La storia di quel manoscritto è ancora un giallo

Una mostra alla Biblioteca Nazionale Marciana “indaga” sulla vicenda della “Historia del Concilio Tridentino” di Paolo Sarpi, ripercorrendo le tappe degli scritti dal frate veneziano diffusi a stampa a sua insaputa.
BARBARA MARENGO
Condividi
PDF

Una nobildonna veneziana conserva nella sua ricca biblioteca un manoscritto dello scrivano Marco Fanzano che racconta la Historia del Concilio Tridentino con note e correzioni autografe da parte dell’autore, il frate servita veneziano Paolo Sarpi. Caterina Sagredo Barbarigo vive un intenso Settecento tra viaggi e cultura, e possiede una ricca biblioteca dalla quale il prezioso manoscritto di Sarpi sparisce nel 1773, l’anno dopo la sua morte. Ma già oltre un secolo prima, molte copie a stampa da Londra in numerose edizioni plurilingue viaggiavano e riscuotevano grande interesse in tutta Europa. Alti prelati, ambasciatori, sovrani e mercanti, fino al pontefice stesso, sono i protagonisti che si affacciano tra le pieghe di questa grande storia.

La mostra “1619-2019: 4°centenario della Historia del Concilio Tridentino di Paolo Sarpi” vuole fare chiarezza, attraverso un’indagine che arrivi a ripercorrere le tappe dei fascicoli manoscritti dal frate veneziano e diffusi a stampa a sua insaputa. 

Presso la Libreria Sansoviniana della Biblioteca Nazionale Marciana con la collaborazione della Fondazione Ugo e Olga Levi e del Museo Correr, dal 5 dicembre 2019 al 19 gennaio 2020 sono esposte sia le documentazioni relative al manoscritto originale di Paolo Sarpi sia varie testimonianze sulla successiva stampa e diffusione della Historia.

Viene da chiedersi come mai tanto interesse avesse suscitato quell’edizione che da Londra in un solo anno, dal 1620 al 1621, era stata tradotta in latino, inglese, francese, tedesco, olandese e aveva raggiunto nel corso del secolo il numero di trenta edizioni, facendo di Sarpi l’autore più tradotto all’estero del XVII secolo.

Presentata dal direttore della Biblioteca Marciana Stefano Campagnolo – che ha sottolineato come questa sia la prima mostra allestita pochi giorni dopo (e nonostante) la disastrosa acqua alta del novembre scorso –, curata da Carlo Campana, l’esposizione dei preziosi volumi celebra un’opera profonda, la prima a descrivere le tormentatissime vicende del Concilio Tridentino (1545-1563). Un concilio voluto dalla Chiesa di Roma, quasi sopraffatta dalla riforma protestante che dilagava in Europa, per correre ai ripari e dare sostegno alle dottrine canoniche contestate da Lutero. Quattro papi e diciotto anni, interminabili sessioni e discussioni diedero un assetto severo alla Chiesa e fecero sì che fosse istituito l’Index Librorum Prohibitorum, proibendo inoltre la diffusione degli atti del Concilio stesso.

Marie Viallon, professoressa di Italianistica preso l’Università di Lione e studiosa del percorso di vita del frate veneziano, si chiede e spiega come mai Paolo Sarpi (Venezia 1552-1623), entrato nell’Ordine dei Servi di Maria appena tredicenne, abbia scritto ben sei decenni dopo la fine del Concilio la storia dettagliata dei diciotto anni di lavori, nonostante la proibizione con relativa bolla papale di Pio VI di stampare commenti personali. Vari tentativi di pubblicare tali commenti da parte di molti studiosi o religiosi furono puntigliosamente inseriti nella “lista nera” dei libri proibiti. Il frate servita fedele alla Repubblica ha accesso nei primi anni del Seicento, con il titolo prestigiosissimo di Consultore della Repubblica, all’Archivio segreto della Serenissima, che custodiva i decreti del Senato, i dispacci degli Ambasciatori e gli scritti di prelati veneziani presenti al Concilio. Sarpi può accedere dunque non a commentari qualunque, ma a vere e proprie inedite notizie che in coscienza sente il dovere di trascrivere e commentare.

Ed ecco che la storia coinvolge altri personaggi, come Antonio Milledonne, segretario dei legati veneziani a Trento in quegli anni delicati, che scrive un resoconto di cronaca senza commenti. Sarpi a sua volta dispone di varia documentazione, e viene contattato da agenti inglesi al servizio di un altro personaggio protagonista di queste vicende: il re Giacomo I d’Inghilterra, che vuole ergersi a defensor fidei – come lo fu un secolo prima, a inizio 1500, Enrico VIII, autore dello scisma che dette luogo all’Anglicanesimo –vorrebbe attirare il frate veneziano in Inghilterra, per pacificare un panorama religioso molto tormentato.

Materie delicatissime, quelle religiose, per una Repubblica come la Serenissima, che voleva a tutti i costi mantenere la sua indipendenza dalla Chiesa di Roma pur proclamandosi profondamente cattolica: lo scontro tra Venezia e lo Stato Pontificio nel 1606 toccò il culmine e sfociò nell’interdetto lanciato da papa Paolo V contro Venezia stessa. Scintilla fu l’arresto di due sacerdoti accusati di reati comuni e la pretesa della Chiesa di Roma di interferire nelle decisioni giuridiche del Consiglio dei Dieci. Tale “guerra dell’interdetto” vide proprio Paolo Sarpi combattere in punto di diritto con Roma come consigliere giuridico della Serenissima, e contrastare le pretese di potere papale. Disputa politico giuridico religiosa che si risolse con la mediazione della Francia, ma che lasciò un segno nella storia della Repubblica e costò al frate servita ben due attentati dopo varie denunce al sant’Uffizio.

Il primo attentato a colpi di pugnale sorprese Sarpi vicino a Santa Fosca nel popoloso sestiere veneziano di Cannaregio, dove aveva sede il convento di San Marco e dove ancora oggi un cupo monumento ricorda ai veneziani chi era il loro illustre combattivo concittadino. Furono cinque i sicari che pugnalarono Sarpi e si rifugiarono presso l’abitazione del nunzio pontificio. Brutta storia davvero, alla quale il frate sopravvisse grazie alle cure del chiarissimo chirurgo Girolamo d’Acquapendente. Protetto dalla Repubblica, Sarpi fu ancora una volta, qualche tempo dopo, nelle mire di due sicari, questa volta due frati serviti suoi confratelli, che però furono scoperti prima di portare a termine un avvelenamento. Figuriamoci dunque il clima che pervadeva Venezia nei suoi rapporti con la Chiesa di Roma: e immaginiamo, guardando e ammirando le preziose edizioni della Historia, come il dotto frate si sia accostato ai documenti segreti relativi alle lunghe sedute tridentine. 

Segreti ambitissimi in ogni parte d’Europa: e anche attorno a tali segreti s’insinua il filo dell’indagine degna di un abile detective. Come giungono a Londra i fascicoli manoscritti di questi atti segreti? Si pensa a un gesuita fuoruscito e convertito all’anglicanesimo, il vescovo Antonio De Dominis che rifugiatosi a Londra si fa bello con il sovrano Giacomo I. Ma la storia ci dirà che De Dominis, rientrato cospargendosi il capo di cenere nell’ambito della Chiesa di Roma, non fu l’artefice della stampa inglese dell’Historia sarpiana.

In questo cupo 1619, all’epoca dell’uscita del volume, si presume che i quattordici fascicoli manoscritti trafugati da Venezia siano giunti a Londra forse trasportati da qualche mercante. 
Il Italia la Historia tridentina fu stampata solo nel 1761, cioè quasi 150 anni dopo l’edizione londinese, da uno stampatore veronese.

Attraverso il percorso della mostra marciana si ripercorre un momento storico cruciale sia per la storia veneziana sia per quella europea: Paolo Sarpi, con le sue intuizioni e i suoi contatti nazionali e internazionali oltre ai contributi teologici e giuridici, va ricordato come esempio e interprete di quell’ideale “uomo europeo” che ancora in questo millennio si tenta di creare.

Le vicende romanzesche del manoscritto “It.V,25”, conservato nei preziosi archivi marciani e giunto avventurosamente a Londra, riservano una sorpresa ulteriore che spiega come la storia sia veramente “maestra di vita”: un autore misterioso firma le copie inglesi, un Pietro Soave Polano che non esiste se non come anagramma di frate Paolo Sarpi Veneto. 

La storia di quel manoscritto è ancora un giallo ultima modifica: 2019-12-10T17:55:06+01:00 da BARBARA MARENGO

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento