente. Oggi i Paesi africani, infatti, hanno più opzioni per differenziare le proprie relazioni bilaterali e, pur permanendo grandi difficoltà, sono in grado di essere più competitivi nei rapporti internazionali. Questo vale anche per la Cina, la cui presenza preponderante comincia ad essere sofferta in più di un Paese, anche in relazione al peso dei debiti che vengono accumulati. Questo, ancora una volta, aprirebbe la strada per un ruolo decisivo da parte dell’Unione Europea. Purché in questo caso, come in molti altri, decidesse finalmente di esistere.

La presenza della Russia in Africa (Fonte ISPI)

Uno dei principali giornali mozambicani e africani, Savana di Maputo, ha tradotto e pubblicato l’intervista di Annalisa Bottani con Mario Raffaelli.

“La Russia e le Afriche”. Parla Mario Raffaelli ultima modifica: 2019-12-03T16:52:16+01:00 da ANNALISA BOTTANI

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