Bijan Zarmandili, l’Iran di un giornalista/scrittore

A un anno dalla sua scomparsa, il ricordo di un intellettuale di talento con un forte senso delle sue radici.
scritto da ALDO GARZIA

Ricordare Bijan Zarmandili, a un anno dalla sua scomparsa, è per me emozionante. Cercherò di farlo parlando dello scrittore, del giornalista (il collega), del compagno e amico sempre gentile, disponibile.

Parto subito dal suo romanzo postumo: Il fiume tra noi (Manni editore), struggente storia di un padre, colto studioso di testi persiani, che a un certo punto decide di voler conoscere la figlia di cui non si era mai occupato per ben quindici anni. Le racconta il “suo” Iran. Il loro incontro avviene in Italia, in Umbria un luogo amato da Bijan. Lungo una passeggiata sul fiume scorrono immagini di una vita. Il professore – di sicuro per me la trasfigurazione di Zarmandili – racconta gli ultimi anni laici e dittatoriali dello Scià e poi quelli del khomeinismo al potere. È un libro che fa l’ideale bilancio di una biografia di vita e degli ultimi decenni di un paese dal grande passato.

La lettura mi ha svelato un Bijan che forse tendevamo a non voler riconoscere più: l’esule dall’Iran che nel 1960, a soli 19 anni, era arrivato a Roma, città da cui non si sarebbe più mosso. Prima giovane oppositore dello Scià, poi oppositore della rivoluzione di Khomeiny nel 1979 su cui non si era mai fatto illusioni: sempre rimasto esule in terra straniera. Chi è questo professore che non ha patria di cui parla questo suo ultimo romanzo, se non lo stesso Bijan?

Lo scrittore

Da tantissimi anni in Italia, lo consideravamo uno di noi a cui riconoscevamo lo specialismo mediorientale per lingua e formazione culturale dimenticandoci spesso della sua tormentata biografia pensando che si fosse acquietata nella sua italianità acquisita.

Io lo seguivo con attenzione, pensando che negli ultimi era riuscito a compiere un “salto” nella sua scrittura: spesso i giornalisti alla lunga si annoiano del loro scrivere in tempo reale per il tempo breve, hanno bisogno dello scrivere in forma letteraria. Quindi, non intuivamo in quella scrittura la sofferenza interiore di Bijan e che possiamo invece scorgere appieno proprio nel suo lavoro di scrittore. Pure nel suo ultimo libro. Anzi, con il passare degli anni è come se quella sofferenza insieme alla nostalgia per il suo paese da cui è stato costretto a separarsi fosse diventata particolarmente lancinante e insopportabile. Evidentemente si resta esuli per sempre, e di più con il passare degli anni: non l’avevamo capito, non ci  siamo confrontati a sufficienza con Zarmandili su questo punto dolente. Lo “spaesamento” era diventata la sua cifra letteraria. La scrittura letteraria deve aver addolcito il malessere interiore.

Ci siamo parlati l’ultima volta quando è uscito il suo penultimo libro nel 2016: Storia di Sima. Non conoscevo le sue condizioni di salute. Bijan mi ha chiesto, con la cortesia di sempre, di dargli una mano per pubblicizzare il libro, cosa che ho fatto scrivendo una piccola recensione. La storia di Sima, donna con lo strabismo di Venere, mi aveva colpito: lei era un personaggio figlia di esuli iraniani benestanti che vivevano a Londra. Giunta a Roma, vedrà il suo matrimonio andare in pezzi e scegliere suo figlio Dario come unica ragione di esistenza. Sami non ha radici salde, è “spaesata”. Pure lei – come Bijan – era esule e condannata all’infelicità.

Gli altri romanzi. In I demoni del deserto è un terremoto a fare da protagonista. Lo sradicamento provocato dal sisma sarà la dannazione di una famiglia superstite. In L’estate è crudele protagonista è una coppia iraniana che si era innamorata a Roma e che perderà un figlio e se stessa per colpa delle proprie idee politiche. In La grande casa di Monierreh è un’altra volta una donna al centro del racconto: Zahra ama un ebreo: occasione per parlare delle contraddizioni dell’Iran di Bijan. Il cuore del nemico e Vieni a trovarmi Simone Signoret sono gli altri due romanzi di Zarmandili scrittore dove l’Iran è sempre corposamente presente.

L’amico, il collega 

Ci conoscevamo dal 1974, quando abbiamo lavorato insieme per qualche anno come collaboratori del quindicinale L’Astrolabio. Era il giornale erede del Partito d’Azione che si sciolse nel 1947 e nel quale aleggiavano negli anni Settanta la figura mitica di Ferruccio Parri, che all’epoca era ancora vivo (morirà nel 1981), e di Fausto Anderlini, della Sinistra indipendente, che raccoglieva tanti intellettuali. Giorgio Ricordy, il caporedattore che poi lavorerà a Paese sera, ebbe l’idea di mettere insieme personalità diverse: io avevo iniziato a scrivere sul manifesto giovanissimo fin dal 1971, Bijan portava un tocco internazionale che ci sprovincializzava, c’erano pure esponenti di area socialista e comunista. Il clima in via di Torre Argentina 18 a Roma era molto stimolante, il confronto avveniva tra posizioni plurali: io ne conservo una bella immagine insieme ad alcune copie di quel quindicinale.

Il “collega” Zarmandili l’ho rincontrato poi negli anni Ottanta, quando è diventato redattore dell’Agenzia quotidiani locali (Gruppo Repubblica): lavorava agli esteri, io collaboravo di tanto in tanto con qualche articolo su Cuba o l’America latina. Era sempre disponibile per un consiglio o un “passaggio” pezzo. Negli ultimi anni, ogni tanto ci scambiavamo qualche opinione sulla situazione mediorientale e italiana trovandoci spesso d’accordo. Poi ho seguito da lontano e con ammirazione la sua avventura di scrittore.

(testo non corretto dell’intervento alla presentazione di Il fiume tra noi, romanzo di Bijan Zarmandili, presso Macro di Roma, 13 dicembre 2019)

Bijan Zarmandili, l’Iran di un giornalista/scrittore ultima modifica: 2019-12-13T22:20:09+01:00 da ALDO GARZIA

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