“Gli anni con la presidente Iotti”. Parla Giorgio Frasca Polara

A vent’anni dalla morte, ricordiamo una delle figure di massimo spicco della storia politica italiana del dopoguerra, conversando con il portavoce e addetto stampa che fu al suo fianco nel corso dei tre mandati al vertice di Montecitorio.
scritto da GUIDO MOLTEDO
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A vent’anni dalla morte, ricordiamo una delle figure di massimo spicco della storia politica italiana del dopoguerra, intervistando un giornalista, che la conobbe bene. Giorgio Frasca Polara lavorò con Nilde Iotti, presidente della Camera, come suo portavoce e addetto stampa, nel corso dei tre mandati che la videro al vertice di Montecitorio e protagonista di una fase politica densa di eventi che segnarono la fine della prima repubblica e gli inizi della seconda.

Giorgio, ricordo bene gli anni di Nilde Iotti, presidente della camera. Allora ero notista del manifesto. E ricordo bene come la sua figura avesse un che di carismatico. Lo vedevi – per dire – anche dal rispetto che la circondava quando attraversava il Transatlantico per entrare in aula preceduta dai commessi in guanti bianchi. Un rispetto di tutti, anche degli avversari, che andava oltre la sua carica istituzionale ed era evidentemente rivolto alla sua figura. A volte addirittura c’era qualcosa di regale nel suo portamento e nel modo in cui era accolta al suo passaggio. Scene impensabili oggi. Indubbiamente le istituzioni godevano ancora di rispetto allora, ma c’era – secondo me, ma anche secondo molti miei colleghi d’allora – un vistoso di più nel modo in cui era considerata la presidente Iotti. Sei d’accordo? E come spiegheresti oggi, anche a chi allora non c’era, il segreto del mix di autorevolezza e di fascino che esercitava Nilde Iotti?
Il segreto, se così si può chiamare, stava nella sua personalità e nella sua storia. Una personalità costituita da molteplici elementi: il rigore, il forte impegno politico, la disponibilità straordinaria ad ascoltare tutti, il fiuto impressionante nel cogliere il nucleo nascosto degli eventi e, non ultima dote, la serenità ovunque e comunque. Il fascino emanava dalla sua storia personale: l’infanzia e la giovinezza povera e difficile con un padre cacciato dalle ferrovie perché socialista ed una madre costretta anche a fare la lavandaia; la tenacia e il successo negli studi (fece gli studi dai preti e poi alla Cattolica di Milano: “Meglio da loro che nella scuola fascista” aveva detto suo padre); il coraggio con cui affrontò il rischio di farsi staffetta partigiana; la scelta politica di iscriversi al Partito  comunista; la tenacia con cui difese da alcuni dirigenti del suo stesso partito (il vicesegretario Pietro Secchia, Edoardo D’Onofrio e altri) il suo rapporto con Togliatti. Rapporto che, più tardi, le costò parecchie cancellature in due congressi quando si trattava del suo ingresso nella direzione del Pci. Vita dura. Ma la cosa più significativa sta nel dopo la morte del suo compagno.

Per paradossale che possa apparire, la stella Iotti poté cominciare a brillare di luce propria, quando non c’era più motivo (in taluni tra i massimi dirigenti del partito) di diffidare di lei e delle inesistenti sue “fortune” dovute al legame con il segretario del partito o alla “colpa” pregressa di avere studiato sempre in ambienti cattolici (a proposito: perdette la fede durante l’università, ma non si disse mai atea, piuttosto “non credente” e rispettosissima dei credi altrui.) Allora fu “scoperta” per quello che era stata, era e sarà ancor di più nella lunga stagione (tredici anni, un primato) di presidente di una delle più alte istituzioni repubblicane. 

Come nasce e come si sviluppa nel tempo il tuo rapporto di lavoro e di fiducia con Iotti?
Curiosa e complessa storia. Autunno ’57, ero allora il ragazzo di bottega della redazione siciliana dell’Unità – l’avrei abbandonata dopo 43 anni, con l’assunzione della direzione da parte di gente che con la storia del giornale di Gramsci non aveva nulla a che fare – quando dovetti fare in anticipo il resoconto di un discorso serale di Togliatti a Palermo. Conobbi il capo, gli chiesi un appunto su cui scrivere tre cartelle, me le fece avere, scrissi in redazione il pezzo con terrore, mi ripresentai al suo albergo e lui disse: “Vedi un po’ come si è comportato questo nostro giovane compagno…”. E Nilde si sedette a un tavolino, lesse, tolse un paio di aggettivi e di avverbi (è vero, ne uso tuttora, ma ricordo sempre la lezione), poi mi restituì i fogli, mi ringraziò e assicurò Togliatti che il giovane compagno s’era condotto a modo. Da allora, rientrato a Roma, la rividi spesso, prima in occasione delle mitiche riunioni del comitato centrale (eri il capo dei resocontisti, e giù al portone del Bottegone i colleghi dei giornali “borghesi” aspettavano le nostre veline) e poi, quando entrai alla Camera come giornalista parlamentare, la frequentazione divenne quasi quotidiana e molto intensa: si chiacchierava in Transatlantico, talora dovevo intervistarla

Basta, quando nell’estate del ’79 fu eletta presidente della Camera Nilde mi chiese di entrare nel suo ristretto gabinetto (tre persone) con il ruolo di portavoce e addetto stampa.

Dapprima il direttore, Alfredo Reichlin, si oppose, fu necessario l’intervento del vicesegretario del partito, Alessandro Natta, perché nell’autunno inoltrato potessi assumere le funzioni richieste da Nilde. Trattandosi di un rapporto fiduciario, era la prima volta che un “esterno” entrava nell’apparato della Camera. “Quale il suo trattamento economico?”, le chiese il segretario generale di Montecitorio. E Nilde, con naturalezza: “Quel che tocca ad un metalmeccanico di terza, come usiamo al partito”, disse sorridendo al segretario generale che mobilitò gli uffici per sapere dalla Fiom il trattamento dovuto al Cipputi della Camera. E così fu, a lungo. Nilde mi assegnò, come luogo di lavoro, un piccolo locale splendidamente arredato e immediatamente alle spalle dell’ufficio del presidente sicché potevo essere disponibile quando lo avesse desiderato: bastava un richiamo a mezza voce.

Nilde Iotti e Giorgio Frasca Polara

Dietro le quinte, che forme assumeva il suo stile, che in pubblico era quello che prima ho descritto?
Lo stesso: semplice, forse un poco più sciolto, con scatti di ironia. Talora accendeva una sigaretta leggerissima, sfogliava una speciale rassegna che le preparavo conoscendo le sue preferenze e i suoi interessi anche estranei alla politica politicante, raccoglieva dai suoi collaboratori notizie e indiscrezioni, la infastidivano i retroscena in cui qualche giornalista taceva i nomi di chi gli confidava uno sfogo. Aveva preso qualche dura decisione, tipica del personaggio. Ad esempio presto diede a noi le tessere per i concerti e per l’opera: “Darei fastidio, la curiosità del pubblico, l’imbarazzo della scorta…”. Io, musicofilo accanito, considerai quelle tessere un regalo favoloso, ma mi dispiacque la sua scelta anche se la compresi. “Ho qui sopra in dotazione una radio e un giradischi favolosi: la musica me la scelgo secondo l’umore…

Ma devo spiegare perché ho appena detto “qui sopra”, anche questo fa parte del suo stile. Dunque, si era in piena stagione terroristica: il capo della polizia venne a trovarla e le spiegò che questo giornaliero va-e-vieni da casa (nel lontano quartiere di Montesacro) e viceversa era pericoloso malgrado la scorta e qualche suo collaboratore armato. “Non è il caso che lei si trasferisca nell’appartamento di rappresentanza qui alla Camera? I suoi predecessori ci vivevano…”.  Nilde comprese e si acconciò. Ma lei non volle abitare tra saloni per i ricevimenti (ne tenne rarissimi, a differenza di certi suoi successori) e stanze enormi. Preferì abitare nel quartierino riservato al personale di servizio, che lei non volle. Una camera da letto, un soggiornino, un bagno e la cucinetta. Ma poi, nel fine settimana, finalmente di corsa a casa: a preparare, per la figliola Marisa ed i due nipoti, i più buoni ravioli di zucca che io abbia mai mangiato, neanche a Reggio Emilia.    

Quali erano i punti per lei imprescindibili – sul lavoro, con i collaboratori – le sue “fissazioni”?
Il rigore sul lavoro, ma anche la gentilezza estrema e la comprensione dei problemi di ciascuno. Se uno o una tra i collaboratori si ammalava o, peggio, era in ospedale, lei andava in visita, o mandava un mazzo di fiori alla puerpera, o almeno telefonava. Questo non solo con i suoi più vicini assistenti, ma anche con il personale. Per esempio, la mattina per il caffè alla buvette si informava di questa o di quello che non vedeva da qualche giorno. Ma sul lavoro, bisognava lavorare, e lo si faceva con piacere perché ben spesso era un lavoro collegiale, in cui ciascuno diceva la sua e non era raro che Nilde facesse propria un’osservazione. Un classico? La discussione e la revisione di un discorso importante o di una intervista delicata di cui era richiesto il suo ok. Ricordo in particolare – e il ricordo è legato ad una recente mascalzonata del blog dei grillini) – un discorso che, nello stesso autunno del ’79, aprì il lungo e mai risolto dibattito su come e perché aggiornare la Carta del ’48. L’occasione era la consegna della medaglia d’oro per la Resistenza alla città di Piombino. Nilde ci disse: “E’ ora di affrontare il problema delle riforme costituzionali”. Sorpresa tra noi per l’inedita sortita, preoccupazione per gli echi, qualche angoscia per le ricerche. E invece Nilde prese un foglio e – con l’esperienza mai dimenticata di costituente e con il piglio nuovo di presidente – vergò sicura alcuni punti con la sua ampia grafia: basta con questo assurdo cameralismo perfetto e ripetitivo, basta con mille parlamentari (“quanti ne ha la Cina, ma lì sono un miliardo e trecento milioni”) sono sufficienti assai meno; federalismo istituzionalizzato trasformando il Senato in una Camera delle regioni e dei poteri locali (“Perché il Senato non potrebbe diventare come il Bundesrat tedesco?”) e poi i controlli, che oggi sono troppo scarsi e che devono essere invece uno dei cardini del lavoro parlamentare. Lavorammo intensamente, proponemmo una bozza, la corresse, aggiunse, tolse qualche aggettivo di troppo. Colpì nel segno quel discorso proprio per la concretezza delle enunciazioni, per la fisicità delle rappresentazioni, per la semplicità nel porgerle. E per averlo fatto ben prima che Craxi lanciasse la sua Grande Riforma, e con largo anticipo sulla vana catena di bicamerali: ne presiedette la penultima dopo che aveva cessato i mandati di presidente, e alla fine anticipata della legislatura, nel ’93, presentò al Parlamento uno schema in cui tornavano le sue proposte con qualche aggiunta: la creazione della figura del primo ministro eletto a maggioranza assoluta delle Camere e l’accentuazione del suo ruolo di guida dell’esecutivo, una sorta di premierato, istituzione della sfiducia costruttiva, limiti rigorosi alla decretazione d’urgenza. Risultato: la legislatura finì senza discuterne. E siamo ancora senza riforme organiche, bocciato anche il referendum più tardi proposto da Renzi. Già, ho parlato di una mascalzonata. Perché i Cinque stelle hanno estrapolato da quel discorso solo la frase sulla riduzione del numero dei parlamentari e ne hanno fatto la bandiera della loro ossessiva campagna, ignorando l’essenziale contesto in cui Nilde collocava anche la riduzione di deputati e senatori. Un’operazione indegna anche della memoria di Iotti. 

Da presidente della Camera ha interpretato il suo ruolo, a detta di tutti, in modo irreprensibilmente istituzionale, anche suscitando qualche malumore nel suo partito… 
Qualche? Direi di più, a conferma non tanto e solo del suo ruolo e quindi dell’assoluto rispetto per le posizioni dei partiti e persino dei singoli deputati, ma anche di bloccare sempre le ricorrenti accuse di una parte almeno della destra di essere una “comunista”. Ricordo che nell’‘88 volle intestarsi una pregnante riforma del regime del voto segreto, causa di tante crisi di governo e di tante lotte tra correnti, soprattutto dc. Il precedente regime ammetteva lo scrutinio segreto (su richiesta) per tutte le votazioni, e lo prevedeva addirittura come obbligatorio per la votazione finale delle singole leggi, anche di quelle di conversione dei (spesso micidiali) decreti legge. Con la riforma si stabilì invece il principio generale dello scrutinio palese cui si deroga solo, e obbligatoriamente, per le votazioni sui diritti e quelli riguardanti le persone. Gli orientamenti prevalenti nel suo partito (a cominciare dal capogruppo Renato Zangheri) erano contrari alla riforma, alla fine si raggiunse l’intesa di un voto di astensione del Pci. Ma ricordo che già prima della sua elezione a presidente c’erano stati due momenti difficili con la segreteria del partito, ed una in particolare con il segretario Berlinguer. C’era il timore del voto delle donne, e Nilde reagì severamente. Il clamoroso fallimento dei due referendum abrogativi fu anche una sua vittoria personale. Berlinguer la incontrò casualmente all’ingresso del Bottegone l’indomani della vittoria in difesa dell’aborto, le strinse la mano con un calore insolito per lui, apparentemente così sorvegliato. “Un inedito Berlinguer”, ricordò sempre Nilde soddisfatta di quell’inatteso ma tanto significativo momento. 

Ma ci fu anche un vero e proprio scontro con Berlinguer sulla questione dell’abolizione della scala mobile imposta per decreto da Craxi…
Stavo per ricordarlo perché fu, questo, il più difficile passaggio dei tredici anni di presidenza Iotti. L’avrebbe vissuto nella primavera dell’‘84, il momento più aspro per la concorrenza di due fattori. Intanto la rottura tra il governo (meglio, tra il presidente del Consiglio Craxi) e l’opposizione di sinistra e la Cgil. E poi, in parallelo, una pesante fratture all’interno del Pci che coinvolse personalmente il segretario Enrico Berlinguer, Nilde Iotti presidente, e Giorgio Napolitano, allora capogruppo alla Camera. Craxi volle intervenire pesantemente, con un decreto immediatamente esecutivo, su una materia delicatissima e sin qui delegata al negoziato e all’accordo tra le parti sociali. Decisionismo estremo, dunque, e sfida aperta alla Cgil, per giunta con un assai dubbio ricorso ad un provvedimento, il decreto legge, che la Costituzione fissa solo nei “casi di necessità e d’urgenza”. Ma il decreto fu bocciato, e allora Craxi lo ripresentò sfacciatamente in fotocopia. Se non che sul decreto-bis le difficoltà si moltiplicarono, stavolta soprattutto nel Pci: tra gli “intransigenti”, che facevano manifestamente capo a Berlinguer, e i riformisti (allora definiti miglioristi) che si ispiravano a maggior realismo.

Le polemiche all’interno del gruppo comunista, già latenti con il primo decreto, esplosero con un incidente di cui, credo, nessuno abbia sin qui parlato. Mario Pochetti, mitico segretario d’aula del gruppo, chiese alla presidenza della Camera che il nuovo decreto fosse assegnato in pre-esame, invece che solo alla competente commissione Lavoro, a una quasi innumerevole serie di altre commissioni. Napolitano era in missione all’estero. Quando lo seppe non fece nulla per nascondere la sua irritazione allo stesso Pochetti e agli altri compagni che dividevano la responsabilità del gruppo per il segno preoccupante di un esasperato ostruzionismo.

Gli emendamenti passarono da più tremila a 208. Ma Craxi, per scavalcarli, pose la fiducia che ne facevano ghigliottina. Napolitano intuì la gravità del momento anche per il ruolo di Nilde della quale fu prezioso amico sino all’ultimo istante. E racconterà che “Iotti arbitra difficili accordi per permettere all’opposizione di dispiegare le loro proteste e il loro dissenso ma insieme per evitare che decada anche il secondo decreto, per garantire cioè – punto cardine della concezione del Parlamento – il diritto-dovere della maggioranza di legiferare”.

Fu in quei turbinosi, tesissimi frangenti che Nilde ebbe ancor più chiara la consapevolezza di quanto fosse duro e difficile essere la presidente espressa dall’opposizione. Voglio dire che apparve così imparziale da sembrare a taluno – e se ne dolse, ma solo in privato – che accentuasse il suo rigore per non dare adito a sospetti di partigianeria. Berlinguer premeva perché l’iter del provvedimento non fosse contenuto nei modi e nei tempi concertasti in conferenza dei capigruppo, con l’adesione anche di Napolitano che, scriverà ancora anni dopo, “è solidale con Iotti dinanzi ad una pressione che mette a repentaglio la presidenza. Ella non cede, supera la prova conduce la Camera al voto”, altrimenti “si colpisce il ruolo e la credibilità del Parlamento, si minano le basi delle istituzioni democratiche”.

Prima hai accennato, quasi di sfuggita, al suo fiuto politico. Puoi dirmi come e quando ti ha più colpito questo sesto senso?
Ecco, un’altra cosa che faceva di Nilde una personalità politica eccentrica rispetto a suoi pur autorevoli colleghi (però con altre eccezioni: Napolitano, D’Alema, Fassino) erano la passione e l’impegno per la politica estera. Deputata al Parlamento europeo per un decennio, con molto rammarico aveva lasciato il seggio appena eletta presidente della Camera; ma non per questo aveva interrotto ma anzi aveva intensificato, ad altro livello, i rapporti internazionali. Anzitutto introdusse la pratica degli scambi di esperienze parlamentari (e non solo nell’ambito dell’allora “piccola Europa”). Poi diede nuovo impulso ai contatti istituzionali, non solo nel nostro continente.

Andò in Cina, per verificare le novità introdotte da Deng. Era consapevole del dramma di Tienanmen, e glielo disse. Ma dopo due incontri con lui e gli altri più alti dirigenti del partito-Stato tra cui il premier Zhao Ziyang e il segretario del partito Hu Yaobang, volle girare in lungo e in largo la Cina, città, campagne, nuovi territori industriali. E alla fine ne concluse con una intuizione che sarebbe diventata più tardi una impressionante realtà: con tutti i seri limiti alla democrazia, attraverso il cosiddetto socialismo di mercato la Cina sarebbe diventata una immensa, ricca potenza che avrebbe reso prospera la vita della popolazione. E almeno questo è avvenuto.

E, a proposito di nuovi dirigenti, corse in quella che era ancora l’Unione Sovietica per capire bene, incontrando due volte Michail Sergeevič Gorbačëv, che cosa rappresentasse e quali prospettive aprisse la perestrojka, dove andasse a parare la glasnost’, quali potessero esserne le conseguenze. “Porterà lontano, molto lontano, quest’uomo. Bisognerà però vedere se ce la farà o se sarà sconfitto, e come, dalle resistenze interne”, disse a cena nell’antica nostra sede diplomatica moscovita, rivolta all’ambasciatore Sergio Romano. Romano era assai poco convinto del pur assai prudente ottimismo di Nilde, e glielo disse con molta, sorprendente chiarezza: “Gorbačëv è solo un fenomeno, una meteora. No, non cambia né cambierà nulla”. Ci furono momenti di imbarazzo. Rita Palanza (l’unica, preziosa donna del team-Iotti) ed io rimanemmo con il cucchiaio a mezz’aria. Nilde replicò insistendo ma anche frenando l’irritazione per il tono così liquidatorio della risposta. Ci si trovò costretti, per diplomatica educazione, a cambiare argomento; ma accadde lo stesso dopo il secondo incontro con Gorby cui, per il carattere ufficiale dei colloqui, partecipava anche l’ambasciatore.

Tornando a Roma, Iotti non celò fortissime preoccupazioni tanto per l’evidente sottovalutazione della novità-Gorbačëv quanto per l’incapacità, mostrata da Sergio Romano, di immaginare gli scenari di prospettiva che, stando a Mosca da un osservatorio così privilegiato, potevano essere almeno intuiti se non tracciati con precisione. Nilde espresse subito le sue inquietudini al presidente del consiglio, Ciriaco De Mita, e al ministro degli esteri, Giulio Andreotti, sottolineando che questa sottovalutazione avrebbe potuto avere conseguenze politiche molto serie. Uguale e ancor più tempestosa reazione avrà, dopo analoga visita al Cremino qualche mese dopo, proprio De Mita. Anche lui naturalmente aveva incontrato Gorbačëv e altri dirigenti del Pcus come pure dissidenti del livello di Andrej Sacharov. Ed anche lui aveva della perestrojka e di Gorbačëv opinioni analoghe a quelle di Iotti, come prima e dopo di Thatcher, di Kohl, di Mitterrand e persino di Reagan. Al solito pranzo in ambasciata, De Mita disse della grande novità che aveva colto. Romano lo lasciò parlare, poi replicò cortese ma secco: “A Mosca non sta cambiando un bel niente”. Al ritorno a Roma, De Mita andò a parlare con Nilde Iotti: due ore di esame della situazione politica, delle vicende del Pci, dell’Unione sovietica. E del Gorbačëv secondo l’ambasciatore Romano. A fine gennaio il Consiglio dei ministri decise di nominare nuovo ambasciatore a Mosca Ferdinando Salleo. De Mita lo incontrò alla firma di un accordo commerciale Italia-Iraq e lo salutò con l’ironico appellativo di tovarisc!: il preannuncio della nomina. Salleo concluderà più tardi una splendida carriera diplomatica a Washington. Sergio Romano invece, una volta rientrato da Mosca, abbandonerà immediatamente la carriera per diventare editorialista del Corriere della Sera

Diversi protagonisti dell’epoca – politici e giornalisti – ricordano Iotti anche per le sue doti nel presiedere i lavori d’aula e la sua impassibilità anche nei momenti più burrascosi. Come quando il radicale Roberto Cicciomessere scagliò il volume del regolamento sul volto della presidente, sfiorandole il viso. Come ricordi quell’episodio?
Un ricordo vivissimo perché la scena fu sconvolgente. Si discuteva, primi Anni Ottanta, il più controverso decreto antiterrorismo voluto dall’allora ministro dell’interno Cossiga. Ostruzionismo feroce della pattuglia radicale: ci fu chi (Marco Boato) parlò per ostruzionismo diciotto ore filate. Tensione giorno e notte. Ad un tratto, nel corso della illustrazione di un emendamento (e Iotti si limitava a citare la norma del regolamento che, allora, sulla fiducia posta dal governo, degli emendamenti si faceva mannaia e non potevano esser messi in votazione), Cicciomessere scese di corsa dal suo banco e, giunto sotto il banco della presidenza, scagliò appunto il pesante volume in faccia a Nilde. Il libro le sfiorò il lato sinistro del volto, le scompose un poco lo chignon. Io ero in tribuna, sconvolto. Pensai che avrebbe immediatamente sospeso la seduta, mi aspettavo che ci sarebbe stato un finimondo. Nulla di tutto questo. Nilde, con un grande dominio di se stessa, fece letteralmente finta di niente, ricompose i capelli, fece suonare la campanella d’argento e disse semplicemente: “Passiamo all’emendamento successivo…”. Incidente chiuso per Nilde. Solo un carattere forte poteva tollerare quell’inutile, infame oltraggio.

Francesco Cossiga e Nilde Iotti

Il periodo della presidenza Iotti va ricordato come una fase feconda, in termini di attenzione rivolta al migliore funzionamento dei lavori parlamentari.
Ho appena ricordato la vicenda del decreto antiterrorismo e del violento ostruzionismo radicale. Iotti ne prese spunto per metter mano a norme, in parte antiquate, relative all’organizzazione dei lavori parlamentari. Ho detto del voto segreto. Stavolta un suo “lodo” che è diventato prassi costante. Il regolamento stabilisce appunto che quando il governo pone la questione di fiducia su un proprio testo, in automatico tutti gli emendamenti decadono. Eppure Nilde decise (ecco il “lodo Iotti”) di dare modo ai gruppi di opposizione o anche di singoli deputati della stessa maggioranza di governo, qualunque fosse o fossero, di illustrare comunque tutte le loro proposte emendative, ma una sola volta per gruppo o singolo, e per non più di mezz’ora. E, se necessario, posticipare il voto di fiducia oltre le 24 ore stabilite dal regolamento. Questa interpretazione – un segno di salvaguardia e tutela dei diritti dell’opposizione, è diventata e resta consuetudine sempre intatta.

Ho già accennato alla riforma/abolizione del voto segreto. Ma voglio ricordare anche la sfiducia al singolo ministro. In Italia Parlamento e governo sono legati da un rapporto fiduciario, ma mentre in altri paesi (Spagna e Inghilterra sono gli esempi più comuni) il capo del governo ha la facoltà di revocare il mandato ad un singolo ministro, la nostra Costituzione non prevede questa possibilità, o almeno non la prevede espressamente. Sicché anche qui Iotti innovò profondamente un’altra norma regolamentare, nel 1986, in seguito alla presentazione di una mozione di sfiducia nei confronti dell’allora ministro degli esteri Giulio Andreotti. La mozione fu respinta. Ma poi, con la riforma, si previde che per le mozioni di sfiducia ad un singolo ministro si applichi la stessa disciplina delle mozioni contro l’intero governo, ed anzi, dieci anni dopo la Corte costituzionale, interpellata dal sin qui unico ministro sfiduciato (lo scomparso ex guardasigilli Filippo Mancuso) pose definitivamente fine ai ricorsi del mai rassegnato ex ministro sancendo che se una Camera approva una mozione di sfiducia individuale, per ciò stesso c’è l’obbligo delle dimissioni. Aggiungo una nota che non è solo di costume: fu Iotti ad imporre, subito dopo la sua elezione, che i concorsi e i ruoli degli assistenti parlamentari (usualmente noti come  commessi) e del personale dei bar e delle mense fossero aperti – come già avveniva per segreterie e dirigenza –  anche alle donne: una vera rivoluzione per un ambiente sino ad allora fortemente maschilista, come del resto testimonia ancor oggi la bassa percentuale di deputate. Oggi sono tante, come sempre di più sono le funzionarie con responsabilità di vertice: oggi segretario (pardon, segretaria) generale è per la prima volta e da anni una donna, Lucia Pagano.   

Uno degli atti più forti, e significativi, compiuti da Iotti nei tredici anni al vertice di Montecitorio riguarda il rifiuto del seggio di senatrice a vita propostole da Cossiga. Come andò?
Andò con una velocità che lasciò impressionati i suoi tre collaboratori. E dire che fu uno degli atti più forti, e sicuramente il più fiero, compiuto da Iotti al vertice di Montecitorio. Lo sanno in parecchi, ma parecchi lo ignorano. Estate 1991, mancava un anno alla conclusione del suo terzo mandato di presidente e da poco aveva avuto successo il referendum sulla preferenza unica nel voto politico. Bettino Craxi approfittò di quel successo per teorizzare – contrariamente al presidente del Consiglio, Andreotti – una pretesa delegittimazione del Parlamento, da lui graziosamente definito un “parco buoi”. Iotti non ebbe esitazione e anticipò l’assai dubbioso presidente del Senato, Giovanni Spadolini, esponendosi pubblicamente con un “no” intransigente allo scioglimento anticipato delle Camere. Un “no” dettato non da una opportunistica blandizia dell’interesse dei deputati, ma per affermare esplicitamente e solennemente il principio che la sorte e l’autorità di una istituzione suprema come il Parlamento non potevano essere piegate all’interesse contingente dell’una o dell’altra parte politica. Vinse la partita, Nilde, anche contro il trasparente sostegno alla tesi di Craxi del presidente della Repubblica, Francesco Cossiga. Vinse non sola certo, ma forte del rilevante suo prestigio istituzionale e dalla sua influenza politica. Fatto sta che di lì a poco giunse alle orecchie dei suoi collaboratori l’indiscrezione che Cossiga, allora nel pieno del suo picconaggio dal Quirinale, intendeva offrirle il seggio di senatrice a vita. Un gesto di considerazione o, come qualcuno riterrà, con perfidia pari all’intensità delle polemiche e delle tensioni tra i due Palazzi, un promoveatur ut admoveatur? Breve consultazione con quanti le avevano riferito la voce, ma in realtà Nilde aveva già deciso. Prima dunque che l’indiscrezione trapelasse, come in effetti avvenne, prese un biglietto e scrisse a Cossiga una frase sola, due righe appena: “Qui sono stata chiamata ripetutamente dai colleghi, e qui resto per rispettarne e onorarne la volontà”. Fece chiamare un commesso, gli diede il biglietto manoscritto con la preghiera che un motociclista la recasse subito al Quirinale. Non ci fu tempo neppure per farne una fotocopia preziosa come documentazione e per l’archivio. Né ci fu replica. E soprattutto non ci fu “notizia”.

La discrezione innata e la delicatezza della contingenza giunsero al punto che Nilde pregò chi sapeva (solo tre persone) di non far parola del suo rifiuto, dettato non certo da orgoglio personale ché la nomina avrebbe comunque siglato una straordinaria vita dedicata al Paese. E nessun fiaterà per otto anni, sino al 19 novembre 1999, all’indomani delle dimissioni di Iotti, assai malata, dall’incarico di parlamentare. Quindi due settimane prima della sua scomparsa. Solo allora, senza neppure interpellarla e così violando l’impegno al silenzio, mi considerai sciolto dal vincolo e, solo a suo onore, rivelai la vicenda sull’Unità. Nessuno smentì.

Ai tempi della svolta, Iotti fu probabilmente tra i dirigenti di massimo peso che sostennero il segretario Occhetto. Come visse personalmente, emotivamente, quel passaggio? Come commentava il dissenso di dirigenti come Natta e Ingrao?
La svolta non la colse impreparata. Aveva le sue idee sul così detto socialismo reale, e lo aveva dimostrato non solo in quei giorni a Mosca ma già assai prima acconsentendo con calore alla richiesta di Luigi Longo di rendere pubblica, dopo la morte di Togliatti, la sua “memoria” che avrebbe dovuto esser la base di un colloquio, certamente polemico, con l’allora segretario del Pcus, Nikita Kruščëv. Ma l’incontro saltò improvvidamente, e rinviato (ma poi annullato per l’ictus che colse Togliatti) per colpa di Kruščëv che se ne era andato a controllare terre incolte all’altro capo dell’Urss… Insomma Iotti, semmai, ebbe qualche riserva sul modo, improvviso e non concordato né meditato in direzione, con cui Occhetto, solo dopo il crollo del Muro, decise la svolta. Né ebbe modo e occasione di discutere il dissenso di alcuni dirigenti importanti del partito: massimo rispetto per ciascuno di loro e, nel caso di Natta poi, fortissimo affetto e consonanza di sentimenti in altri momenti, prima e poi. 

Ed eccoci alla parte della sua vita legata a Togliatti. Capitava che ne parlasse? Più in generale, sembrava avesse una qualche nostalgia degli anni della Resistenza e della prima fase del Pci dopo la guerra? O era una persona molto dentro il presente e rivolta al futuro?
Ne parlava, eccome, magari con una punta di pudore. No, nessuna nostalgia, se non per Togliatti. Le sue esperienze di vita tornavano spesso nelle chiacchierate fuori lavoro, e proprio per immaginare il futuro. Tornava il ricordo di tante vicende legate all’esperienza partigiana ma senza rimpianto, semmai con orgoglio: più che dell’esperienza di staffetta era fiera del lavoro che l’aveva impegnata durante e dopo la Resistenza nella costituzione e nell’animazione dei Gruppi per la difesa delle donne: da qui, anche, tutto il senso delle sue successive battaglie per le donne. Tornava il ricordo delle battaglie alla Costituente e in particolare nella commissione dei 75 che stese la bozza della Costituzione.

Ecco, per esempio ripensava allo scontro del ‘47 tra lei e Giovanni Leone sull’ammissione delle donne a tutti i gradi della magistratura e della diplomazia. Vinse, sì, ma lottò subito e per anni perché si passasse dalle parole ai fatti: le prime magistrate giurarono solo nel ’63 e ancora più tardi entrarono nei ranghi della diplomazia. Furono per lei due soddisfazioni grandi, velate solo dagli intoppi conservatori che avevano ritardato tanto l’applicazione della Costituzione. Voglio dire che i ricordi, le nostalgie, erano una parentesi, importante, ma che Nilde era appunto molto calata nel reale e nelle prospettive. 

Nilde Iotti mentre arriva a Ca’ Farsetti, sede del Comune di Venezia, 1980

C’era in lei, nei suoi discorsi, anche informali, nelle sue considerazioni, un’attenzione allo “specifico” femminile o era, per generazione, una politica “pre-femminista”, nel senso del primato indiscutibile della politica sul “genere”?
Non era, non fu mai una “femminista” ma lottò sempre, con un coraggio da tigre, per la parità, per l’emancipazione della donna (non per la “liberazione”, termine che non amava e la distingueva), per la costruzione di una nuova e più moderna immagine dei rapporti di lavoro e del rapporto di coppia. Non a caso si dovette a lei, nel ’75, la prima organica riscritture di quello che divenne il “nuovo” diritto di famiglia (abrogazione della dote, riconoscimento giuridico della parità dei coniugi, abolizione della patria potestà, riconoscimento ai figli naturali delle stesse tutele assicurate ai figli legittimi) rispetto a quello definito dal fascismo nel 1942 e che oramai faceva a pugni con i principi costituzionali. Sì, dell’attenzione particolare allo specifico femminile sono testimonianze rilevanti le due campagne per la difesa del divorzio e dell’aborto che la videro in prima fila anche, come ho ricordato, contro le preoccupazioni di una parte rilevante del suo partito. Nessun primato, in lei, della politica sul genere, altra parola che non le piaceva.

Ma io ho ancora vivissimo un ricordo. Tra le prime “uscite” da neopresidente della Camera ci fu una due giorni di visita ufficiale a Venezia. Nilde si ritagliò un paio d’ore per una visita privata, non annunciata, in un famoso museo d’arte. Non chiese alcun privilegio, pagammo il biglietto, si mischiò alla folla. Ad un tratto un gruppo di suorine le riconobbe: “E’ lei, è lei!”, dissero festose correndo ad abbracciarla. Un compagno di quella che allora si chiamava la vigilanza del partito (un di più rispetto alla scorta istituzionale) ebbe un moto di stupore, senza far nulla per nascondere un mix di meraviglia e di fastidio. Nilde restituì l’abbraccio e scambiò qualche parola con loro in un clima festoso ma rattenuto: si era comunque in un museo, non bisognava disturbare gli altri visitatori. Ma a Nilde non era sfuggita la sorpresa di quel compagno. E allora, più tardi a tavola, senza neppure menzionare quel che era successo, gli si rivolse sorridendo, e disse solo: “Ma sono donne anche loro!”.

Nilde Iotti incontra gli operai di Porto Marghera, 1980

Con i giornalisti. Com’era il suo rapporto? Era diretto, o delegava interamente a te il compito di comunicare ai media il suo pensiero e decisioni?
Una premessa: mai che Iotti pretendesse di rileggere una intervista, “il lavoro del giornalista è sacro, purché non scriva menzogne o sciocchezze”. Ma se le era richiesta una preventiva lettura non si tirava indietro: una scorsa del testo, magari la sostituzione di una parola, e molti ringraziamenti per il rispetto mostratole. I rapporti con i giornalisti furono sempre cordialissimi: spesso di fermava in Transatlantico con i vecchi amici, spesso “ereditati” da Togliatti: il decano Emilio Frattarelli, Renato Venditti, Emmanuele Rocco, Enzo Roggi, altri anch’essi oramai scomparsi. Scelti, costoro, per sapere che aria spirasse, per trarre conferme, per essere magari smentita da chi ne sapeva di più, per verificare certe sue sensazioni. Un rapporto diretto, dunque, e sempre amichevole: ricordo le consegne dei Ventagli, alla vigilia delle vacanze: più che una “cerimonia” erano un ritrovarsi con i cronisti e i commentatori per i quali aveva il massimo rispetto, qualunque fosse il loro orientamento. Poi, sì, se si trattava di atti o dichiarazioni ufficiali, le concordavo con lei e le si diffondeva. Ma, essendo la Camera attrezzata di un ufficio stampa, massimo rispetto dei rispettivi compiti. Certo, qualche volta soffiavo qualche indiscrezione, ma più volte in quegli splendidi tredici anni mi son beccato l’accusa di non essere un portavoce ma un portasilenzio. Ancora oggi bocca cucita su tanti eventi grandi e piccoli: credo di esser l’unico, tra quanti hanno fatto questo mestiere, a non scriverci sopra un libro…

In ultimo, la docu-fiction della Rai che la rievoca, “Storia di Nilde”, andato in onda giovedì 4 dicembre. Hai partecipato in qualche modo? Pensi, in ogni caso, che – al netto dell’essere comunque una fiction – restituisca bene il personaggio che hai conosciuto?
Sì, ho dato una mano d’aiuto ma assai modesta su quel che sapevo di lei, persino sulla postura che Anna Foglietta avrebbe assunto nel gestire la difficile parte di Nilde. Debbo dire che il risultato è stato assai felice, che gli ascolti su Rai1 sono saliti di molti punti e milioni di ascolti in una prima serata, quella del giovedì, in cui lo share è relativamente modesto. Sì, il personaggio e il contesto sono resi assai bene, in particolare proprio per quanto riguarda il tema-donne. Un solo limite: che il docufilm nasce e finisce con l’insediamento a presidente della Camera. E di quei tredici anni al vertice di Montecitorio? Ma io credo che la figura emerga splendidamente. 

“Gli anni con la presidente Iotti”. Parla Giorgio Frasca Polara ultima modifica: 2019-12-06T18:24:51+01:00 da GUIDO MOLTEDO

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