“Italia, riconosci lo Stato di Palestina”. Parla il ministro degli esteri palestinese

Secondo Ryad al Malki, il riconoscimento da parte dell’Italia e dell’Unione Europea potrebbe aiutare il dialogo con Israele, oggi molto complicato dalle posizioni estremiste di Benjamin Netanyahu, sostenute da Donald Trump.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Giovedì 5 ha incontrato alla Farnesina il ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio e ieri Ryad al Malki, ministro degli esteri dell’Autorità nazionale palestinese era tra i protagonisti della conferenza Med Dialogues, l’appuntamento annuale lanciato nel 2015 fa con l’ambizioso obiettivo di «andare al di là del caos» e di proporre «un’agenda positiva» in un’area strategica per l’Italia: il Mediterraneo.

In questa intervista concessa a ytali, al Malki denuncia quello che definisce “l’istituzionalizzate da parte israeliana del regime di apartheid in Cisgiordania”, una politica che cancella le residue possibilità di giungere ad un accordo di pace fondato sulla soluzione “a due Stati”.

Stanno intenzionalmente minando le possibilità di avere un Paese palestinese contiguo. Questa è una lotta esistenziale per noi e non dobbiamo condurla da soli.

È qui che deve entrare in gioco l’Europa, “un’Europa forte e unita, pronta ad assumersi le sue responsabilità” e a “stare dalla parte degli arabi”. Perché Israele ha trovato nell’amministrazione Trump un alleato più forte che mai, con gli Stati Uniti che “hanno imboccato la via sbagliata della storia”, quella opposta alla “giustizia”.

Ryad al Malki e Luigi Di Maio alla Farnesina

Signor ministro, Lei ha avuto ieri un incontro alla Farnesina con il ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio. Quali impressioni ha ricavato e quali aspettative nutre l’Anp?
È stato un incontro molto incoraggiante. Il ministro Di Maio ha confermato che l’Italia, in piena sintonia con la posizione assunta dall’Unione Europea, considera illegali, in conformità con le risoluzioni delle Nazioni Unite e il diritto internazionale, gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati, e non avallerà mai la pretesa d’Israele, avanzata dal primo ministro Netanyahu e sostenuta dall’amministrazione Usa, di annettere una parte dei Territori, quelli in cui sorgono i tre più importanti blocchi d’insediamenti. Agendo in questo modo, Israele non solo fa carta straccia delle risoluzioni Onu ma infligge una ferita mortale a l’unica soluzione di pace possibile, quella a due Stati.

L’annessione di parte della Cisgiordania è entrata prepotentemente nel dibattito politico interno israeliano. Netanyahu ha ribadito che se sarà di nuovo premier, il primo atto del suo esecutivo sarebbe l’annessione di parte della Cisgiordania.
Netanyahu gioca col fuoco. Pur di restare al potere propone cose che fino a qualche tempo fa erano proprio della parte più estremista e colonialista d’Israele. Qui siamo di fronte alla volontà di istituzionalizzare il regime di apartheid che nei fatti già vige da tempo in Cisgiordania, dove a farla da padroni, a dettar legge, la loro legge, sono i coloni e le loro frange più estremiste. Siamo all’illegalità che si fa stato. Ma Netanyahu non si sarebbe spinto sino a questi estremi se non avesse la certezza di poter contare sulla copertura assoluta degli Stati Uniti. Non c’è un atto compiuto dall’amministrazione Trump che non sia stato a favore d’Israele: lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme, la dichiarazione sulle Alture del Golan come parte dello Stato d’Israele, ed ora l’avallo all’annessione di parte dei Territori palestinesi occupati. L’amministrazione Trump ha smesso sin dal suo nascere i panni del “mediatore” per vestire la casacca israeliana. A un certo punto, avevano tirato fuori il “Piano del secolo”, quello che, a loro dire, avrebbe risolto il conflitto israelo-palestinese. Di quel “Piano del secolo” non ne è rimasta traccia, nessuno ne parla più, e sa perché?

Perché, signor ministro?
Perché non aveva visione politica, perché era fondato su una sorta di monetizzazione della nostra rinuncia ad uno stato indipendente, con Gerusalemme Est capitale. Quel Piano è stato bocciato non solo dai palestinesi ma dall’intero mondo arabo, anche da quei paesi che l’America sente più vicini.

Lei insiste nell’indicare la soluzione fondata sul principio “due popoli, due Stati” come l’unica praticabile. Perché?
Perché è l’unica che può ripristinare la la legalità internazionale in Palestina. Un principio contemplato nelle risoluzioni Onu che Israele non ha mai rispettato, un principio che guida anche la mai realizzata Road Map del Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Ue e Onu, ndr). Noi non ci siamo mai discostati da questo tracciato. È Israele ad aver lavorato sul campo per rendere impossibile questa soluzione.

I colloqui alla Farnesina

A cosa si riferisce, signor ministro?
Alla colonizzazione dei Territori. Una politica unilaterale imposta con la forza, spacciata come una necessità per la sicurezza d’Israele. Ma con l’espropriazione delle terre palestinesi in Cisgiordania, con la pulizia etnica perpetrata a Gerusalemme Est, la sicurezza non c’entra niente. C’entra la determinazione dei governanti israeliani a praticare la politica dei fatti compiuti. Qui sta la responsabilità della Comunità internazionale: continuare a parlare di una soluzione a due Stati e poi non aver fatto nulla per impedire che Israele minasse questa soluzione. Tuttavia, noi non ci arrendiamo. Sappiamo di essere nel giusto quando rivendichiamo il nostro diritto all’autodeterminazione; un diritto che non nega quello d’Israele alla sicurezza o, addirittura, all’esistenza. Il popolo palestinese non si batte per uno stato in meno, quello d’Israele, ma per uno stato in più, quello di Palestina.

Signor ministro, nella visione della dirigenza palestinese, è ipotizzabile uno stato senza Gerusalemme Est come capitale?
No, mai. Neanche il leader più disposto al dialogo e al compromesso potrebbe mai accettare una soluzione che tagli fuori Gerusalemme.

All’Italia e all’Europa, l’Anp della quale lei è ministro degli esteri, torna a chiedere un atto dalla forte valenza politica: il riconoscimento dello Stato di Palestina. Ritiene che questo possa rappresentare un messaggio di speranza per il rilancio del negoziato?
Più che di un messaggio di speranza, parlerei di un atto di giustizia. Riconoscere lo Stato di Palestina da parte dell’Europa è un investimento sulla pace e sulla stabilità e non un atto ostile verso Israele. Conosco bene le perplessità di alcuni governi europei, tra cui quello italiano, che hanno mostrato sentimenti di amicizia e di cooperazione con il popolo palestinese e la sua dirigenza: siamo d’accordo, ci dicono, alla nascita di uno Stato di Palestina ma essa deve scaturire da un negoziato tra le parti… Intanto, però, quel negoziato è fermo da tempo e i governanti israeliani hanno utilizzato quel tempo per implementare gli insediamenti, per annettersi di fatto parti della West Bank e ora anche Gerusalemme Est.

Con la sua politica dei fatti compiuti, Israele sta svuotando di ogni significato concreto l’idea di Stato palestinese. Gli insediamenti sono diventate vere e proprie città, la West Bank è ridotta a tante enclave spezzate l’una dall’altra. A Gerusalemme Est è in atto da tempo una pulizia etnica verso la popolazione palestinese. Il tempo non lavora per la pace. E la decisione assunta dal presidente Trump rende ancora più amara e pericolosa questa verità. Ecco perché sarebbe importante un atto politico da parte dell’Europa: ribaltiamo la tempistica, partendo dal riconoscimento dello Stato di Palestina come viatico per poi discutere al tavolo negoziale i confini, il controllo delle risorse idriche, il diritto al ritorno dei profughi del’48. E lo status di Gerusalemme. Un atto di questo genere rafforzerebbe il dialogo e sarebbe molto più di un atto riequilibratore.

L’insediamento israeliano di Har Homa, vicino a Betlemme.

Nelle scorse settimane si è tornato a combattere a Gaza. Le lancette del tempo in quest’area del mondo tornano sempre all’indietro?
No, l’orologio della storia non può essere riportato indietro. Oggi, il Medio Oriente vive una situazione drammatica, in Siria, nello Yemen, in Palestina, e, per altri versi, in Iraq e in Libano. A una crisi globale occorre una risposta globale, che parta dall’iniziativa per una pace globale approvata nel vertice di Beirut del 2002 della Lega Araba e riapprovata in quello di Riyadh del 2007. E Gerusalemme, per quel che significa per tutto il mondo arabo, quello sunnita come quello sciita, può essere il banco di prova per avviare un processo che porterebbe non solo alla pace tra Israeliani e Palestinesi ma tra Israele e i paesi arabi. L’alternativa non sarebbe lo status quo, ma una nuova guerra dagli esiti catastrofici. Per tutti.

Una parte, sia pur minoritaria, in Israele sostiene che la prospettiva su cui agire è quella di uno Stato binazionale. Come valuta questa idea?Velleitaria, impraticabile e al di là delle buone intenzioni di alcuni dei suoi ispiratori, un impedimento a battersi per la soluzione a due Stati. Uno Stato binazionale dovrebbe essere fondato su pari diritti di tutti i suoi cittadini, indipendentemente dall’appartenenza etnica o religiosa. Ma Israele rivendica il suo essere Stato ebraico, e attorno a questo assunto ha fondato la sua identità nazionale e il senso stesso di appartenenza. Uno Stato binazionale democratico dovrebbe fondarsi sul principio, proprio di ogni sistema democratico degno di tal nome, “una testa, un voto”. Ma lei vede Israele accettare Abu Mazen, un arabo come suo presidente o primo ministro?

Nella foto di copertina l’insediamento israeliano di Givat Zeev, vicino a Ramallah nella West Bank

“Italia, riconosci lo Stato di Palestina”. Parla il ministro degli esteri palestinese ultima modifica: 2019-12-07T10:41:28+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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