Cartagine, vista da Roma

Tra le arcate del Colosseo lungo la rampa di Domiziano e nel Foro all’interno del Tempio di Romolo, la mostra “Carthago. Il mito immortale”, ripercorre la storia di una delle città più affascinanti del mondo antico
scritto da BARBARA MARENGO
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Cartagine la conosciamo, anche se non sempre sappiamo dove collocare questa antichissima città e i suoi mitici abitanti, i fenici. Cartagine… Mediterraneo, certo, ma dov’era e chi era costei? E pensare che il luogo dove ancora oggi si visitano vestigia e reperti è vicinissimo a noi, proprio di fronte alle coste della Sicilia, raggiungibile in nemmeno un’ora di volo da Roma, a pochi chilometri dall’aeroporto di Tunisi.

La storia studiata a scuola ci parlava di Cartagine nemica di Roma, fondata dalla regina Didone in fuga dalle coste dell’odierno Libano, rifugiata e profuga ante litteram assieme ai fenici. E ancora Annibale e le sue armate a sconvolgere l’Italia, Scipione l’Africano e i Romani costretti a combattere i Punici, ma anche a commerciare con loro…

Cartagine e la porpora, Cartagine e le navi, Cartagine e i fichi di Catone. Si, i fichi freschi che Catone esibì in Senato a Roma circa centocinquant’anni prima di Cristo, a dimostrare che il nemico secolare era veramente tanto vicino che perfino i delicati fichi giungevano presto da una riva all’altra del Mediterraneo: e per questo era “delenda”, da distruggere senza pensarci troppo.

Un intenso ripasso di storia è possibile visitando la mostra “Carthago. Il mito immortale”, fino a fine marzo 2020 presentata a Roma tra le arcate del Colosseo lungo la rampa di Domiziano e nel Foro all’interno del Tempio di Romolo. Una formidabile esposizione di oltre quattrocento reperti provenienti dal mondo mediterraneo con una cooperazione scientifica potente, che vede protagonisti i musei del Bardo di Tunisi, il Museo Nazionale di Beirut, Cartagena, Madrid e Cartagine.

Roma e Cartagine unite dalla storia, anche per le loro origini comuni, fondate da profughi e fuggiaschi:

Didone nella lingua dei fenici si chiamava Elissa, ella era la sorella di Pigmalione, il sovrano degli abitanti di Tiro, e da costei, in Libia, venne fondata Cartagine. Difatti, allorché suo marito venne assassinato da Pigmalione, ella fuggi sulle navi, in compagnia di alcuni concittadini… dunque dopo aver lungamente patito, giunse per mare in Libia,

racconta Timeo di Tauromenio, greco di Taormina che nel IV secolo a.C. scrive di vicende collocate nell’814 a.C., data della fondazione di Cartagine (Roma è di poco più giovane, 753 a.C.).

Collana con vaghi e amuleti, oro, corniola, pasta vitrea, silice – Museo nazionale, Cartagine

Il mito pervade la storia di Qart hadast, in fenicio la Città Nuova, che oggi distende le sue rovine tra la collina e il mare Mediterraneo, tra le terme, i porti punici, i reperti che scendono dal declivio di Byrsa, che vuol dire “pelle di bue”: quella pelle di bue che Didone tagliò in una lunga striscia per contenere la terra che i suoi fenici fuggiaschi poterono occupare sbarcando in terra africana.

Sempre la leggenda si incrocia con la storia, e aiuta a ricordare una storia antichissima della quale anche noi facciamo parte, fin dal I millennio a.C. quando Sidone e Tiro, sulle coste dell’odierno Libano, erano città-stato strutturate e combattive, economicamente votate ai commerci e alla colonizzazione delle coste del nostro mare, capaci anche di combattere assiri e persiani che volevano affacciarsi alle coste del Mediterraneo. Insomma, ieri come oggi, pare che la storia si ripeta…

Basta guardare una carta del Mediterraneo per capire: capire come la vicinanza dei luoghi, la possibilità di navigare lungo le coste, la curiosità di scoprire, la possibilità di commerciare, la tecnica delle costruzioni navali, siano stati solo alcuni dei fattori che hanno dato una spinta formidabile alla storia del Mare Nostrum.

Cosa ci viene in mente pensando ai fenici? Didone certo, ma anche la porpora, Annibale, le guerre puniche, i rostri delle navi romane inventati per distruggere le navi nemiche. L’esposizione ospitata dal Colosseo ci trasporta in un viaggio che ogni visitatore può interpretare come crede, fermandosi davanti ai reperti grandissimi e piccolissimi, ai marmi, agli ori, alle ceramiche, agli smalti, ai filmati.

Alcuni dei quali svelano segreti e mitici procedimenti, come quello legato alla porpora, il colore che ha segnato la storia dell’umanità, prodotto talmente prezioso da essere legato alla regalità, se si pensa che i bizantini facevano nascere i figli dell’imperatore nella stanza rivestita di porpora, e per questo erano chiamati “porfirogeniti”.

Dalla secrezione di tre tipi di mollusco, Murex brandaris, Murex trunculus e il Thais haemastoma, si estrae il colore rosso violetto: dopo la pesca, la frantumazione della conchiglia, la macerazione e bollitura, la tintura dei panni in apposite vasche.

Gli archeologi hanno trovato grandi quantità di materiale che testimoniano questa lunga e costosa lavorazione sulle coste del Levante. Assieme alla preziosa porpora viaggiava sulle onde del Mediterraneo anche l’alfabeto, già in uso in quelle terre dal II millennio a.C. All’inizio consonantico, e in seguito dai Greci usato con aggiunta di segni per le vocali: segni impalpabili che si diffusero a est verso l’Anatolia (che in greco significa luogo dove sorge il sole) e a Ovest verso i popoli italici, e da Cartagine in tutto il Nord Africa abitato da popolazioni berbere.

Si espande anche l’artigianato, nel quale i fenici di Cartagine – che i romani chiamano punici – sono maestri: lavorazione dell’avorio, dell’oro, della filigrana, delle uova di struzzo, delle stoffe più fini di lana e lino, del vetro per perle, pendenti, vasi per cosmetici, maschere di terracotta…

Vasi di vetro per unguenti. Museo nazionale del Libano, Beirut, 600-400 a.C.

Commerci estesi e organizzati che hanno bisogno, oltre alle navi, di nuove basi di approdo, e di approvvigionamenti per i mercanti che si istallano lungo le coste, a Malta, in Sicilia, in Sardegna, portando con sé anche i loro dei e la loro civiltà.

Risulta che anche i cartaginesi godano di una buona costituzione, addirittura in molti ambiti superiore a quelle degli altri […] il popolo rispetta l’ordine costituzionale e […] non nascono sommosse e neppure episodi di tirannide

scrive Aristotele nella “Politica”.

Uovo di struzzo tagliato a vaso e dipinto; Ibiza, necropoli di Puig des Molins, VI-V a.C. – Museo archeologico di Ibiza e Formentera

Queste popolazioni attive si intrecciano con le civiltà greche ed etrusche, viaggiano lungo tutto il Mediterraneo, fino a incontrare Roma e stabilire rapporti di commercio e patti di scambio e ospitalità, già dal VI secolo a.C.

E poi si arriva alla guerra: anzi alle guerre tra punici e romani, anzi a centodiciotto anni durante i quali tre guerre, dal 246 al 202 a.C., sconvolsero il Mediterraneo e alla fine videro Cartagine distrutta, come voleva Catone il Censore.
Ci insegnavano a scuola che durante la prima guerra punica tra la Roma repubblicana e Cartagine le navi romane usarono i rostri. E sono formidabili i reperti dei rostri delle navi romane, esposti in una grande vetrina: quei rostri che applicati alla parte bassa della prua servivano a sfondare le fiancate delle navi nemiche.

Rinvenuti nel mare delle Egadi, dopo il restauro avvenuto presso l’Istituto per la Conservazione e il Restauro; incrostati di organismi marini dopo quasi duemila anni di immersione; i rostri delle navi affondate durante la battaglia delle Egadi nel 241 a.C. rappresentano l’eredità dell’archeologo Sebastiano Tusa, morto nell’incidente aereo del marzo 2019 in Etiopia.

Sovrintendente del Mare e Assessore ai Beni Culturali della Regione Sicilia, Tusa era professore di Paletnologia presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, e aveva intuito la presenza dei reperti importantissimi nelle acque delle isole Egadi. Lo ricorda un filmato durante il percorso della mostra, mentre con emozione le didascalie ci raccontano che durante il restauro del rostro di metallo è stato rinvenuto un frammento di legno “della cinta di dritta della nave”, legno di ginepro proprio del Mediterraneo.

Pendente a testa femminile, pasta vitrea, Museo nazionale, Cartagine, IV-III secolo a.C., e Pendente a testa maschile, pasta vitrea, Tharros, Museo nazionale archeologico ed etnografico di Sassari, IV-III sec a.C.

Cosa ci riportano alla memoria le guerre puniche? Personaggi formidabili come Annibale, il cartaginese che all’età di nove anni fu “costretto a giurare che sarebbe stato nemico del popolo romano”, come ci racconta Tito Livio. E Annibale, della famiglia Barca, generale delle armate puniche, lasciò la sua terra d’Africa: una terra che ancora oggi, viaggiando da Tunisi verso Hammamet e costeggiando Capo Bon, viene chiamata “la terra dei Barca”, ed è fertile e colorata come quella siciliana che è a poche miglia, di fronte.

Annibale dalla Spagna attraversa le Alpi, con soldati ed elefanti, e sconfigge i romani in quattro epocali battaglie, scorrazzando lungo la penisola: Ticino, Trebbia, Trasimeno e Canne. Poi Scipione detto l’Africano andò a cercare il nemico fino alle terre dei Barca, vicino a Capo Bon, e a Zama nel 202 a.C. sconfisse Annibale. Nel 146 a.C., un altro Scipione, l’Emiliano, distrugge Cartagine cospargendone di sale le rovine.

E allora, come mai il mito di Cartagine e dei suoi punici abitanti resta così impresso nella nostra memoria? Memoria e reperti hanno viaggiato nel Mare Nostrum navigando con commerci, cibi, cultura, guerre, incontri, confronti. La civiltà del Mediterraneo è nata attorno a questi nomi e a popoli che noi oggi forse conosciamo troppo poco, ma che si ripropongono con continuità su uno scenario che è qui, sulla soglia di quella che oggi è casa nostra. Gli scenari sono gli stessi, seguono un copione antico: profughi come Didone, guerre come in Libia.


Carthago. Il mito immortale.” Fino al 29 marzo a Roma negli spazi del Colosseo, Tempio di Romolo e Rampa Imperiale.

Cartagine, vista da Roma ultima modifica: 2020-01-21T19:40:06+01:00 da BARBARA MARENGO

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