Dal referendum alla costruzione dell’altra città (e delle altre città)

Dopo la prima grande richiesta di cambiamento e partecipazione manifestatasi al Vega il 18 maggio, un secondo incontro del 29 giugno a Carpenedo ha individuato le idee da approfondire per un governo comunale.
scritto da MARIO SANTI
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Quando va a votare poco più di un elettore su cinque nessuno può dirsi soddisfatto. Il dato reale è il (quinto) rigetto dell’ipotesi delle divisione del Comune di Venezia in due parti. Il resto sono interpretazioni. Personalmente sul risultato del referendum credo abbiano pesato il disincanto verso “la politica” e la percezione di una scarsa consistenza di idee e proposte messe in campo dai due fronti.

Addentrarsi in analisi più approfondite sarebbe un esercizio di stile di non grande utilità. Mi sembra più attuale passare dal dibattito sul referendum a quello sul governo del comune. L’“aqua granda 2.0” ci ha richiamato drammaticamente i temi ambientali (salvaguardia della laguna, difesa dalle maree, contrasto la cambiamento climatico). Poi ci sono quelli storici della città (a partire dal lavoro e della residenza).

Non so se questi temi sarebbero stati affrontabili meglio con due città separate (ne dubito). So invece che sono stati affrontati male anche dal “grande” Comune di Venezia.

Si può dire che l’amministrazione di Brugnaro (in molti campi in continuità con le precedenti) abbia scontato una lettura e di conseguenza una capacità di intervento sulle dinamiche cittadine inadeguata? Oppure è vero il contrario: ha capito che la tendenza al laissez-faire avrebbe consolidato il suo consenso?

Si può dire che l’amministrazione non abbia saputo mettere in campo politiche in grado di far fronte alla complessa gravità delle situazione. O forse è vero il contrario? Dichiararsi a parole contro il peso eccessivo del turismo in città e favorirlo poi con gli atti amministrativi (cambi d’uso che ne hanno favorito lo sviluppo a Venezia e cittadella degli alberghi attorno alla stazione di Mestre) è funzionale al consolidamento della sua base elettorale?

Sono solo due esempi, ma si potrebbe continuare.

C’è allora da chiedersi se dopo quattro anni di governo di un uomo solo al comando, che più che di collaboratori si circonda di persone che considera dipendenti di una (sua) azienda, siamo condannati ad andare avanti così. Non è detto. E vorrei dire perché, traendo spunto da un corsivo di Guido Moltedo, che accompagna uno dei tanti commenti al referendum apparsi su ytali.

Dice Moltedo:

[…] da questo momento in poi, sarebbe molto saggio tornare alla politica, quella che costruisce ponti e crea reti. Anche perché è quanto si era tentato di fare prima che ci si ficcasse nella strettoia soffocante del referendum. Bisognerebbe riprendere il filo del discorso avviato al Vega, lo scorso maggio, quando associazioni e comitati di Venezia insulare e di terraferma si sono incontrati in una feconda giornata di condivisione e di confronto. […]

E ancora:

Quello è un itinerario promettente, che consente di lavorare con il massimo impegno unitario verso la vera sfida, che è la riconquista di Ca’ Farsetti, il prossimo anno. Altrimenti, l’esito del referendum di domenica si rivelerà non solo un fiasco ma un insperato assist a Luigi Brugnaro, che andrà verso la rielezione senza neppure fare campagna elettorale.

In effetti il percorso “per un’altra città” è andato avanti. Dopo la prima grande richiesta di cambiamento e partecipazione manifestatasi al Vega il 18 maggio, un secondo incontro del 29 giugno a Carpenedo ha individuato le idee da approfondire per un governo comunale. Un lungo lavoro di approfondimento collettivo e partecipato ha consentito poi di arrivare ad un Manifesto per un’altra città realmente possibile.

Sabato 14 dicembre alla sala Kolbe a Mestre si deciderà se è matura la “fondazione” di un soggetto politico capace di darle gambe e portarla al governo del Comune.

Insomma si sta tornando alla politica, ma quella fatta a partire dai cittadini. Chi dovrebbe esserne interessato?

Io credo chi in politica si accontenta di cercare un programma e persone convincenti da votare, cui chiedere che lo rappresentino. E pensa invece che il governo della cosa pubblica debba partire da volti, cuori, saperi dei cittadini. Ed è disposto a mettersi in gioco.

Non entro ora nel merito dei contenuti proposti dal Manifesto: mi piace la sua impronta radicale e assieme inclusiva, di rottura con le pratiche in atto delle ultime consiliature e di valorizzazione del ruolo della partecipazione. Meglio commentarli quando l’assemblea avrà dato loro una veste definitiva e avrà deciso “come andare avanti”. Esprimo solo considerazioni che mi sembrano in linea con il percorso fin qui seguito da questo progetto.

Se l’assemblea sarà “costituente” del nuovo soggetto politico per un’altra città, poi bisognerà passare dal Manifesto al programma elettorale, e poi decidere se e come presentare una lista. In questo caso alla fine verranno le valutazioni su: presentarsi da soli e/o con alleanze (quali?), come scegliere il/la candidat* Sindac* e altr* candidat*, e via dicendo.

Prima però mi sembra fondamentale che il nuovo soggetto si caratterizzi ancor più per quanto di innovativo ha saputo portare nel dibattitto e nel far politica in città: partecipazione, metodo del consenso, messa in comune dei saperi e delle competenze, superamento degli steccati e capacità di costruire l’azione comune.

Tutte cose che devono prima entrare nei programmi e poi permeare le pratiche di governo. Sono anche convinto che il “primo passo” debba essere “tornare ai territori”. Le “staffette” che all’inizio andavano a raccogliere idee e disponibilità ad entrare nel percorso ora dovranno tornare nei quartieri e dalle realtà associative contattate allora e sentirne altre.

Questo consentirebbe di capire se l’idea di città definita con il Manifesto sia in grado di trasformarsi, nelle diverse situazioni della città d’acqua e di terra, in proposte dettagliate. Punti di programma, dietro ai quali stiano azioni e persone che li sappiano sostenere. Perché sono i metodi, le persone e le proposte nuove e fare la “politica nuova”.

Se la città ne ha bisogno saprà dare le risposte e trovare le persone che lo consentano. Non c’è che da augurarsi una buona partenza.

Post scriptum: ricordo a tutt* che se il 14 dicembre 2019 diventerà una “data storica”, segnalo a tutt* l’importanza di poter dire un giorno “quel sabato al teatro Kolbe io c’ero”.

Dal referendum alla costruzione dell’altra città (e delle altre città) ultima modifica: 2019-12-06T16:13:52+01:00 da MARIO SANTI

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