Spagna, cronaca di uno storico “debate”

La grande crisi spagnola arriva finalmente a un punto di svolta. Il momento è importante e si sente: il confronto parlamentare per l'investitura di Pedro Sánchez è molto intenso e politicamente denso.
scritto da ETTORE SINISCALCHI

Parlamento spagnolo al lavoro sabato e domenica per il dibattito d’investitura del candidato a capo del governo Pedro Sánchez. Lunedì, pausa per scartare i regali portati dai Re Magi e martedì, quando basterà la maggioranza semplice, il primo governo di coalizione della storia della moderna democrazia spagnola potrà essere varato.

La grande crisi spagnola arriva finalmente a un punto di svolta. Il momento è importante e si sente. El Debate è molto intenso, politicamente denso. La formula aiuta, il candidato presidente fa il suo discorso e poi tocca ai gruppi. Inizia il rappresentante di un partito, replica del candidato e controreplica, possibilità di nuovo intervento del candidato, poi un altro partito e via così. Complessivamente la democrazia parlamentare è apparsa, questa volta e come da tempo non accadeva, all’altezza del momento – tranne che per le destre, come vedremo più avanti, apparse incapaci di uscire da un copione che ha portato il paese pericolosamente vicino all’abisso.

Che in un dibattito di investitura si faccia riferimento per esempio alla questione delle aree interne, parla di una seria riflessione sul governo del paese. È vero che ci sono gli appoggi delle liste locali in gioco, ma è vero anche che, quello sulla España vacía, è un tema presente nel dibattito politico e sociale, come ci racconta da tempo (per esempio qui) Revista Contexto, nell’ambito del suo prezioso racconto giornalistico della Spagna contemporanea.

La ritrasmissione dei lavori, rilanciata ovunque nel web, è ottima nel suo contenuto informativo. I protagonisti degli scambi sono inquadrati nelle loro reazioni, le contestazioni non sono nascoste, ampie carrellate inframmezzano gli interventi, i microfoni restano aperti – altro che le ingessate, povere e censurate ritrasmissioni dei lavori delle nostre camere. Tutti elementi che contribuiscono a che il dibattito sia negli ultimi anni diventato un evento molto atteso e seguito dalla cittadinanza: la democrazia può fare audience.

La figura di Pedro Sánchez è emersa nettamente dal dibattito. Il candidato premier è sembrato essere giunto all’appuntamento della vita e non averlo mancato. Anzi, si può dire sia stato l’atto di nascita definitivo del leader politico. In genere Sánchez non è un grande oratore, è il suo punto debole: indulge a formule retoriche, appare impacciato; sia dai confronti politici televisivi che da quelli parlamentari non esce mai molto bene – e quelli elettorali pare siano costati voti e seggi. Questa volta però – a conferma che il potere può essere un superpotere – è stato sorprendente, all’altezza del compito, credibile, abile a rivoltare le argomentazioni ostili, a motivare le scelte; e coraggioso nel prendersi la sua quota di responsabilità degli errori.

“Io c’ero, e considero la situazione in Catalogna un fallimento politico” ha detto Sánchez riferendosi anche al ruolo dall’opposizione del Psoe col governo Rajoy nella gestione della crisi catalana. Ha affrontato le questioni chiave dell’accordo con Esquerra republicana de Catalunya (Erc), la cui astensione è necessaria per la nascita dell’esecutivo. La nascita di un tavolo per affrontare politicamente la questione catalana, il “superamento della giudizializzazione del conflitto catalano”, l’esistenza di un conflitto politico da affrontare nell’ambito della politica, lo svolgimento di una consultazione in Catalogna sugli esiti dell’accordo. La grande crisi catalana, sintomo più grave della crisi della democrazia spagnola, non è stata nascosta dietro la visione partigiana della costituzione, rimossa dal nazionalismo centralista che esclude la pluralità spagnola.

Per Sánchez “la Spagna delle autonomie è una realtà indiscutibile e consolidata. Il dialogo, sempre all’interno della Costituzione, sarà una priorità assoluta”.

Dimesso, al confronto, è stato Pablo Iglesias, forse il miglior oratore della politica spagnola, in grado coi suoi interventi nei dibattiti elettorali di risollevare all’ultimo minuto le sorti di Podemos e di uscire apparentemente vincente anche dalle sconfitte politiche parlamentari. In questo dibattito Iglesias ha lasciato la scena a Pedro Sánchez, allenandosi già al ruolo di vicepresidente, pronto a scendere a muso duro nel confronto con la destra e affidabile nel proteggere col suo corpo il capo del governo, pur non essendo, come nei governi monocolore, dello stesso partito. Se la “sinistra patriotica plurale” in cui Iglesias ha trasformato quella che era Podemos – anche attraverso la riduzione della dissidenza – reggerà alla prova del governo, lo dirà il tempo.

La gravità del momento è stata confermata dall’atteggiamento, sconcertantemente simile, delle opposizioni. Pablo Casado, il segretario del Pp ha dismesso gli abiti moderatamente moderati portati nell’ultima campagna elettorale per tornare al “tremendismo”, al vaticinio di sciagure, alla divisione tra gli “spagnoli per bene” e gli altri, a difendere la patria messa in pericolo dai rossi e dai catalani, spiazzando il leader di Vox, Santiago Abascal, al quale per spiccare non è rimasto altro che passare direttamente agli insulti. Stesso copione da parte di Ines Arrimada, gestrice e forse futura segretaria di quel che resta degli arancioni di Ciudadanos. Che la corsa a destra abbia fatto quasi sparire gli arancioni dalla mappa elettorale è ininfluente per Arrimadas, che suscita l’ilarità dell’emiciclo quando pretende di spiegare a Podemos e Psoe come abbiano perso voti alle elezioni. L’opposizione sembra così uniformata in una destra estrema incapace di riconoscere i meccanismi democratici tranne quando li favoriscono, di praticare dialogo a qualsiasi livello, esclusivamente tesa alla squalificazione dell’avversario con ogni mezzo. Attitudine confermata negli interventi di oggi.

La grande attesa era per l’intervento di Erc, fatto da Gabriel Rufián. L’appoggio al governo costituisce una sostanziale rottura del fronte indipendentista e comporta l’abbandono dell’unilateralità. Come sarebbe stata proposta all’elettorato e alla società catalana questa svolta? Rufián ha iniziato parlando ai suoi, alla Catalogna stanca di guerra, delusa dal fallimento della via unilaterale. Una società stanca e nervosa, per un disastro politico non elaborato, in cui si insinua la consapevolezza della menzogna propagandistica della deriva indipendentista, che vuole uscire da questa situazione anche se non è ancora pronta a dirselo del tutto.

Gabriel Rufián

E quindi, all’inizio molta autoassoluzione consolatoria per il popolo indipendentista, rivendicazione della democrazia e della via pacifica, dell’essere stati oggetto della violenza spropositata dello Stato il primo ottobre 2017, durante la celebrazione del “referendum” di autodeterminazione, molta omissione di responsabilità. Ma nessun “lo rifaremo”, come ha rivendicato Laura Borràs di Junts pel Cat (JxC) e come indica l’ex presidente Carles Puigdemont, e un finale in crescendo che anticipa la nuova Erc che vedremo. La chiave per convincere i catalani con la sua proposta di “indipendentismo pragmatico” è mettere la barra a sinistra, ricordare i suoi 84 anni di credo indipendentista e democratico, la vicinanza alle lotte dei lavoratori e contro il franchismo. Poi Rufián rivendica in apertura ecumenica la comune cultura “del paese”, da Cervantes alla cultura di massa pop, e attacca ferocemente Pp e JxC:

Lo slogan peggiore e “la Spagna ci deruba”. Non mi deruba una signora di Malasaña [quartiere madrilegno, ndr] che prende la stessa pensione di mia nonna, mi derubano Rato, Bárcenas, Pujol y Millet, qualsiasi bandiera abbiano.

Relativizzando la bandiera, accomunando nel sistema corruttivo generale due storici dirigenti popolari e due catalani, tra cui il padre del “catalanismo moderato” egemone in Catalogna per tutta la democrazia, Rufián rompe pubblicamente l’unità fittizia del fronte indipendentista e avvia la campagna per il voto a cui si arriverà con la quasi certa rottura dell’unità indipendentista che esprime il governo della Generalitat.

Tra i tanti oratori merita ancora di essere citato Aitor Esteban, il portavoce del Partido nacionalista vasco (Pnv). In un intervento punteggiato di citazioni cinematografiche, a sottolineare ogni passaggio di tema, ha contribuito a chiarire la posta in gioco per il paese con la nascita di questo governo. Esteban è un deputato di lungo corso, universalmente riconosciuto e stimato da compagni e avversari. Il Pnv negli ultimi anni ha cercato la stabilizzazione del quadro spagnolo, solida espressione di un nazionalismo conscio dell’interdipendenza della penisola nello scenario economico e politico europeo. Il lehendakari, il presidente del governo basco, Iñigo Urkullu, fu ufficioso mediatore tra Mariano Rajoy e Carles Puigdemont durante la crisi che culminò con l’applicazione dell’articolo 155 che commissariò la Catalogna. Esteban, sottolineando la gravità del momento, ha approfondito ancora il discorso politico contribuendo molto al livello del dibattito. Il Pnv ha offerto al governo Sánchez un solido appoggio che costituisce una svolta storica nel rapporto tra socialisti e nazionalisti baschi.

Aitor Esteban

Se è vero, come Rufián ha ricordato a Sánchez, che “il Psoe non ha mai governato la Spagna senza, e contro, i catalani”, questo vale anche per i baschi. E forse mai prima d’ora in questa misura il Pnv è stato così profondamente coinvolto in un progetto di governo nazionale. Una svolta sottolineata dalla replica reverenziale e riconoscente di Pedro Sánchez, accolta con commozione evidente da Aitor Esteban.

Martedì il primo vero governo Sánchez vedrà la luce. Avrà una navigazione difficile. C’è una Spagna, mediatica, economica, militare, funzionariale, politica e istituzionale, che gioca anche sporco per prevalere. Ultimo episodio, la discutibile decisione della Junta electoral, organo amministrativo che ha deciso di comportarsi da tribunale e, ignorando la sentenza di Strasburgo, di negare lo status di europarlamentare a Junqueras e, lontano dal voto, inabilitare il presidente della Generalitat Quim Torra, in quanto decaduto da deputato del parlamento catalano, senza aspettare l’esito del ricorso in atto presso il Tribunale Supremo: una bomba sull’accordo tra Psoe e Erc a poche ore dall’inizio del Debate. Ci sono una destra e un sedicente liberalismo incapaci anche solo di provare a vedere le ragioni degli altri. Ci sono le mille difficoltà che sorgeranno, nell’interno degli stessi partiti di governo, nella dialettica tra le sinistre, nello scenario catalano, nella capacità dei protagonisti politici di questa fase, come ha lucidamente ricordato Esteban.

Ma la Spagna volta pagina. Inizia una fase politica nuova, che si apre con una forte rivendicazione del ruolo della politica, orgogliosa ma non autoindulgente, che non nasconde la responsabilità nell’aver guardato al particolare, impegnata, nella consapevolezza delle sue responsabilità. Attendendo che nel centrodestra qualcosa si muova, visto che alla Spagna servirà anche la sua componente conservatrice, almeno di una parte, nel difficile percorso politico che la attende.

Una fase nuova che nasce anche sulla consapevolezza della necessità di voltare pagina rispetto a un imbarbarimento del confronto territoriale, istituzionale e democratico. Se c’è qualcosa in questo processo a cui, fuori dalla Spagna, si può guardare, è che la risposta alla crisi che viene tentata passa per la risorsa del processo democratico. Tenendo conto che la crisi spagnola è una crisi anche nostra, europea, ci sono validi motivi per sperare che riesca a uscire dal tunnel.

Spagna, cronaca di uno storico “debate” ultima modifica: 2020-01-05T19:44:30+01:00 da ETTORE SINISCALCHI

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1 commento

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Beniamino Natale 6 Gennaio 2020 a 11:37

Ottimo articolo, la complicata situazione spagnola resa chiara!

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