Politica e media. Parla Alda Vanzan

“C’è una classe politica che studia poco. Le eccezioni ovviamente ci sono, ma in linea di massima gli amministratori soprattutto regionali non “perdono” tanto tempo a leggere le carte e, di conseguenza, hanno meno notizie da presentare. E solo chi si prepara diventa un punto di riferimento per il giornalista”.
scritto da MARCO MICHIELI

Raccontare la politica” è una serie di conversazioni con giornalisti che seguono la politica italiana, e non solo, molti dei quali con una lunga esperienza. L’idea è di ragionare sulla relazione tra politica e stampa e su come quest’interazione abbia caratteristiche peculiari in Italia, influendo sull’una e sull’altra (g.m.)

Il giornalismo “locale” è sempre più al centro dell’attenzione. In un mondo che muta molto rapidamente, questo tipo di giornalismo ha un rapporto particolare con le comunità di riferimento, un legame che, anche in presenza della crisi generalizzata dell’editoria, resta speciale. E spesso i giornali locali godono di maggiore reputazione di quelli nazionali: parlare di ciò che accade nella comunità risulta ai lettori più imparziale dei criticati giornali nazionali.

Ytali ha deciso di parlare di questo e di altro con Alda Vanzan, storica firma de Il Gazzettino. Dopo aver seguito per qualche tempo la politica veneziana (le giunte Costa e Cacciari), dal 2009 Vanzan si occupa delle vicende politiche della Regione Veneto. Con lei abbiamo parlato delle sfide che il giornalista “locale” si trova ad affrontare, della relazione tra media e il mondo della politica veneta e delle prossime elzioni regionali e comunali.

Qual è la situazione attuale del giornalismo locale?
La stessa della carta stampata nazionale. Si comprano meno quotidiani cartacei, stanno crescendo le edizioni digitali. Tuttavia se l’informazione nazionale può essere più facilmente reperita in rete, non altrettanto avviene per quella cittadina e regionale, specie per quanto riguarda la cronaca politica. Quella la trovi sui giornali.

Come il giornalismo nazionale, anche il giornalismo locale ha subito dei mutamenti. Com’è cambiato il tuo mestiere negli anni?
Una volta si andava di persona ovunque, anche a reperire la foto della vittima di un incidente, bussando alla porta della famiglia che talvolta neanche era informata della disgrazia. E sempre di persona si andavano a cercare le “testine” dei candidati quando si pubblicavano le liste elettorali. Ora le foto si cercano su Facebook, con tutti i vantaggi e i rischi che ciò comporta: i social come fonti sono più agevoli, ma le verifiche restano doverose. Lo stesso vale per le cronache politiche. Oggi le puoi seguire in streaming. Comodo, ma non è la stessa cosa, se non altro perché la telecamera è fissa e ti mostra solo quell’inquadratura, non hai idea di quello che avviene due file dietro né delle manovre di corridoio. Resto dell’idea che il cronista, di bianca o di nera che sia, così come l’inviato di sport, di spettacoli o di guerra, debba continuare ad andare “sul posto”. L’uso dei social è un’aggiunta, non una sostituzione. Certo, la crisi della carta stampata non aiuta: i tagli degli organici e anche delle risorse per coprire i servizi rendono tutto più difficile. Ma se pensassimo di trovare le notizie solo sui social sarebbe la fine del nostro mestiere.

Rispetto al mondo della politica locale – comunale e regionale – che cosa è cambiato nel rapporto coi giornalisti?
Prima esisteva solo un rapporto personale, oggi teoricamente con uno smartphone c’è chi pensa di poter fare comunque tutto. Non è così. C’è una grande differenza tra il giornalista che lavora soltanto dal proprio ufficio e quello che unisce i nuovi strumenti tecnologici all’attività tradizionale del cronista politico.

Un’immagine di qualche tempo fa, con il collega e altra nota firma del Gazzettino, Paolo Navarro Dina

Per il tuo lavoro, quindi, è necessaria ancora la presenza nei luoghi della politica?
Sì, anche se talvolta non è possibile. E non solo per i tagli di cui sopra. Faccio un esempio: a Venezia i lavori delle commissioni consiliari sono aperti alla stampa e al pubblico, in consiglio regionale del Veneto le commissioni sono a porte chiuse. Questo comporta modalità differenti per reperire la notizia da parte del cronista.

E nel caso delle attività dei partiti politici a livello locale, è cambiato qualcosa nella relazione tra la politica e il giornalismo?
A livello locale le attività dei partiti – dalle riunioni ai congressi – ora sono molto meno frequenti. I congressi locali di partito sono come i panda, in via di estinzione. Fa eccezione il Partito democratico, le cui riunioni delle direzioni regionali sono quasi sempre aperte alla stampa.

E per quanto riguarda gli altri partiti?
A parte una recente assemblea regionale, il Movimento cinque stelle finora ha fatto riunioni a porte chiuse per poi affidarsi alla rete, con nessuna possibilità di controllo degli esiti che vengono comunicati. I vertici veneti di Forza Italia sono sempre stati nominati da Silvio Berlusconi. Di Fratelli d’Italia non ricordo congressi in Veneto. L’attività politica in senso tradizionale – congressi, convegni di partito o addirittura di corrente – è venuta meno anche per ragioni economiche. Ci sono meno soldi e quelli utilizzati dai gruppi consiliari regionali in alcuni esercizi sono stati contestati dalla Corte dei conti.

E nel caso della Lega, che governa la Regione Veneto da lungo tempo?
Il vertice l’ha deciso lo scorso luglio Salvini. Dopo le Europee e l’elezione del segretario Toni Da Re a Bruxelles, Salvini l’ha ringraziato e ha comunicato la nomina di un commissario, l’ex ministro per la famiglia Lorenzo Fontana. Congressi? Neanche mezzo. Con Fontana c’è una sorta di direttorio di cui fanno parte il governatore Luca Zaia, l’ex ministro Erika Stefani, l’assessore veneto Roberto Marcato e il capogruppo regionale Nicola Finco. Le riunioni del direttivo “nathional” (cioè veneto) della Lega, nella sede di Noventa Padovana, sono a porte chiuse.

Come reperisci quindi le informazioni in questi casi?
I comunicati dei partiti di solito dicono poco e comunque non bastano. Ci si attacca al telefono, si parla con le fonti ufficiali e con quelle ufficiose.

È cambiato a tuo parere l’accesso ai politici locali?
È cambiato perché c’è una classe politica che studia poco. Le eccezioni ovviamente ci sono, ma in linea di massima gli amministratori soprattutto regionali non “perdono” tanto tempo a leggere le carte e, di conseguenza, hanno meno notizie da presentare. Vanno di moda i commenti, meglio se sui social. Il politico che sale sul pulpito virtuale e si rivolge esclusivamente ai suoi fedelissimi, i followers. Un comizio, contraddittorio zero. Poi i cronisti se, navigando su Facebook, Twitter o Instagram, trovano qualcosa di interessante lo usano per il loro lavoro.

Anche a livello locale i social media hanno liberato i politici della mediazione dei giornalisti?
L’attività social è davvero elevata e non può essere trascurata dai cronisti. Molto attivi sono il governatore Zaia ma anche il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Dopodiché può capitare di trovare qualche post polemico o gustoso anche da parte di qualche assessore. Come quello della titolare delle Infrastrutture Elisa De Berti sulla riclassificazione delle strade regionali: l’operazione con Anas era stata a suo tempo criticata dal Pd perché sembrava una retromarcia sul fronte della richiesta autonomia del Veneto, poi è stato lo stesso Pd a dare notizia del raggiunto accordo e l’ha fatto in termini positivi. Su Facebook De Berti si è tolta così qualche sassolino, ma politicamente la scena se l’era già presa il capogruppo dem Stefano Fracasso.

Durante l’ultima visita da presidente del consiglio a Venezia di Matteo Renzi, maggio 2015 (“la foto è di Francesco Bottazzo, il mio collega della concorrenza”, da Fb)

Cambia anche quindi il carico di lavoro per il giornalista che si occupa di politica locale?
C’è una fonte in più di cui tener conto, i social. Ma aumenta anche il livello di verifica.

In base alla tua esperienza personale, quale politico a livello comunale e regionale ha – oppure ha avuto – una grande facilità di comunicazione coi giornalisti?
Dipende sempre dalla caratura del politico. Chi studia e si prepara diventa un punto di riferimento per il giornalista. Quello che si limita a commentare non può che restare ai margini. Poi ci sono le posizioni di ruolo e le intelligenze. Massimo Cacciari, sindaco di Venezia per tre volte, già candidato presidente della Regione Veneto, è sempre una garanzia: su qualsiasi tema i suoi interventi valgono un titolo. Il governatore Zaia è di natura un comunicatore, capacissimo di dribblare le domande dirette e di accendere i riflettori sui temi regionali che gli interessano o di sviare l’attenzione da altri. E poi alcuni consiglieri regionali in grado anche di creare la notizia.

Chi?
Il record nelle ultime legislature lo detiene Pietrangelo Pettenò, unico consigliere regionale di Rifondazione comunista fino al 2015, capace di monopolizzare l’attività del Consiglio per ore, anche portandosi la tenda canadese in aula. Aveva l’intuizione “giornalistica”.

Il Movimento cinque stelle ha avuto sempre rapporti difficili con i giornalisti. Nella tua esperienza personale come valuti il loro rapporto con la stampa?
Appartengono alla categoria dei politici che preferiscono commentare, almeno in Veneto. Per quanto mi riguarda i rapporti si sono “raffreddati” dopo alcuni articoli non graditi: la storia della multa con l’autovelox presa da un consigliere regionale e della lettera inviata dallo stesso al sindaco su carta intestata per contestarla, poi le indicazioni del loro comunicatore di gettare fango sugli avversari in occasione delle Politiche del 2018.

Hai parlato della crisi dei partiti tradizionali anche a livello locale. La stampa parla con i segretari dei partiti a livello regionale?
Certo, ma sono molto meno presenti, riemergono in occasione della formazione delle liste elettorali. E questa la dice lunga sul declino dei partiti politici anche a livello regionale e comunale: non si fanno i congressi, non ci sono quasi più sezioni locali, ben che vada organizzano gazebo. Oggi conta molto di più l’amministratore. E neanche sempre di maggioranza: in consiglio regionale del Veneto gli esponenti della Lega e del gruppo Zaia Presidente intervengono pochissimo, il loro ruolo è votare ed evitare di allungare le sedute. C’è forse più dialettica in consiglio comunale a Venezia.

Nel 2015, con il passaggio del comune di Venezia dal centrosinistra a Brugnaro, è cambiato qualcosa nella relazione con la stampa?
Quando seguivo il Comune, all’epoca di Cacciari, le porte del municipio erano aperte: si faceva anticamera e a una certa ora si parlava col sindaco. Anche l’accesso agli assessori e ai gruppi era libero. Brugnaro ha tentato di mettere un filtro all’ingresso, ma nel tempo, tolta la sua anticamera, anche quello si è allentato.

E nel 2010, col passaggio di consegne in Regione Veneto tra Galan e Zaia, hai notato dei cambiamenti nel rapporto con i giornalisti?
Sono cambiati i personaggi, le personalità. Dipende dal periodo storico e dalla composizione delle alleanze. Nelle giunte Galan (1995-2010) e nella prima giunta Zaia (2010-2015), c’era molta dialettica interna ai partiti della maggioranza e per i giornalisti erano molte le occasioni per raccontare anche polemiche e sgambetti tra gli alleati. Era una situazione politicamente differente e con dei rapporti di forza diversi. Oggi la giunta Zaia è praticamente un monocolore leghista, anzi, zaiano. Tra i due governatori è cambiato il ruolo del portavoce.

Di chi parli?
Capitava che Franco Miracco si sostituisse alla voce di Giancarlo Galan. A Venezia si parlava di “Galacco”. I due erano differentissimi per carattere, storia, cultura, eppure sul lavoro c’era simbiosi. Luca Zaia si è inventato il punto stampa dopo la giunta: lui al centro del salone al piano nobile di Palazzo Balbi, gli assessori schierati. In compenso ha eliminato la figura del consigliere regionale che assisteva alla sedute dell’esecutivo. Un rischio in meno nella diffusione delle “soffiate”. E ha aumentato la comunicazione istituzionale. Che alla fine diventa buona anche per la propaganda elettorale.

Modera un dibattito organizzato dalla Fondazione Rinascita (a sinistra, lo scrittore veneziano Riccardo Calimani, a destra l’allora rettore dello Iuav, Amerigo Restucci)

Pensi che Zaia si ricandidi?
Se si andasse ad elezioni politiche anticipate, prima delle elezioni regionali oppure in un unico election day, non escludo che Zaia decida di giocarsi una partita a livello nazionale e di non candidarsi in Regione Veneto. Ovviamente con l’idea di ottenere un posto rilevante nel governo nazionale. Anche se ci sono opinioni divergenti rispetto alla relazione tra Zaia e Salvini.

Quali sono queste ipotesi?
Secondo alcuni, Salvini non vorrebbe Zaia a livello nazionale e lo preferirebbe in Veneto, condannato a fare il governatore; secondo altri, il leader della Lega non potrebbe fare a meno di Zaia in un eventuale governo del centrodestra.

Senza voto anticipato quindi si candiderà in Veneto?
Sì indubbiamente. Però sarà il suo ultimo mandato perché il nuovo statuto regionale, in vigore dal 2015, prevede solo la possibilità di due mandati consecutivi (non si applica quindi al primo mandato del 2010). La rielezione è certa, anche perché Zaia non è Salvini, in Veneto è votato anche da un elettorato non leghista. L’opposizione può ragionare solo nell’ottica del 2025: investire per il futuro. Al di là delle alleanze con il M5s, il tema per il Pd è: presentare un proprio uomo o affidarsi a un civico? E soprattutto, fare in modo che il candidato perdente poi rimanga e non si dimetta prima del tempo, perché dai tempi di Cacciari nel 2000 fino ad Alessandra Moretti sconfitta nel 2015 si sono viste solo fughe. Forse nella prossima tornata elettorale sarà più interessante capire quello che accade nella galassia autonomista e indipendentista. E poi cosa avverrà col nascente terzo polo.

Di chi parli?
Alle prossime elezioni regionali ci sarà questo Partito dei Veneti che per la prima volta raccoglie tutte le sigle dei movimenti autonomisti e indipendentisti. Tra di loro vi sono anche componenti dell’attuale maggioranza che sostiene Zaia, il consigliere segretario Antonio Guadagnini. Il loro obiettivo è arrivare attorno al dieci per cento e in terza posizione. Il loro punto di attacco? “Zaia voleva far restare in Veneto i nove decimi delle tasse, ma dopo il referendum sull’autonomia non ha potuto portare a casa niente, noi invece non abbiamo legami e legacci e possiamo farcela”. Dovranno dire come. L’altra incognita è il terzo polo centrista in fase di costituzione tra calendiani, renziani, socialisti, Più Europa: puntano ad essere i veri anti-Zaia e a battere il Pd, cioè arrivare secondi.

La vicenda regionale è legata a quella elettorale del comune di Venezia?
Il tentativo di Brugnaro è avere l’appoggio della Lega già al primo turno, così da vincere subito sul candidato del Pd, chiunque esso sia, se il rettore Michele Bugliesi o il sociologo ambientalista Gianfranco Bettin. A Venezia, del resto, la Lega sta già pensando al dopo Brugnaro nel 2025 (o prima se capiterà), anche se per prendersi Ca’ Farsetti dovrà far crescere una classe politica che oggi non ha e il consenso tra gli elettori veneziani, storicamente molto tiepidi verso il Carroccio, specie nelle tornate amministrative. Zaia invece potrebbe vincere anche da solo, magari con una terza lista di amministratori, e quindi non spendersi per la coalizione. Vedremo.

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Politica e media. Parla Alda Vanzan ultima modifica: 2020-01-24T10:22:40+01:00 da MARCO MICHIELI

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