Politica e media. Parla Fabio Martini

“A forza di spalleggiare il sistema, il giornalismo italiano vive ora una crisi di credibilità, che gli impedisce di essere preso sul serio quando denuncia l'incoerenza dei leader”
scritto da MATTEO ANGELI
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Raccontare la politica” è una serie di conversazioni con giornalisti che seguono la politica italiana, e non solo, molti dei quali con una lunga esperienza. L’idea è di ragionare sulla relazione tra politica e stampa e su come quest’interazione abbia caratteristiche peculiari in Italia, influendo sull’una e sull’altra (g.m.)

Dall’epoca di Tangentopoli, Fabio Martini narra per La Stampa, quotidiano del quale è inviato, le vicende e i retroscena che hanno segnato la storia recente della politica italiana. Da insider, ha studiato da vicino l’abbraccio, soffocante, che tiene insieme protagonisti politici e mondo dell’informazione, dedicando a questo tema vari saggi, dei quali l’ultimo è “La fabbrica delle verità. L’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo” (Marsilio, 2017).

Fabio Martini, tu hai detto: “Il giornalismo italiano ha scritto grandi pagine in tutte le stagioni – dal pre-fascismo al dopo-Tangentopoli – ma senza mai sentire come propria una vocazione al quarto potere e interpretando semmai una tendenza al fiancheggiamento di tutti i poteri”. Come spieghi questa dinamica?
Nella tradizione giornalistica italiana l’elemento di fiancheggiamento del potere politico è stato importante fin dagli albori: ad esempio, già nel diciannovesimo secolo Il Risorgimento, quotidiano pubblicato a Torino e fondato da Camillo Benso conte di Cavour, portava con sé una doppia cifra, quella giornalistica e quella politica, legata al disegno del regno sabaudo. Lo stesso discorso vale per Giovine Italia, organo ufficiale dell’omonima associazione politica insurrezionale fondata da Giuseppe Mazzini.

Questa connotazione politica degli inizi ha finito per condizionare gli sviluppi successivi. Si pensi a la Repubblica, che dal 1976 porta avanti un grande giornalismo con la convinzione che “informare è importante, ma ancora più importante è far prevalere l’idea del giornale”: un’impostazione che ha assunto in alcuni casi toni clamorosi, come nel caso delle dieci domande a Berlusconi.

Si tratta di un atteggiamento che si è mantenuto fino a oggi, con i giornalisti “influencer” che in rete mischiano le informazioni con le opinioni. Questo però non è il nostro compito: un giornalista dovrebbe aiutare il pubblico a leggere le vicende, non dare la propria personalissima opinione.

Fabio Martini

C’è stato un momento potenzialmente di svolta nella storia recente del giornalismo italiano: Tangentopoli. Lo scandalo delegittimò profondamente la classe dirigente e offrì al mondo dell’informazione l’occasione per prendere le distanze dalla classe politica e assumere una posizione più imparziale. Perché ciò non avvenne?
Per chi ritiene che l’informazione debba essere il più indipendente possibile dai vari poteri, Tangentopoli è stata solo in parte una stagione di liberazione. Questa vicenda mostra come i giornali fossero rimasti a lungo silenti sulla corruzione, nonostante questa fosse diventata un fenomeno pervasivo nella società italiana. Solo quando la magistratura cominciò a indagare, i giornali si adeguarono, seguirono, senza peraltro mantenere la necessaria distanza. Perché? Gran parte della stampa era di proprietà di imprenditori che erano indagati.

Va comunque riconosciuto che in quel periodo la politica allentò la presa sul sistema imprenditoriale e informativo e gli anni Novanta furono di conseguenza una stagione di maggiore libertà, in cui si affermarono nuovi generi, come il retroscena sulla carta stampata, che si impose come luogo di curiosità, per indagare parole e pensieri non esplicitati dei protagonisti. Sempre in questo periodo presero piede i talk show che, anche se a volte faziosi, rivoluzionarono il modo, fino ad allora abbastanza ingessato, di parlare di politica in televisione.

Con il tempo, però, i retroscena, e con loro i titoli, sono diventati sempre più esasperati e i talk show sempre più ripetitivi. Restano sprazzi di grande qualità, ma complessivamente la sensazione è che in Italia il sistema informativo resti dentro il sistema.

Quando l’informazione diventa spettacolo a vincere sono i migliori attori, i politici che fingono meglio?
La colpa è del modo in cui è strutturato il sistema informativo italiano. Ad esempio, manca una tradizione del faccia a faccia senza remore. L’ultimo faccia a faccia importante risale addirittura al 2006, quando si confrontarono Romano Prodi e Silvio Berlusconi. Questo ebbe un risultato inatteso: Prodi, meno abile sul piano comunicativo, vinse, perché era meglio preparato e perché aveva più cose da dire rispetto a Berlusconi, che era stato cinque anni al governo e che per salvarsi aveva “dovuto” fare le leggi ad personam. Questo episodio è rimasto nella mente dei leader successivi, che da allora hanno costantemente rifiutato il confronto diretto.

In un sistema così articolato, spesso i giornalisti, pur di avere il politico di turno, rinunciano a interviste mozzafiato. Il risultato è che, se il politico è un buon attore, nella maggior parte delle occasioni riesce anche ad avere un ritorno in termini di consensi.

Tra Romano Prodi ed Enrico Mentana, in occasione della presentazione del suo saggio La fabbrica delle verità

Oggi i “buoni attori” sono quei politici che riescono a creare un legame di fiducia con la gente, che va al di là di ciò che fanno o non fanno. Quando questo tipo di fiducia si instaura, i fatti servono a poco o a niente?
Questo è il cuore del problema. Cos’è la fiducia? È qualcosa che va oltre la ragione e quindi oltre tutto quello che il giornalismo può fare di utile per capire la realtà.

C’è un problema di spaesamento, di ansia collettiva, con alcune fasce di opinione pubblica che si rifugiano nella certezza di un leader amico, non necessariamente forte, ma di certo brillante e sicuro di sé, al quale si perdonano anche le bugie, proprio perché ci si affida a lui. Se il leader dice una bugia, non importa. L’importante è che lui – e di conseguenza noi, che lo sosteniamo – prevaliamo, costi quel che costi.

Questo spiega perché oggi in politica la coerenza è così poco importante. Se il politico che sostengo dice una bugia per fregare l’altro, bene, lo sta fregando con furbizia, nella quale io italiano m’identifico. Questo vale per tutti gli schieramenti.

Di fronte a questa situazione i media assistono impotenti?
La fiducia riposta nei leader è solo parte del problema. Il sistema informativo italiano soffre di un deficit di credibilità, che è la conseguenza di quel fenomeno di spalleggiamento del sistema, dell’essere affianco anziché distante, descritto prima. Tale atteggiamento ha corroso nel corso dei decenni la credibilità del nostro settore, che per questo oggi fatica ad avere una sua autorevolezza quando denuncia l’incoerenza della classe politica.

Il personaggio che meglio simboleggia questa stagione è Giuseppe Conte. È stato presidente del Consiglio di un governo sovranista e poi, nel giro di ventiquattr’ore, è diventato presidente del Consiglio di un governo europeista, e oggi gira tranquillamente per l’Italia senza che nessuno gli chieda conto di questa capriola. Non glielo chiede neanche il sistema informativo. Perché? Stiamo vivendo una stagione nella quale sono tutti deboli, sia a livello di sistema informativo sia a livello di classe politica.

Il sistema informativo ha i mezzi per tornare a essere credibile?
In certi casi soltanto uno shock può determinare un cambio di paradigma. Lo shock può essere di carattere politico e costringere l’informazione a essere più rigorosa o riguardare direttamente il mondo dell’informazione: per dirla con una battuta, potrebbe essere salvifico un grosso scandalo, una “Pennopoli”, che permetta al sistema in qualche modo di purificarsi.

Molte sono infatti le forme di consociazione clamorose: tra giornalisti giudiziari e magistrati, tra giornalisti che si occupano di spettacolo e registi importanti, tra giornalisti economici e imprenditori e, soprattutto, tra stampa politica e politici.

Detto ciò, l’attenzione spasmodica che in Italia è rivolta alla politica ha anche i suoi vantaggi, perché determina una maggiore concorrenza tra chi fa informazione e, quindi, anche una maggiore qualità. In un certo senso, poi, la maggiore quantità di informazioni è già di per sé positiva, perché il cittadino alla fine è più informato. Questo vale soprattutto per i giovani, sempre connessi sui loro cellulari: sono più informati dei ragazzi di cinquant’anni fa, nonostante questi leggessero più libri e avessero un approfondimento forse maggiore.

Con l’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino

Un’informazione di maggiore qualità passa anche da un cambiamento delle relazioni tra politica e imprenditori, che in Italia controllano il grosso dell’editoria?
Una volta questo problema si poneva maggiormente, perché gli editori “impuri”, che di mestiere facevano anche altro, erano di più ed è chiaro che utilizzavano indirettamente i giornali anche per perseguire i loro interessi.

Oggi, invece, la maggior parte degli editori sono “puri”, fanno solo editoria, e il loro interesse principale è “solo” fare profitti con la quantità o la qualità del proprio prodotto editoriale.

L’informazione di qualità ha bisogno di un modello economico sostenibile. Quale?
Di fronte alla crisi della carta stampata, l’ancora di salvezza, forse, è il connubio tra tecnologia e qualità, sul quale hanno investito i paesi del nord Europa e, soprattutto, i grandi giornali americani, con gli abbonamenti alle versioni digitali.

Ci si abbona per avere un’informazione di qualità: questa è la vera ricetta. Per un pubblico più o meno elitario? Questo resta ancora da vedere. Certo è che chi è disposto a spendere per leggere lo fa per un’informazione che non si trova altrove, nemmeno sugli ottimi siti di informazione quotidiana, come Il Post, Fanpage, L’Huffington Post, Linkiesta, Stati generali, che in questi anni hanno fatto il salto qualitativo maggiore.

Il dilagare delle informazioni che arrivano dalla rete ha cambiato tutti i parametri, soprattutto dal punto di vista generazionale. La maggior parte dei ragazzi non legge più l’informazione cartacea ma divora quella online. È lì che si gioca la battaglia del futuro: molti sono i giovani che studiano e che quindi sono portati a preferire un’informazione di qualità.

La rete, soprattutto attraverso i social media, rischia di produrre anche effetti opposti, con la sua tendenza all’immediatezza, alla semplificazione e alla polarizzazione…
Il diluvio di informazioni che viene dalla rete a volte stimola la curiosità, altre volte rischia di incoraggiare la pigrizia, l’autoreferenzialità e le camere dell’eco (il leggere e ripetere cose rassicuranti, ndr). Alcuni utenti della rete cercano rassicurazione, altri informazione, altri ancora qualità. Se quest’ultima fascia si allarga, c’è ancora futuro per l’informazione professionale.

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Politica e media. Parla Fabio Martini ultima modifica: 2019-12-31T11:01:35+01:00 da MATTEO ANGELI

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