“Il Labour deve vincere, non sentirsi meglio con se stesso”

“Quest’articolo non è un pretesto per chiedere di tornare al 1997 o al 2007. I tempi, le circostanze, il tipo di cambiamento di cui necessitiamo sono completamente diversi. Ma il partito deve recuperare una cultura della vittoria. Perché quella è la sola cosa che non cambia”.
scritto da TONY BLAIR

Sono cinque i candidati in competizione per la guida del Partito laburista, che si concluderà il prossimo 4 aprile, per prendere il posto del dimissionario Jeremy Corbyn: Keir Starmer, Rebecca Long Bailey, Lisa Nandy, Jess Phillips e Emily Thornberry. I candidati dovranno ottenere l’appoggio delle sezioni locali del partito e dei sindacati prima che cominci, il prossimo 21 febbraio, la distribuzione delle schede per lo scrutinio finale. Keir Starmer, di centro, è attualmente il favorito. Segue Rebecca Long Bailey sostenuta dal leader uscente Jeremy Corbyn. Poi Lisa Nandy, che rappresenta la sinistra più soft, mentre Jess Philips è sulla linea di Tony Blair. In coda Emily Thornberry che, come Starmer, vuole rappresentare ogni parte del Labour. Alle elezioni del 12 dicembre scorso il Labour ha segnato la sua peggiore sconfitta dal 1935: ha perso 59 seggi, passando da 262 a 201.
Nel dibattito, sempre più vivace, interviene l’ex leader e premier Tony Blair, ribadendo i punti salienti della sua linea, che a suo tempo fu definita la Terza via, e che la leadership di Jeremy Corbyn aveva archiviato, considerandola l’origine del declino laburista e una delle ragioni principali della stessa sua sconfitta, lo scorso dicembre, nei collegi di più lunga tradizione laburista e operaia.

I cinque candidati alla successione di Jeremy Corbyn: (da sinistra a destra) Lisa Nandy, Jess Phillips, Rebecca Long-Bailey, Keir Starmer, Emily Thornberry

versione originale

La buona notizia è che c’è una serie di candidati di talento che si contendono la leadership laburista. Tuttavia chiunque sarà il nuovo leader del Labour dovrà riconoscere quanto profonda e difficile è la situazione del partito. Gran parte della “riflessione” post-elettorale è da considerare tra il deplorevole e il risibile.

Non si dovrebbe mai guardare indietro in politica. Quindi quest’articolo non è un pretesto per chiedere di tornare al 1997 o al 2007. I tempi, le circostanze, il tipo di cambiamento di cui necessitiamo sono completamente diversi. Ma il Labour deve recuperare una cultura della vittoria. Perché quella è la sola cosa che non cambia.

Le ragioni della sconfitta non erano complicate o difficili da vedere: erano là, evidenti e in bella vista. Abbiamo proposto un leader e un programma politico che gli elettori hanno ritenuto inaccettabili a tal punto da respingerli. Troppo estremo dal punto di vista economico. Anti-occidentale. Poco patriottico. E quindi pericoloso.

Nessun partito politico serio fa una cosa del genere. Nessun partito politico serio, una volta che l’ha fatto, rinuncia a cambiare rotta. Anche quando gli elettori si abituano ad altri cinque anni di governo dei conservatori, le persone ascoltano solo a tratti quello che accade nel partito laburista. Il minimo che dovrebbero sentire è: “abbiamo capito che il vostro voto è stato il rifiuto di una posizione politica e non solo un leader”. Se non possiamo spingerci così in là, perderemo anche le prossime elezioni, a poche settimane da una sconfitta.

La cultura della vittoria ha queste caratteristiche:

1 Primo: si deve iniziare con un’analisi spietata e ostinata della realtà politica. I progressisti vincono al centro. Possiamo capirlo ora o sprecare altre quattro elezioni prima di rendercene conto. Centro, però, non significa status quo. La confusione attuale deriva, da un lato, dall’insistenza di quella sinistra che ritiene che la parola “radicale” significhi “maggiori politiche tradizionali di sinistra”; e, dall’altro lato, deriva dall’alternativa che propone una versione “moderata”, che ha ancor meno significato. Nel primo caso abbiamo un radicalismo senza realismo; nel secondo caso, un realismo senza radicalismo.

Guardatevi attorno, nel mondo occidentale. Prendiamo i principali paesi, con più di venti milioni di abitanti. Non esiste un governo che sia a guida socialdemocratica o socialista. Quelli più vicini a governi di questo tipo sono Trudeau o Macron e sono entrambi centristi, che si pongono tra il liberalismo e la socialdemocrazia.

La crisi finanziaria non ha spostato le persone verso la sinistra tradizionale. Sulle questioni culturali si sono spostati a destra; e persino in campo economico, negli Stati Uniti, ad esempio, il più grande rischio dei democratici è quello di sostenere un programma elettorale che spinga l’elettore medio americano a dover rieleggere Trump, nonostante Trump stesso.

La sfida è invece di ridefinire che cosa significhi “essere radicale”, per andare oltre il populismo della vecchia sinistra e della destra e per modellare una nuova agenda politica, in particolare per governare la rivoluzione tecnologica del Ventunesimo secolo, tanto significativa quanto la Rivoluzione industriale del Diciannovesimo; e per sviluppare poi dei programmi di giustizia sociale e di trasformazione, anche in materia di cambiamento climatico e di disuguaglianze.

Il radicalismo funziona solo se si allea alla comprensione del futuro; e se guidato dal centro, dove le soluzioni pratiche sostituiscono gli slogan.

Jeremy Corbyn

2 Secondo: i progressisti hanno successo quando – anche se desiderano cambiare il mondo – non promettono la luna. Nessuno ha dubbi sul fatto che un governo laburista spenderebbe molti soldi. I Tories possono, invece, dire che spenderanno miliardi e nessuno batte ciglio. Perché le persone pensano che i Tories saranno riluttanti a spenderli. Invece, per quanto ci riguarda, pensano che i nostri cuori siano così teneri da gettare i loro soldi un po’ ovunque. Mentre i Tories dicono di voler “porre fine all’austerità”, il Labour afferma che “bisogna porvi fine con maggiore velocità e in maggiore profondità”: gli elettori però si fideranno più dei Tories per realizzare quest’obiettivo, non di noi.

Per molti – ovviamente non tutti – il nostro manifesto non ha acceso la speranza, ma la paura. Era una lunga lista di desideri. “Rendiamo gratuito questo e quest’altro”. Ma eliminare le tasse di iscrizione universitarie non è una politica. È un’elargizione. Cercare di capire come garantiamo che le università britanniche – che oggi sono un potente motore della nostra economia, non solo della nostra istruzione – mantengano la loro posizione d’eccellenza, quando anche altre aree, come l’istruzione primaria, richiedono finanziamenti, questo significa invece elaborare delle politiche.

3 Terzo: i partiti di governo non sono movimenti di protesta. I movimenti mettono sotto pressione i governi per spingerli a governare diversamente. Hanno tutta la loro legittimità. Ma il partito laburista non è stato creato per essere un gruppo di pressione, bensì per vincere le elezioni e governare. Questo è il motivo per cui i sindacati dovrebbero essere consultati sui contenuti delle politiche che regolano i servizi pubblici; ma non dovrebbero essere loro stessi a scriverne i contenuti. Questo è il motivo per cui Extinction Rebellion dovrebbe continuare a sollevare questioni importanti, ma non dovrebbe scrivere i contenuti di un realistico programma di governo.

Dovremmo appassionarci della difficile situazione di coloro che dipendono dalle banche del cibo e dei senzatetto che vivono in cattive condizioni. Ma per misurare la sincerità delle nostre proposte dobbiamo essere pronti a fare ciò che serve per vincere: solo allora potremo fare qualcosa al riguardo. Questo significa che dobbiamo fare appello tanto alle persone che non vivono in una situazione difficile, così come a coloro che vi si trovano.

4 Quarto: bisogna facilitare le persone ad avvicinarsi a noi. Uno dei maggiori problemi che abbiamo avuto con la Brexit è stato che, nel momento cruciale, dovevamo andare al di là delle divisioni tradizionali dei partiti. La leadership del nostro partito, però, era così settaria che gli elettori liberal-democratici o tories non potevano votarci. Se qualcuno nel passato ha votato per i conservatori o per i liberal-democratici, probabilmente non vorrà che si realizzi una rivoluzione socialista alle prossime elezioni.

Gli ex primi ministri del Labour: Gordon Brown (2007-2010) e Tony Blair (1997-2007)

5 Quinto punto: il patriottismo è importante, ma non riusciamo a definirne le basi. Queste sono: l’orgoglio nel nostro paese; il sostegno alle forze armate; la fermezza nella gestione dell’ordine pubblico. La visione progressista del patriottismo non sarà mai la stessa di quella conservatrice. Perché aggiungeremo sempre un’enfasi sui valori di tolleranza, uguaglianza e impegno per la giustizia sociale. Ma le basi non possono essere assenti.

6 Sesto: se attacchiamo quello che i nostri governi passati hanno fatto, non stupitevi poi se le persone ne concludono che non dovremmo tornare al potere. L’affermazione costante da parte della leadership laburista secondo la quale i problemi della Gran Bretagna sono il prodotto di quarant’anni di “neoliberismo”, come se le politiche dell’era Thatcher fossero le stesse dell’ultimo governo laburista, è un orribile assortimento di cattiva politica e scarsa conoscenza della storia. Riuscite ad immaginare i Tories che commettono un simile errore?

Infine – ma soprattutto – si tratta di decidere se si tratta di loro o di noi. Se si tratta degli elettori o di fare sentire bene noi stessi. Se si tratta di loro, allora vincere è la massima priorità. Questo significa avere un’organizzazione professionale, una strategia, una preparazione: senza illuderci che basti pensare di essere nel giusto per vincere.

Queste cose sono ovvie. La frustrazione è che è necessario ripeterlo.


Testo pubblicato da The Guardian. Traduzione di Marco Michieli

“Il Labour deve vincere, non sentirsi meglio con se stesso” ultima modifica: 2020-01-14T16:34:32+01:00 da TONY BLAIR

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