Fellini 1920-2020. Un ciclone di nome Federico

Perché festeggiare i cent’anni dalla nascita del Maestro riminese è un obbligo.
scritto da ALDO GARZIA
Condividi
PDF

Giusto celebrarlo nei cent’anni dalla nascita. Federico Fellini arriva a Roma da Rimini, sua città natale, il 4 gennaio 1939. Ha appena 19 anni. Si è iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma. Ma il suo vero obiettivo è iniziare a collaborare come vignettista e come autore di articoli satirici con alcuni giornali. Nei mesi successivi al suo arrivo nella capitale, inizia a collaborare con il periodico Marc’Aurelio. Poi, nei primi mesi del 1940, avvia le sue collaborazioni con la radio. Due primi incontri decisivi per Fellini sono quelli con gli sceneggiatori Cesare Zavattini, uno dei padri del nuovo cinema italiano, e Piero Tellini, che diventerà un suo assiduo collaboratore.

Il primo soggetto cinematografico in cui compare la firma di Fellini come autore è Campo de’ fiori (1943). Ma è solo dopo la seconda guerra mondiale che Federico s’impone all’attenzione del mondo cinematografico firmando, insieme ad altri, nel 1945 la sceneggiatura di Roma città aperta e nel 1946 di Paisà, entrambi film con la regia di Roberto Rossellini (in Paisà, Fellini è anche aiuto regista). Nel 1948, Fellini inizia la sua collaborazione con Alberto Lattuada nel film Senza pietà: è sia aiuto regista, sia co-sceneggiatore. Nel 1948, dichiara la sua passione per Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, considerato un capolavoro della storia del cinema.

Da questi brevi cenni biografici s’intuisce come Zavattini, Rossellini, Lattuada e De Sica siano gli autori che influenzano l’accostarsi di Fellini all’arte cinematografica in un periodo di predominio del neorealismo come specifico linguaggio del cinema e della narrativa. Il neorealismo è stato in Italia un movimento culturale sviluppatosi prima della fine del secondo conflitto mondiale e poi nell’immediato dopoguerra. I maggiori esponenti del movimento neorealista nel cinema furono i registi Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Giuseppe De Santis, Pietro Germi, Alberto Lattuada, Cesare Zavattini. In una posizione a sé stante si colloca Federico Fellini

Questa formazione cinematografica di Fellini appare una assoluta curiosità, se la si rapporta all’opera più matura del regista. Il cinema neorealista è infatti caratterizzato da trame ambientate tra classi disagiate e tra lavoratori, utilizzando spesso attori non professionisti. I film di quel periodo, inoltre, trattano soprattutto della situazione economica, sociale e morale del dopoguerra italiano: riflettono i cambiamenti nei sentimenti e nelle condizioni di vita di chi ha un passato da dimenticare e un futuro di speranze da conquistare. 

Dal neorealismo al realismo magico

Ben presto, il linguaggio cinematografico del neorealismo è una gabbia per la creatività e la fantasia di Fellini, interessato più al mondo onirico dei sogni e dell’inconscio che a quello puro e semplice della realtà. Per lui, fare un film significa partire sempre da un sogno e da una fantasia che devono poi raccontare una storia da trasporre sul grande schermo.

Il distacco di Fellini dal neorealismo avviene per tappe, prima di costruire un proprio e autonomo linguaggio cinematografico. Nel 1952 gira Lo Sceicco bianco con Alberto Sordi, nel 1953 – con protagonista ancora Sordi – conclude le riprese de I vitelloni e gira l’episodio Agenzia matrimoniale del film L’amore in città. Ma è con La strada del 1954, protagonisti Giulietta Masina alias Gelsomina e Anthony Quinn alias Zampanò, che Fellini s’impone all’attenzione italiana e internazionale (le sue influenze sul cinema non solo europeo sono evidenti). Il suo linguaggio poetico, attraverso la narrazione della storia dell’incontro tra l’artista di strada Zampanò e la sua accompagnatrice Gelsomina, inizia a poggiarsi sulla trasfigurazione della realtà e dei sentimenti più che sulla descrizione del reale. La strada otterrà la nomination all’Oscar per la sceneggiatura nel 1957. Con Il bidone (1955), Le notti di Cabiria (1956) che s’avvale della collaborazione nella fase preparatoria di Pier Paolo Pasolini, e poi con il capolavoro La dolce vita – protagonisti Marcello Mastroianni e Anita Ekberg – che viene proiettato per la prima volta a Roma il 3 febbraio 1960, il linguaggio cinematografico di Fellini assume via via una sua definitiva autonomia.

Le polemiche, politiche e culturali, che si riversano sulle opere più mature di Fellini non riguardano tanto “i contenuti” dei film, quanto proprio il “linguaggio” delle storie e dei protagonisti fatto di spensieratezza, voglia di libertà e sensualità. L’Italia del dopoguerra mal sopporta la creatività di Fellini. Lui ha introdotto la psicologia come un linguaggio nuovo che si può esprimere pure al cinema (come ha fatto Ingmar Bergman). E nello stesso tempo anticipa il boom economico e la rivoluzione del costume che attraverserà l’Italia degli anni Sessanta, che è forse il periodo di maggiore modernizzazione della storia dell’Italia contemporanea. I critici cinematografici non sapevano come definire il linguaggio immaginifico di Fellini. Per questo, iniziano a scrivere di una sorta di “realismo magico”, definizione che di solito si usa per l’immaginario culturale latinoamericano, dove è difficile separare con nettezza il confine che divide realtà e magia. 

Con 8 e mezzo (1963), Satyricon (1969), Roma (1972), Amarcord (1973), Casanova (1976), La città delle donne (1980) l’arte di Fellini raggiunge l’apice. Senza dimenticare Ginger e Fred del 1985, interpretato da Marcello Mastroianni e Giulietta Masina, che con la storia di due anziani ballerini di tip tap – con almeno vent’anni di anticipo su ciò che sarebbe accaduto nella realtà sociale italiana – descrive l’appiattimento culturale operato dalla nascita della televisione commerciale made in Berlusconi sugli usi e i costumi dell’Italia.

 “Felliniano”,“paparazzi”, ecc.

Per la cultura italiana la rottura operata dal linguaggio di Fellini è davvero straordinaria, non solo nella poetica cinematografica. Da tanti anni ormai “felliniano” è un neologismo, oltre che un aggettivo, che compare nei vocabolari più moderni della lingua italiana per indicare un’ambientazione propria in cui è la fantasia a dominare, con personaggi all’apparenza buffi o esagerati nell’esaltazione delle loro caratteristiche. 

Ma “felliniana” può essere anche una donna dalle accentuate rotondità che proprio Fellini ha più volte proposto nei suoi film (Sandra Milo, Anita Ekberg, la tabaccaia di Amarcord, le protagoniste di La città delle donne). Anche il termine “vitelloni” è diventato famoso grazie a Fellini: lo si usa nell’italiano parlato per indicare i viveur di provincia: pigri, oziosi, sfaccendati, incapaci di superare la noia del loro tran tran quotidiano. 

Il termine “paparazzi” (i fotografi senza scrupoli alla ricerca degli scoop sulla vita intima di personaggi noti, così ben descritti in La dolce vita) è addirittura diventata una parola che si può usare in qualsiasi idioma. Ormai, “paparazzo” non appartiene solo al vocabolario della lingua italiana. 

Che La dolce vita abbia contrassegnato un’epoca lo dimostra pure l’uso corrente delle parole “dolce vita”, coniugate per descrivere un comportamento più fondato sulla ricerca di emozioni che di sostanza. Al film di Fellini è legata pure la definizione in italiano di maglione “dolce vita”, quello a collo alto e rovesciato che si calza senza camicia, indossato proprio dai protagonisti dell’omonimo film. Perfino “amarcord”, un tipico “mi ricordo” nel dialetto romagnolo di Fellini, è entrato a far parte della lingua parlata italiana per intendere un sentimento di nostalgia che va in cerca delle nostre radici e del “come eravamo”. 

Insomma, festeggiare i cent’anni dalla nascita di Federico Fellini è un obbligo.

Fellini, la strega e l’avvocato. Un ricordo del 1980 di Alessandro Carrera

Fellini 1920-2020. Un ciclone di nome Federico ultima modifica: 2020-01-24T16:45:43+01:00 da ALDO GARZIA

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

Lascia un commento