“I seminatori d’odio saranno sconfitti”. Parla Tawakkol Karman

”Non è un caso che siano stati proprio le donne e i giovani in prima fila in quelle rivoluzioni che hanno segnato tanti paesi arabi, tra cui il mio, lo Yemen”. Nostra intervista con l’attivista yemenita, premio Nobel per la pace.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Da Roma ha rilanciato il suo possente j’accuse: lo Yemen, dopo quattro anni e mezzo di guerra, “è vittima del silenzio internazionale”. Ad affermarlo è la premio Nobel per la pace Tawakkol Karman, intervenuta ai Med Dialogues, conclusisi ieri a Roma. L’attivista yemenita ha chiesto

l’avvio di un dialogo nazionale tra gli Houthi e il governo yemenita, perché il popolo vuole che si faccia partire la pace e che le forze straniere restino al di fuori del processo.

Dopo aver criticato l’operato della Coalizione araba a guida saudita, la Karman ha affermato che

a quattro anni dal colpo di stato delle milizie Houthi, che hanno trasformato le zone sotto il loro controllo in un carcere a cielo aperto, sono state imposte delle taglie sui commercianti.

E a ytali racconta una tragedia senza fine ma con tanti colpevoli. Ma racconta anche con orgoglio il ruolo delle donne in una rivoluzione che non si è arresa.

Non è un caso che siano stati proprio le donne e i giovani in prima fila in quelle rivoluzioni che hanno segnato tanti paesi arabi, tra cui il mio, lo Yemen. Vecchi regimi corrotti e dispotici, così come un integralismo retrivo e oscurantista, temono e combattono le donne perché sanno che si battono contro una doppia oppressione, facendosi interpreti di una volontà di cambiamento che all’idealità sa unire una straordinaria concretezza.

Per il suo attivismo politico e in difesa dei diritti umani, Tawakkul Karman ha conosciuto le prigioni dell’allora padre-padrone dello Yemen, il presidente Ali Abdallah Saleh. Era il 2011, e Tawakkul era presidente dell’associazione “Donne giornaliste senza catene”.

La Comunità internazionale appare nei fatti impotente di fronte ai massacri che segnano ormai da anni la quotidianità in Yemen.
Lei parla di “impotenza”. Io aggiungerei: colpevole. Perché la Comunità internazionale, a cominciare da quanti siedono permanentemente al tavolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, hanno gli strumenti per fermare la mano del dittatore-carnefice siriano. Ciò che manca, colpevolmente, è la volontà politica di intervenire.

Nei suoi discorsi e anche negli incontri pubblici avuti nei giorni scorsi in Italia, lei ha molto insistito sulla “lezione” che i giovani protagonisti delle Primavere arabe hanno fatto propria e su questa base hanno condotto la loro battaglia di libertà. Qual è questa lezione che lei proietta anche nei rapporti tra Oriente e Occidente?
Vede, noi giovani della Primavera araba abbiamo capito che quello che impedisce di realizzare la fratellanza fra Oriente e Occidente sono i governanti dispotici, corrotti e fallimentari. Questi governanti sono causa di una guerra interna ai nostri popoli e rappresentano una minaccia per la stabilità internazionale.

Lei ha più volte fatto riferimento a una “fase due” della rivoluzione yemenita. Di cosa si tratta?
La nostra rivoluzione comincia con la caduta del dittatore. Ora siamo entrati nella seconda fase, una fase di transizione. Occorre cambiare i vertici delle forze di sicurezza ed eliminare la corruzione. Non sarà facile, ma non ci interessa liberarci solo di un despota. Vogliamo giustizia e democrazia e la otterremo attraverso una rivoluzione pacifica.

In questa rivoluzione le donne hanno avuto un ruolo da protagoniste.
È vero e ne sono profondamente orgogliosa. In questa rivoluzione la donna ha assunto ruoli di guida. Donne sono state uccise per la strada… assassinate perché erano guide. Saleh diceva che dovevamo restare a casa. Ma la nostra risposta è stata: prepara la tua valigia, perché le donne faranno cadere il tuo trono. Inizialmente eravamo solo tre donne giovani. Siamo state derise e arrestate. Temute. Gli uomini erano stupiti della nostra presenza e noi stesse della nostra forza. Le donne sono coraggiose e generose: non combattono mai solo per sé, lo fanno per tutta la comunità.

Quale ruolo gioca nelle vicende yemenite la religione?
Nel mio paese tradizioni mettono in pericolo la libertà delle donne. Molti religiosi danno interpretazioni personali e sbagliate dell’Islam. I governi non fanno niente perché questo serve loro a mantenere lo status quo.

Come giornalista e attivista lei, nelle conferenze che tiene in tutto il mondo, si concentra principalmente sulla difesa dei diritti umani.
Il mio obiettivo è molto chiaro: contribuire alla creazione di stati democratici che rispettino le libertà e i diritti umani. Ciò può essere ottenuto solo combattendo contro le tirannie che violano tali diritti e a favore della costruzione di stati le cui fondamenta sono la civiltà, lo stato di diritto e l’integrità delle istituzioni. Porto avanti questa lotta in diversi modi all’interno della società civile e per diffondere il mio messaggio approfitto di tutte le posizioni a mia disposizione: mezzi di informazione, forum sui diritti umani, dibattiti politici, ecc. Ovunque io vada, cerco di spiegare che le tirannie privano le società di pace e sviluppo. Ogni società privata delle libertà e dei diritti umani può solo vivere una pace apparente e precaria fatalmente destinata a crollare.

Per tornare al suo paese, lo Yemen non può sperare in un futuro migliore?
Non puoi pensare al futuro di un paese fino a quando la pace non verrà ripristinata. Ma la pace non sta solo mettendo fine alla guerra, ma anche all’oppressione e all’ingiustizia. La pace senza giustizia è precaria, come un cessate il fuoco o una tregua provvisoria che è solo il preludio a eventi ancora più terrificanti successivi. La peggiore di tutte le guerre è quella che le dittature tiranniche hanno dichiarato ai propri popoli. Pertanto, rimango convinta che sia necessario lottare contro i regimi politici che non sono in grado di garantire i diritti fondamentali delle persone e delle istituzioni. Dobbiamo sostituirli solo con sistemi democratici. Oggi come ieri, combatto per la democrazia. Ciò, nel caso dello Yemen, significa porre fine alla situazione creata dal colpo di stato e organizzare il referendum sul progetto di Costituzione che era già stato concordato nel dialogo nazionale avviato durante il periodo di transizione. Quindi, le elezioni possono essere chiamate naturalmente. Quando la vita politica tornerà al suo corso normale, ho intenzione di fondare un partito che riunisca essenzialmente donne e giovani per realizzare il progetto civico promosso dalla rivoluzione del 2011.

Con l’ambasciatrice Belloni

Lo Yemen, la Siria, la Libia… il Vicino Oriente sembra un immenso campo di battaglia, le cui prime vittime sono le popolazioni civili.
Quelle a cui lei fa riferimento, ma se ne potrebbero aggiungere anche altre, sono guerre per procura, condotte da potenze regionali che hanno in spregio la libertà dei popoli, a cui non interessa nulla infliggere sofferenze indicibili, privare milioni di esseri umani, in maggioranza giovani, di un futuro degno di essere vissuto. Lo Yemen, per la sua posizione geografica, è un vaso di coccio tra due grandi vasi di ferro, l’Iran e l’Arabia Saudita, che si contendono la supremazia nel Golfo Persico, in medio Oriente. Ma alla fine, ne sono convinta, il bisogno di pace che anima il mio popolo, al di là di ogni appartenenza etnica, avrà la meglio sui seminatori di odio e di morte.

“I seminatori d’odio saranno sconfitti”. Parla Tawakkol Karman ultima modifica: 2019-12-09T19:49:47+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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