Fuerteventura, l’isola dove siamo tutti “altri”

Per tanti un buen refugio, il primo approdo per chi sogna di arrivare in Europa, un luogo dove fuggire... Buon clima, il senso civico delle nostre montagne, palazzi brutti e strade pulite, e dove tutti sono stranieri. La perla delle Canarie.
scritto da LUCIO FAVARETTO

[FUERTEVENTURA, CANARIE]

Vi racconto un posto lontano migliaia di chilometri dall’Italia. Vorrei raccontarvi la storia di questo piccolo luogo in mezzo all’Oceano Atlantico, semi-desertico e vicino ad un deserto, dove immigrano molti italiani che, insieme alle altre comunità di venezuelani, brasiliani, cubani, colombiani, argentini, marocchini… si fermano a vivere qui. Scrivo dall’isola di Fuerteventura, un’isola lontana, remota, distante che strega la gente che lascia il proprio paese. C’è chi arriva qui per diletto, chi per motivi economici, molti per cercare l’Europa… per migrare. 

Sono 7.004 (settemila e quattro) gli italiani residenti qui permanentemente. Un numero alto in proporzione all’isola. Tutto è accaduto nel giro di pochi anni. Trent’anni fa questo posto era un immenso scoglio sull’oceano, frequentato saltuariamente da surfisti e fricchettoni, che noleggiavano un furgone per poco e dormivano nelle spiagge.

Foto di Adriana Vigneri

Ora vengono qui per tentare la sorte, vengono qui perché sono scappati dalle tasse, vengono qui perché abbacinati dal sole e pensano che proprio qui si possa fare un’altra vita.

È un luogo non complicato ma complesso. Il ritmo della vita è lento, le regole civili sono rispettate, ma per chi viene permanentemente c’è la ricerca del lavoro, precario, saltuario, mal pagato dall’industria turistica. 

Vale la pena raccontare questo luogo dove passo l’inverno da molti anni, così com’è, senza infatuazioni turistiche, come paradigma in scala ridotta di mezzo mondo.

Quando un posto lo si conosce bene, quando in un luogo ci si sta per mesi ogni anno, non lo si vede più con il binocolo rovesciato e puntato dritto sulle creme solari, sui bagni di mare e sulle palme.

È così che, restando qui per un po’, se ne vanno i preconcetti, le nostre idee sul viaggio, le nostre idee sullo stare all’estero, le pressioni assillanti della pubblicità sui “doveri” del divertimento. 

Da turisti si vede poco, poiché tutto significa troppo. Ricordo che un giorno di gennaio, piuttosto fresco, l’anno scorso c’era una coppia che faceva il bagno nell’oceano. Ero seduto in un bar, riparato dal vento forte che qui crea le dune di sabbia e scarmiglia i capelli.

Parlo con una rarità: un signore nato e cresciuto qui a Fuerteventura. Sono rimasti in pochi: circa il dodici per cento dei residenti. La percentuale rimanente, arriva da fuori.  

La scena si svolge in un caffè sulla spiaggia. Ci sono due persone che fanno il bagno in mare, in una giornata nuvolosa e molto fresca.

Chiedo al mio vicino di tavolo se anche in giornate così fresche “loro” facciano il bagno. Mi risponde di no. Che probabilmente erano tedeschi che spendono venti euro per il sale dell’Himalaya e che, spesso, finiscono per prendersi come minimo un raffreddore, o una sonora broncopolmonite. La conversazione prende la piega del leggero umorismo, quello che non distrugge. E mi rendo conto che è difficile, per quanto si possa padroneggiare una lingua, essere spiritosi nell’incalzare delle sue battute sottili, in lingue differenti dalla propria. 

Fossi stato solo avrei raccontato ai miei amici che i Majoreri, è questo il nome dei nativi, fanno il bagno con qualsiasi temperatura. L’uomo mi disse “non racconti in Italia che noi facciamo il bagno con l’acqua fredda in un giorno di freddo. Racconti che anche qui ci sono stupidi che fanno il bagno in un giorno per noi freddo”.

La piccola e leggera conversazione mi fece pensare. Pensare che guardiamo il mondo dai nostri spazi di illusione. Perché le immagini ci illudono, ci sembrano sempre uniche per fermare i momenti. Ma spesso, siamo noi che facciamo i luoghi e ne raccontiamo solo i miraggi. Oppure i pensieri, nello sforzo di capire, distorcono la realtà. Se si riesce, e non è detto, a prendere i luoghi per quello che sono, senza voler provare qualcosa a tutti i costi, forse si capisce qualcosa di più.

Si capisce, fermandosi qui per qualche mese da molti anni, che in Occidente si vive nello stesso modo un po’ dappertutto, si finisce per essere toccati dalla mancanza di uscite esistenziali che l’esterofilia promette. 

In sostanza cerchiamo ciò che già conosciamo, ciò che abbiamo visto nelle scene, nel proliferare impazzito delle immagini. Percepiamo un po’ quello che vedono i passeggeri delle crociere a Venezia, quando si allontanano dal Canal Grande e prendono il mare.

Vedono miniature di ciò che non esiste, ma che corrisponde precisamente a ciò che speravano e sapevano di vedere.

Entriamo insieme a Fuerteventura, al di là delle sue grandi bellezze, delle sue magie nel mare verde smeraldo. Qui si sperimenta un deserto che ti fa perdere la testa, e fa perdere, forse ancora di più, la testa a chi arriva per un’altra vita.

Di sicuro l’insularità ha vita lenta e tranquilla, non ci si stanca per il traffico, si attraversano kilometri nel nulla. 

Foto di Lucio Favaretto

Lungo l’autostrada perfetta che va da Nord a Sud dell’isola, costruita con il denaro stanziato dalla Comunità europea, attraversando in lungo 130 chilometri di montagne completamente rasate dal vento e dal sole, ci si sente in un luogo mai immaginato, anzi, la nostra immaginazione viene scossa e portata altrove in una terra che salì di prepotenza dagli abissi del mare milioni e milioni di anni fa. E sembra di vedere quell’inizio furibondo, ora divenuto calmo e silenzioso.   

Poi appare un centro abitato, una città o un piccolo paese. 

Gli edifici sono tanti, molti incompiuti. In mezza al nulla svettano i palazzi imbiancati a calce, così attaccati da farsi ombra, separati ogni tanto da un barranco lasciato lì, fatto di terra dove non cresce niente. I palazzi si toccano, si sfiorano, sembrano costruiti uno alla volta senza un progetto preciso. Poi, in questa edilizia costipata, si apre una strada che va fino al nostro orizzonte visibile. Il vento crea piccole turbolenze di sabbia e terra, il cielo è enorme. Sembra il cielo più grande del mondo. 

Ci sono le chiese, molte e crescenti sono quelle evangeliche, i parchi per i bambini, i fili dell’alta tensione fiacchi e curvati che sembrano cadere come in certi panorami americani.

Le costruzioni sono povere: la materia prima è poca, importata dalla Penisola (così chiunque chiama la Spagna). 

In un passato non molto remoto, lasciarono costruire in modo improbabile, buttando tutto il danaro su un’edilizia straniante, indefinibile, precipitosa e irriconoscibile se la paragoniamo al nostro immaginario urbanistico. 

Le facciate dei palazzi hanno finestre dalle finte bifore, trifore, quadrate, rettangolari, rotonde. Ti arriva una visione bislacca, ma meno crudele e più ingenua delle nostre periferie, fatta da chi ha speculato velocemente, da chi non aveva tanta esperienza di speculazioni. Qui c’era mare e pastorizia. 

Foto di Adriana Vigneri

Sono arrivati da fuori. Al sud i tedeschi hanno colato cemento sulle colline dove interi alberghi sembrano lì lì sul punto di cedere alla bellezza del mare, fino a franare e crollarvi dentro. Malgrado le costruzioni, l’isola è forte, estesa, resiste, si sovrappone a tutto come se fosse dotata di una sua misteriosa forza, la stessa forza che la fece nascere dagli inferni di lava. 

Gli inglesi si sono costruiti propri micromondi, inclusi medici, lingua, pub, birre e si ubriacano molto. Nelle località prettamente turistiche ci sono piscine, dai bordi celesti corrosi dal sale, sembrano raccontare un continuo abbandono.  La noncuranza per i turisti distratti. 

Ci sono saline, musei del sale, musei dei formaggi di capra, e una sconfinata coltivazione dell’aloe vera, la pianta miracolosa che lenisce le scottature, aggiusta tanti piccoli guai creati dal sole, che è sole d’Africa. 

Arrivano a migliaia persone del Sudamerica che a casa non hanno più nulla, nella speranza d’Europa, di una vita migliore.

Ogni comunità è un mondo a sé. I venezuelani manifestano piuttosto spesso chiedendo aiuti medici, anche soltanto una scatola di paracetamolo nella speranza di farla arrivare a casa. Chiedono firme di solidarietà per un paese ridotto alla fame. 

I cubani, ancora di più dopo l’embargo di Trump, mandano quale spicciolo a casa alle madri, ai fratelli, ai vicini di casa, sì non mi sto sbagliando, anche ai vicini di casa. 

Ci sono i colombiani che fuggono dalle disuguaglianze sociali della loro terra rigogliosa, verde, intensa, sempre ferita a morte e dominata dai traffici di droga. Scappano da lì, come in forma minore si scappa dal nostro sud. La lingua, con accenti differenti, è la stessa. E qui cercano una possibilità di lavoro. Per vivere un po’ meglio. 

Le amministrazioni fanno un lavoro incredibile. Includono, aiutano, accolgono il sangue giovane in possesso di un biglietto aereo e della speranza di farcela.

Perché qui è Europa e in Europa si spera nel lavoro, nella sanità pubblica per tutti, nella possibilità di campare senza le mattanze continue della criminalità. 

Il loro sogno americano siamo noi, chi l’avrebbe mai detto, siamo noi benestanti che, turbati dal clima invernale, ci possiamo permettere di spostarci come rondini attratti da un po’ di calore.

Bisogna andare al nord dell’isola, a Coralejo, per vedere una Rimini in miniatura messa lì per i turisti. Lì si parla italiano a voce alta, urlando nei telefonini, tutti in viva voce. 

I ragazzi italiani che arrivano prendono un appartamento, poiché i costi degli affitti a lungo termine sono diventati molto elevati, si dividono in quattro o cinque due camere da letto e un soggiorno-cucina. E portano curriculum alle centinaia di ristoranti che si vedono in pochi chilometri. Ma qui il lavoro è calato. Quello che c’è è molto precario, mal pagato e a volte addirittura non pagato. 

Gli inglesi se ne stanno andando per la Brexit. Saranno, con molta probabilità, fuori dall’Europa in modo drastico, e anche se non ho capito tutte le loro ragioni, stanno scappando a casa. 

Il caso di Thomas Cook è stata una bomba che ha eliminato da un giorno all’altro un consistente arrivo di turisti. E la riapertura del Nordafrica ha diminuito i turisti di passaggio che portavano un po’ di soldi.  

Foto di Adriana Vigneri

Ci sono giornali di fortuna che invitano gli italiani a mollare qualsiasi cosa per venire qui. Vi si leggono soltanto bugie sul costo della vita: “basta con le tasse italiane, basta con la mancanza di lavoro, qui si vive con 700 euro al mese”. Ma l’emigrazione porta con sé la triste nota della non conoscenza, della non appartenenza, della distanza radicale: più di settemila gli italiani che come dicevo hanno preso la residenza permanente. Non sono cifre immense, ma se paragonate al luogo, sono cifre importanti. Pensionati a parte, il resto è una scommessa. 

Se si parla con questi italiani (i nostri connazionali sono riconoscibili dal collo delle t-shirt sollevato per far vedere il marchio prestigioso), si scopre che oltre alle ragioni sociali, qui è venuta a vivere gente con una fragilità persino dolce a dirsi. 

Camminano restando in scena, nel teatrino delle loro drastiche scelte, hanno bisogno di ammirazione, di collocare la paura in un’estensione della memoria, quella immaginaria, fatta di tracotanza verbale, di racconti improbabili su fortune italiane svanite, per colpa, ovviamente, dello stato canaglia. Parlare male dell’Italia nei piccoli talk-show che si sentono nei bar, qui è un prodotto tipico del made in Italy. 

E, anche se sono sempre insieme, cercando una pizzeria o un piatto di spaghetti a 3.500 chilometri da casa, qui gli italiani parlano male dell’Italia e dei comportamenti degli italiani. C’è sotto sotto una specie di mito mai distrutto, che ho trovato in altri luoghi lontani. L’idea di essere gli unici naviganti sbarcati nel paradiso perduto. Chiunque arrivi avrà a che fare con questa forma di gelosia da esploratore che vuole il privilegio di sentirsi l’unico essere umano sbarcato su questo satellite della Spagna.

Finora nessuno degli italiani che sono qui per lavorare mi ha spiegato il motivo, la vera ragione del perché stare in un luogo così lontano da casa, che non offre industrie, nemmeno la possibilità di fare affari come nelle città del continente europeo. Si scopre poi, tentando di comunicare, che lavorano nelle segrete delle cucine di un hotel per lavare i piatti, che fanno lavori umili. Qualcuno apre, con i pochi quattrini a disposizione, l’ennesima pizzeria, o l’ennesimo bar, o l’ennesimo negozio, quasi sempre destinato alla chiusura. 

Foto di Adriana Vigneri

Perché da qui si può andare in aeroporto, lasciare tutto e tornare alle nostre nevi, ai nostri conflitti, alle nostre città stressate, faticose e care.

L’emigrazione italiana arriva prevalentemente dal Nord. Molti vengono dal Piemonte, dalla Torino senza più la fabbrica, dalla periferia di Milano. Quando cerco di capire se stanno pensando ai contributi per la pensione mi rispondono che tanto non l’avranno mai. E allora meglio qui, dove il senso di libertà sembra totale. Dove i divieti sessuali sembrano non esistere, e si può fare l’amore sul mare senza tanti complimenti, che le spiaggia sono immense, si può fumare una canna, ci si può ubriacare, fare mattina. Si può morire… dal ridere. 

Sono uscito un attimo interrompendo questo articolo per comperare due cose. Il cielo alle 17 del pomeriggio nella città capitale è immenso e di un azzurro accecante. Le persone sono gentili. Il centro congressi/biblioteca è un grattacielo rotondo aperto giorno e notte per gli studenti, con accesso a internet. La città è cablata, la gente parla a voce bassa, i bambini hanno scuole bellissime, scendono al mare e invece della ginnastica al chiuso, vanno nelle scuole di vela. E le mamme non gridano, le persone si fermano come ad un semaforo se vedono una persona sulle strisce pedonali. A quest’ora del pomeriggio molti si preparano per ballare, le scuole di danza sono molte, buone e numerose. 

Su 32.000 abitanti circa di questa piccola capitale, 10.006, quasi tutti stranieri, sono aiutati dall’assistenza sociale. Per la bolletta della luce, per comperare il cibo. Se entrambi i genitori lavorano, alcuni ragazzi senza il controllo finiscono al molo, vicino al porto, passando le giornate ad ascoltare reggaeton e a fumare erba o cose più forti. Bevendo birra marinano la scuola. Dall’altro lato di ciò che è visibile, le assistenti sociali, i servizi comunali hanno una cura e un’attenzione mai vista per l’infanzia. La capitale ha vinto il premio Unesco per la qualità dell’aria ed è stata definita “città mondiale dell’infanzia”.

Nessuno qui si vergogna di fare un lavoro cosiddetto umile. È lavoro. Mi raccontava un amico di qui, che dopo essersi laureato in Penisola, ha finalmente trovato un posto fisso facendo la guardia al Punto Limpio, il nostro Cerd: dove si smaltiscono i rifiuti difficili, computers, televisioni, frigoriferi, come da noi. 

Per trentamila abitanti ci sono sei sale cinematografiche, diverse biblioteche, auditorium, molti centri di salute dove stanno i medici condotti, o dove sta la guardia medica, se non ci sono problemi da pronto soccorso.

Tutti estremamente gentili. È la cosa che “non” mi ricorda l’Italia quando vengo qui. Non è la gentilezza commerciale. È gentilezza e basta. 

Foto di Lucio Favaretto

Non so dirvi nemmeno io perché passo alcuni mesi qui. Dove la povertà c’è, si percepisce, ma si vede poco, dove non c’è la condanna sociale, che c’è in Veneto, della disoccupazione (qualcuno ricorda “meglio ladri che disoccupati”).  Io non so dire bene perché mi sono affezionato a questi luoghi atlantici.  Alcune cose mi ricordano la vivibilità, senza rimpianti, delle nostre zone quando ero bambino. Ripeto senza rimpianti.

E comunque non so dirvi se questo sia il frutto dei miei anni, dove si stivano ricordi in un pressappoco della memoria, come si tengono le cose in soffitta, dove ogni tanto trovi qualcos’altro invece di quello che cercavi. Sai che lì c’è di tutto, ma se ci entri ti balzano agli occhi cose che non ricordavi di aver avuto, di aver fatto, di avere visto e soprattutto di avere vissuto. 

Molti di voi, se avranno avuto la pazienza di leggere obietteranno: “ma succede la stessa cosa anche da noi”.

È vero, basta andare al mare o nei luoghi notturni dove va molta gioventù per trovare lo stesso.

Il Black Friday c’è qui come lì, la ricorrenza civile dei defunti anche qui è diventata la festa di Halloween.

Il collante di tutto è il commercio.

Si scrive tramite whatsapp, si guarda continuamente il telefono, come da noi.

Alle fermate degli autobus ci sono decine di persone silenziose con la testa inclinata sullo smartphone.  

Per strada, nei centri commerciali, si divorano dati per ingannare le attese, per passare il tempo. Come da noi. 

Foto di Lucio Favaretto

Le palestre sono piene di persone che si scolpiscono i corpi, cercando di ingannare la natura e di autodeterminarli, e li dipingono con tatuaggi di tutti i tipi. Io che i tatuaggi non li capisco e non so cosa vogliano dire, ormai vedo la differenza tra i migliori e quelli da poco. Ho chiesto perché ci si tatui a qualcuno, evitando nella mia domanda accenti di giudizi che non ho. Mi fu risposto che “Non lo so nemmeno io. Mi piace e basta”. 

Il corpo, scusate il gioco di parole, diventa tatuato e tautologico, fine e se stesso. 

Lo so e lo ripeto, è come da noi, ma forse, sono qui dopo tanti anni passati a correre da un posto all’altro per lavoro, perché casa mia non mi è più familiare.

Qui i “neri”, ovviamente i più fortunati, fanno i commessi, i dottori, gli operai. Ci sono molti cubani di colore negli ospedali.  

Invece l’altro giorno, sono arrivati due gommoni di ragazzi, donne, bambini, che hanno camminato per mezza Africa. Sono arrivati a piedi fino in Marocco dove si sono buttati in mare in cerca del sogno europeo a cui noi apparteniamo per pura fortuna e di cui non siamo quasi mai consapevoli.  Che nascere qui o li è solo questione di fortuna.

Grazie a Dio, nessuno ha scritto cose violente sui social o sui giornali. O per lo meno non riempivano le prime pagine. 

A volte da europeo di classe medio piccola mi capita di pensare che le permanenze fuori dai tuoi luoghi di vita ti aprono gli occhi, e che forse qui mi sono affezionato ad un mondo piccolo in virtù delle sue ricche differenze, non tutte integrate, ma che finora coesistono pacificamente. 

Foto di Adriana Vigneri

Gli “altri” qui siamo tutti. 

E allora stare dall’altra parte, essere stranieri, pur se in posizioni imparagonabilmente privilegiate, questo piccolo posto mi rende meno chiuso. Ecco, il cannocchiale dopo tanti anni che vengo qui, si è girato dalla parte dove si vede tutto più vicino. È un posto dove posso godere di un buon clima, dove c’è il senso civico delle nostre montagne, dove ci sono palazzi brutti e strade pulite, dove gli stranieri non si notano perché siamo quasi tutti stranieri, veniamo tutti da fuori, per cercare un ulteriore avvento nella nostra vita. E ci convinciamo che siamo qui d’inverno con l’illusione di scansare la pioggia. 

Fuerteventura, l’isola dove siamo tutti “altri” ultima modifica: 2019-12-15T13:50:39+01:00 da LUCIO FAVARETTO

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento