“Evo? Speranza. Delusione. Autoritarismo. Imbroglio”

Morales secondo Juan del Granado. Nostra intervista con l’ex-sindaco di La Paz, prima amico e alleato dell’ex-presidente, poi suo rivale e avversario.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO
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In Bolivia, dov’è nato nella città di Cochabamba sessantasette anni fa, è conosciuto come “Juan sin miedo”, Giovanni senza paura. Appellativo che gli deriva dal Movimiento sin Miedo, fondato assieme a un pugno di leader della sinistra nel 1999, nato come scissione dall’Izquierda Revolucionaria (MIR). Sindaco di La Paz dal 1999 per dieci anni, ha inizialmente appoggiato il governo di Evo Morales nel 2006. L’alleanza politica con il primo presidente indigeno si è rotta nel 2009, trasformando Juan del Granado in uno dei suoi principali avversari. È stato anche candidato presidenziale nel 2014 in contrapposizione a Evo.

Avvocato, a lui si deve il primo processo intentato con successo in America Latina contro un ex dittatore per crimini commessi durante il suo governo. Sfidando ogni minaccia di morte, del Granado ha lottato per quattordici anni con lo scopo di portare a processo Luis García Meza Tejada, autore del golpe militare del luglio del 1980, passato alla storia del paese come il più cruento, messo in atto con l’appoggio di paramilitari comandati dal nazista Klaus Barbie, il “macellaio di Lione”. 

Una vicenda che si è chiusa nel 1993, quando del Granado ha ottenuto dalla Corte suprema di giustizia la condanna a trent’anni di carcere per García Meza Tejada, segnando una tappa importante del consolidamento della democrazia nel paese. È stato deputato e presidente della commissione Diritti umani e Costituzione, e promotore di riforme in materia di giustizia e di diritti umani. Abbandonata la politica attiva, è un attento osservatore delle cose boliviane, motivo per cui spesso è chiamato a commentarle dalla stampa locale. L’abbiamo raggiunto telefonicamente nella sua casa di La Paz. 

Signor del Granado, la sinistra europea vede in Evo Morales un campione del socialismo e il difensore degli indigeni. Quali politiche economiche socialiste ha messo in atto Evo? Davvero può essere visto come il campione dei popoli originari?
La caratterizzazione di Evo Morales non ha molto a che vedere con politiche economiche. Forse la politica economica che l’ha definito, o che pretese di situarlo più a sinistra, è stata vincolata al ristabilimento del ruolo dello Stato. S’è parlato di una nazionalizzazione degli idrocarburi che nella pratica non fu tale. Essa tradusse, infatti, una decisione governativa di ristabilire il ruolo statale come gestore principale dell’economia di fronte alle politiche neoliberali tese alla subordinazione dello Stato all’iniziativa privata e al mercato. 

Detto ciò, è senza dubbio possibile parlare di una modificazione essenziale dello scenario rispetto al ruolo degli indigeni e specialmente dei popoli originari che raggiunsero un importantissimo protagonismo nella vita politica nazionale. Un’identificazione etnica molto grafica, molto visibile del presidente Evo Morales con i settori indigeni, che sono molto estesi e ampi nella popolazione. E non soltanto per il fattore indigeno, ma anche perché il meticciato ha notoriamente caratteristiche etniche e culturali indigene. 

Questo è il senso che meglio può corrispondere alla definizione di Evo Morales o del suo governo come difensore degli indigeni. È stato un effettivo promotore di una vera inclusione, in un primo lungo momento, degli indigeni nei destini nazionali. 

In seguito, in una seconda fase, furono altri settori, non soltanto imprenditoriali, quanto burocratici, di parte, corporativi quelli che esercitarono il protagonismo in un chiaro spiazzamento dei settori indigeni originari, compresa un’evidente azione contro questi settori a causa della politica estrattiva che danneggiava l’ambiente, i territori indigeni, le riserve naturali.

Come spiega che anche il governo di Morales non ha saputo mettere fine alle politiche estrattiviste, accettando di rientrare in un rapporto di fatto neocoloniale?
Evo Morales in nessun momento ha avuto una proposta economica di superamento, anche graduale, dell’estrattivismo. Al contrario, ha puntato allo sfruttamento delle risorse naturali e in particolare del gas come uno dei pilastri dell’accumulazione economica. In pratica il governo di Evo Morales ha approfondito l’estrattivismo e lo sfruttamento delle risorse naturali. 

L’ha fatto come parte di una politica basata sulla rendita e sulla distribuzione delle risorse tra i settori della società. Ma soprattutto nell’ottica di assicurarsi una disponibilità di valuta necessaria alle politiche governative, che non furono necessariamente e fondamentalmente redistributive. Si generò un enorme apparato statale e si sperperarono risorse economiche in progetti faraonici. E poi la corruzione, che venne istituzionalizzata e s’ingigantì come uno dei meccanismi per dilapidare le risorse finanziarie ed economiche.

Lei crede che ci siano possibilità reali per i paesi sottosviluppati economicamente ma ricchi in risorse naturali di evitare l’estrattivismo? Più precisamente, vede all’orizzonte, non solo in Bolivia, ma in America Latina, una nuova sinistra che abbia sviluppato una riflessione su questo tema?
È un tema aperto, una materia che mi pare sia in genere mal affrontata da parte di questi governi progressisti o di sinistra dell’America Latina. Un esempio maggiore, perché il caso boliviano può avere dimensioni minori, è quello del Brasile, dove anche Lula e il Partito dei lavoratori hanno approfondito l’estrattivismo, hanno tentato di mettere fine all’Amazzonia, generando molte fratture con i popoli originari. 

In Bolivia non c’è stata una strategia che, partendo dall’estrattivismo e dal ricorso alle risorse naturali alle quali naturalmente non si può rinunciare da un giorno all’altro, proponesse un superamento graduale di questo modello, diversificando l’economia nazionale, generando vera promozione economica dei settori sociali più poveri. Proponendo politiche effettive di protezione dell’ambiente.

Mi sta quindi dicendo che in America Latina non si è riflettuto su questo tema?
Si è riflettuto molto, ma è una riflessione che ancora non è stata recepita in un progetto politico, in proposte serie di politiche pubbliche. Prima si parlava molto della struttura dello Stato, a partire dalla relazione di quest’ultimo con l’economia della società. Ora si parla della relazione dello Stato, della società con l’economia e l’ambiente. Questo è un nuovo elemento che ridefinisce le funzioni statali che fino ad ora non si è tradotta in una politica.

Questo potrebbe essere il lato debole della sinistra latinoamericana
Senza dubbio. Non c’è una proposta di sviluppo alternativo all’estrattivismo, e quindi non s’arriva ad avere una proposta alternativa al capitalismo. Sapendo che l’altro tema è quello della corruzione, un tema centrale che non si è saputo affrontare.

In una recente intervista al quotidiano boliviano Pagina Siete, lei fa risalire al 21 febbraio 2016, data del referendum costituzionale, l’inizio dell’abisso per Evo e il MAS. 
Allora la maggioranza assoluta della popolazione respinse la modifica della Costituzione che doveva permettere a Evo di continuare ad essere candidato. Quel passaggio rivela un processo di svuotamento di quel lungo processo che nasce nel 2006 con la vittoria di Morales, che genera una grande speranza, una grande accumulazione di forze, di domande, di energie, di paradigmi. Mise in luce fessure e fratture profonde nel governo. La corruzione che interruppe l’identificazione etica, l’autoritarismo che spezzò la pratica democratica, l’egemonismo che distrusse la poca istituzionalità che si vedeva. Lo spreco che mise in crisi le prospettive economiche. 

Quando Evo Morales chiese alla gente se era disposta che egli rimanesse ancora un periodo, la gente gli rispose che erano passati dieci anni e la situazione non era cambiata, che non poteva rimanere, che doveva andare al governo qualcun altro. È un sentire comune che si genera in tutti i settori sociali, inclusi quelli popolari che chiedevano un cambio.

Juan del Granado, allora sindaco di La Paz, con Evo Morales

Quale ritratto potrebbe fare dell’epoca di Morales?
Forse potrei dire che è stata una proposta statale, un modello di governo transitato dalla speranza allo svuotamento e alla delusione. Che è passato dalla delusione all’autoritarismo, e dall’autoritarismo all’imbroglio.

Dopo la rinuncia, il governo di Jeanine Áñez Chávez ha intrapreso un lungo percorso che si conclude il prossimo 3 maggio. Come ha operato questo governo? Come giudica il cambiamento brutale della politica estera precedentemente seguita da Morales?
Dopo la caduta di Evo s’è aperto un periodo di transizione che, a mio modo di vedere, avverrà in tre momenti. Di breve, medio e lungo respiro. Il primo momento è di transizione elettorale che si celebrerà il 3 maggio. Subito dopo si aprirà un altro tempo di transizione che riguarderà il governo, che dovrà sforzarsi di generare nuove condizioni anche in economia. Infine c’è l’ultimo momento di transizione che dovrà individuare un nuovo modello statale. Non sono compartimenti stagni. 

Non credo che il governo di Jeanine debba amministrare, governare, portare il paese alle elezioni e punto. No. Ci sono nel governo alcuni eccessi, come un’attitudine a smontare l’apparato governativo, statale masista (prodotto dal MAS n.d.r). Credo che lo smantellamento del passato masista sia necessario, ma se lo portano all’estremo, come sta facendo in alcuni casi la signora presidente, può incorrere in errori, persecuzioni. In politica internazionale non si può continuare a fare scelte sulla base della visione ideologica di Evo Morales, ma bisogna partire dagli interessi economici del paese.

Añez ha cominciato a denunciare la collaborazione dei medici cubani che operano in Bolivia e poi ha rotto le relazioni con l’Avana. Sembra che stia percorrendo la strada di Bolsonaro che poi si è trovato senza assistenza medica nei luoghi più sperduti del Brasile.
È probabile, anche se non mi sembra l’aspetto centrale della politica boliviana. Una politica che smonta l’apparato masista nel governo e che ha dato inizio a indagini sulla corruzione è essenziale e necessaria. Però portarla all’estremo fino al punto che masista è sinonimo di delinquente mi sembra un eccesso. Come mi sembra anche un eccesso identificare l’assistenza medica cubana con l’ingerenza dell’Avana nella politica boliviana, anche se sappiamo che nella crisi dello scorso novembre ci sono state ingerenze da parte dei medici cubani.

È notizia recente che Jeanine voglia correre il 3 maggio alle elezioni, smentendo quanto in passato aveva sempre sostenuto. Che opinione ha di questa nuova candidatura? Pensa che Jeanine possa unificare la frammentata opposizione al MAS e non favorire Arce e Choquehuanca?
Ciò che si è prodotto è l’emergere nella vita nazionale di tre attori politici dopo la caduta di Morales. Il primo è il MAS che mantiene un seguito importante, anche se non credo maggioritario. Il secondo protagonista è Carlos Mesa con un serbatoio elettorale significativo. L’altro è un attore emergente, ovvero il movimento civico diretto da Camacho. Quello che deve prodursi, affinché questi attori esprimano una visione di medio periodo, sarebbe un processo franco e aperto di autocritica, cosa che non sta avvenendo. Il MAS assume posizioni dure con la direzione di Morales dall’esterno. Quanto a Mesa avrebbe dovuto ristrutturare il suo schema politico, perché la situazione è nuova, mentre il voto che raccoglie è all’80 per cento contro Morales, e non si tratta più di farlo allontanare dal potere. 

Infine il movimento civico avrebbe dovuto costruirsi, formulandosi come una proposta differente. Mentre non l’ha fatto, e ora sta raccogliendo la vecchia destra, con dirigenti che sono stati in esilio dieci anni. Questo scenario ha generato un’incertezza in un grosso settore della popolazione, che Jeanine ha captato. Non credo che il suo obiettivo sia di unificare l’opposizione politica, ma che rappresenti un’alternativa differente di scontro con il MAS.

È un’altra notizia recente che Evo voglia candidarsi al senato o come deputato.
Mi pare una manovra elettorale interessante, ma non credo che voglia tornare. Ha denunce penali, non condanne, e quindi può candidarsi. E non credo che voglia essere senatore. Avendo dei procedimenti penali potrebbe essere anche arrestato, però la sua presenza mette in discussione la dirigenza masista per la debolezza della leadership di Luis Arce, che è un burocrate, alieno agli indigeni, non ha carisma.

Che succede in Bolivia nei prossimi mesi?
Oggi nessuno degli schieramenti in campo può avere più del venti per cento. In pratica l’ottanta per cento dell’elettorato è distribuito su quattro forze di minoranza, divise tra MAS, Mesa, Camacho e Añez. Ciò dovrebbe portare al ballottaggio, durante il quale la composizione parlamentare del primo turno non si modifica. Sarà necessaria una serie di accordi politici per garantire una maggioranza governativa nella quale di sicuro non ci sarà il MAS. Può essere che al ballottaggio ci vada Camacho, o Mesa. Ma è uno scenario che si potrebbe modificare dopo carnevale.

Lei ha avuto in passato legami con Morales che andavano anche al di là delle normali relazioni politiche. È stato anche il padrino della figlia Evaliz.
In passato, con la mia formazione politica, ho contribuito con entusiasmo all’avvento di Evo e al suo primo governo, assieme al sessanta, settanta per cento della popolazione. Poi quest’alleanza con Morales finì nel 2009 dopo quattro anni di collaborazione, e fummo il primo movimento politico che soffrì la persecuzione giudiziaria. Personalmente dal 2010 al 2015 subii quindici processi giudiziari promossi dal mio “compadre” Morales.

Quella con Evo era una relazione antica. Ero deputato negli anni Novanta quando lui era dirigente sindacale cocalero e veniva perseguito dal governo, che voleva sradicare la coltivazione della coca, mentre Evo era un difensore e pertanto era oggetto di repressione. 

Io ero presidente della Commissione dei Diritti Umani in parlamento e in almeno un paio di occasioni l’ho fatto uscire dal carcere. La relazione con la figlia Evaliz è anteriore a quella con Evo, e risale a quando la madre aveva un rapporto con la mia famiglia. Evaliz mi nominò suo padrino al quindicesimo compleanno senza che il padre ne sapesse nulla. E alla festa della figlia Morales venne a sapere che io ero il suo padrino. La relazione con Evaliz e con la madre Francisca si è mantenuta sempre. Sono relazioni anteriori e posteriori a Evo, che superano e vanno ben oltre la relazione politica che intrattenemmo.

“Evo? Speranza. Delusione. Autoritarismo. Imbroglio” ultima modifica: 2020-02-04T16:49:41+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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