“Il pirata” e i laudatores del giorno dopo

Scomparso nel 2004, Marco Pantani, quest’anno, avrebbe compiuto cinquant’anni. Timido, introverso, forse, anche questo ha contribuito allo svolgersi del suo dramma senza epica. In vita, al grande campione, non risparmiarono ingiuste insinuazioni e infondati addebiti. Oggi tutti si riscoprono pantaniani.
scritto da ROBERTO BERTONI

Sembra ormai certo che Marco Pantani non fosse un dopato, che fosse un atleta integro vittima di una macchinazione e di un gioco sporco assai più grande di lui. Sembra ormai assodato che molti fattori abbiano concorso a infangare e rendere la vita impossibile a un ragazzo che, alla fine, non ha più retto, spegnendosi a soli trentaquattro anni nella camera di un albergo di Rimini, mentre lo sport italiano, attonito, non sapeva cosa dire se non frasi di circostanza.

Con Pantani, in quel maledetto febbraio del 2004, se n’è andata per sempre una parte di noi, una certa idea dello stare assieme, una visione del mondo garibaldina, un po’ bartaliana, a tratti intransigente ma ferma nei princìpi e nei valori. 

Marco Pantani da Cesena, quest’anno, avrebbe compiuto cinquant’anni, e a chiunque sia capitata l’esperienza di passare davanti alla vetrina che lo ricorda, in quel di Cesenatico, è venuto un groppo alla gola. 

Il pirata era un personaggio timido, introverso e, forse, anche questo ha contribuito allo svolgersi del suo dramma senza epica, della sua infernale agonia, del suo progressivo abbandono al ciclismo e alla vita, del suo lasciarsi andare senza che nessuno potesse frenare la sua corsa verso l’abisso. 

Pantani, come ha ricordato spesso mamma Tonina, ha provato a reagire, a rialzare la testa, a tornare in sella e a lottare ma gli è sempre stato impedito. Ha provato a rimuovere da sé l’immagine del mostro che gli era stata cucita addosso, a riscattarsi, a credere in se stesso ma alla fine è crollato e non c’è stato niente da fare. 

Solo da morto la sua anima ha cominciato ad aver pace, solo da morto son fioriti i dubbi, solo da morto qualcuno ha iniziato a sentirsi, a ragione, responsabile per un epilogo che era nell’aria. 

Quando era ancora in vita, a Marco non è stato perdonato nulla. Nessuno, o quasi, ha avuto pietà di lui e dei suoi eventuali errori, nessuno ne ha accettato le debolezze e il possibile declino. Anche i trionfi strameritati, il Giro e il Tour del ’98, tanto per citare i più importanti, sono stati sminuiti, velati dal sospetto, annegati in tante, troppe cattiverie gratuite che hanno finito col distruggere l’immagine e l’umanità di un ragazzo solo. Perché questo è stato Pantani, a pensarci bene: un personaggio solo, eternamente solo, sia nei trionfi dal sapore antico sia, ancor più, nella caduta. Da giovane, sulle salite che domava senza aver paura di niente, almeno in apparenza, era solo con la propria concentrazione e col proprio sforzo agonistico. Nel momento più brutto, s’è trovato solo perché molti falsi amici gli avevano voltato le spalle e in pochi erano andati a confortarlo e a prendersi cura dell’uomo, prim’ancora che del campione. 

Anche per questo tanti ricordi di questi giorni suonano posticci e alcuni addirittura fastidiosi, in quanto rientrano nella comoda abitudine di chi arriva sempre dopo, di fronte all’irreparabile, all’impossibilità di porre rimedio alla sconfitta, alla scomparsa di ogni ideale oltre che di uno dei fuoriclasse della bicicletta che rimarrà nel tempo. 

Si potrebbe compiere un accostamento a Fausto Coppi, a sua volta vittima, in vita, d’innumerevoli maldicenze, ma non sarebbe corretto, in quanto Coppi è stato ucciso dalla malaria, Pantani dal male assoluto del nostro secolo: l’invidia. Pantani ha osato, infatti, spingersi là dove molti altri non avevano avuto il coraggio di spingersi, di compiere una salita di troppo, di arrecare a tanti soloni lo sgarbo di essere se stesso, e questa sua spontanea naturalezza l’ha pagata a caro prezzo.

Ora che non c’è più, che di lui rimangono solo i ricordi, le braccia alzate dopo i successi, lo sguardo funereo a Madonna di Campiglio, nel giugno del ’99, e lo straziante annuncio della sua morte, la sera del 14 febbraio 2004, ora tutti si riscoprono pantaniani. Probabilmente Marco, coi suoi modi non sempre teneri, alcuni dei laudatores del giorno dopo li avrebbe mandati al diavolo. 



Le immagini di questo articolo sono tratte da Spazio Pantani, il museo multimediale interamente dedicato a Marco Pantani.

“Il pirata” e i laudatores del giorno dopo ultima modifica: 2020-01-11T18:08:57+01:00 da ROBERTO BERTONI

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