Chi se non Michele Bugliesi?

Perché il Gruppo25Aprile sostiene la candidatura del rettore di Ca’ Foscari a sindaco di Venezia.
scritto da MARCO GASPARINETTI

Venezia Lido, 4 febbraio. Il sindaco in carica inaugura la quarta sede elettorale distribuendo borse di tela con la scritta: “Le città di Venezia. + Vive + Belle + Sicure + Pulite + Smart + Green” (fine citazione). Sul tavolo campeggia uno striscione con la scritta “Il coraggio di fare”. La narrazione è abile, il percorso è tracciato da tempo, in marcia verso la meta c’è già una colonna di panzer che sfilano compatti e gli allibratori locali danno per scontato un suo successo al primo turno: il verbo più utilizzato è “asfaltare”, soprattutto se a contendergli la rielezione fosse un candidato del “partito del no”, quello che impedisce “di fare” (che a volte significa anche “fare disastri”, ma questo è un dettaglio irrilevante agli occhi dei più). Fin qui siamo nel campo della propaganda. Ma c’è altro.

Nelle casse comunali e in quelle della Città Metropolitana scorrono fiumi di denaro che non si vedevano dai tempi del ponte di Calatrava. S’aggiungono a quelli di cui il sindaco dispone come boss indiscusso del lavoro interinale (business ideale, perché garantisce una rendita di posizione costante, grazie alla cresta realizzata con il sudore della fronte altrui). Blind Trust o meno, il fatturato del gruppo Umana supera ormai i settecento milioni di euro e all’azionista principale – che di mestiere fa il sindaco – distribuisce utili milionari che gli consentiranno di ripetere la campagna sontuosa già vista all’opera nel 2015: una campagna “liquida” con fiumi di spritz gratis per tutti in piazza Ferretto e del “copemo venti vache, ga da magnar gratis tutti quanti” alla vigilia del ballottaggio (la megafesta a San Giuliano).

“Eppure il vento soffia ancora” – cantava Pierangelo Bertoli in una canzone che ha segnato l’adolescenza di molti – ma non esiste vento favorevole per chi deve ancora armare le vele. Tempo per litigare fra alleati potenziali non ce n’è più: sabato a Venezia inizia un carnevale che dura tre settimane (ogni analogia con la decadenza del Settecento è puramente casuale e involontaria) esponendo chiunque si candidi in quel periodo al detto popolare che dice “a carnevale ogni scherzo vale”.

Le primarie del centrosinistra sarebbero state auspicabili? Sono fra quelli che lo pensano, ma a condizione di essere organizzate in tempo e di avere una pluralità di nomi credibili da mettere in “competizione” sui programmi rispettivi. Giunti al punto in cui siamo, se ad affrontare il mare aperto delle elezioni non sarà una singola imbarcazione (su cui difficilmente potrebbero convivere senza spintonarsi a vicenda le tante anime del mondo progressista) ma una pluralità di soggetti politici che diano voce alle aspettative di tutti per poi convergere su un obiettivo comune al secondo turno, non lo ritengo un male – e se è un male per alcuni, è comunque il male minore. Perché la condizione necessaria per poter poi convergere su una meta comune è arrivarci, al ballottaggio, e un nome che metta d’accordo tutti ma proprio tutti in questa fase è una chimera.

Come Gruppo25Aprile abbiamo seguito un percorso lineare, trasparente e coerente: quando ai primi di gennaio era ormai chiaro che il tempo per tutti stava per scadere abbiamo tracciato un profilo del candidato/a che potremmo eventualmente sostenere come piattaforma civica e apartitica, radicata sul territorio e attiva da sei anni per dodici mesi all’anno, e non soltanto alla vigilia di elezioni. “Eventualmente” perché non ce l’ordina il medico e in assenza di alternative serie, credibili e capaci di “correre per vincere” nessuno ci obbliga a farlo, non essendo noi un partito ma una piattaforma pluralista al cui interno convivono varie sensibilità.

In quella sede (conferenza stampa) abbiamo indicato, a titolo di esempio, due nomi che sulla carta potevano corrispondere al profilo tracciato, invitando tutti (forze politiche e semplici cittadini) a presentare le loro proposte in tempo utile, senza regalare altri vantaggi a un sindaco in carica che ne ha già accumulati tanti. Il 26 gennaio in Bragora abbiamo organizzato un incontro conoscitivo con Michele Bugliesi che, pur non essendo ancora candidato, ha accettato di sottoporsi a tre ore ininterrotte di domande a bruciapelo, su tutti i temi che ci stanno particolarmente a cuore. In Michele Bugliesi abbiamo trovato un interlocutore attento e propositivo, con idee chiare e innovative per uscire dalla morsa della monocultura turistica e una visione di insieme che in altri non abbiamo mai riscontrato. Nelle sue risposte, mai evasive, abbiamo colto un comune sentire su alcuni dei temi che più ci stanno a cuore.

Il 2 febbraio (a un mese esatto di distanza dalla conferenza stampa) abbiamo messo ai voti i nomi delle persone che avevano manifestato la loro disponibilità a candidarsi: tutte, comprese quelle che non corrispondevano al profilo civico da noi tracciato. Incontrare anche loro sarebbe stato superfluo dato che tutti ne conosciamo già le idee : sono il sindaco in carica e il presidente di Municipalità uscente. Nel corso dell’assemblea abbiamo anche chiarito che se altri nomi dovessero emergere entro venerdì 7 febbraio (vigilia di carnevale) siamo pronti a riconvocarci in assemblea e rimettere ai voti tutte le opzioni disponibili.

Nel momento in cui scrivo, sul nome di Michele Bugliesi sembra esserci la convergenza di una coalizione di centro-sinistra che potrebbe puntare anche al voto moderato o apolitico – quello che è mancato a Felice Casson nel 2015 – mentre non soddisfa le formazioni a sinistra del Pd, per questioni ideologiche e/o di metodo (l’assenza di primarie). Alcune di queste hanno chiesto di azzerare tutto e puntare su altri nomi. Proprio per il rispetto che nutro nei confronti di quel mondo, con cui ho condiviso alcune battaglie, ritengo utile analizzarlo più da vicino e per farlo ritorno per un attimo alla premessa iniziale: “Le città di Venezia” (declinate anche in “Le città in festa”, cappello ormai obbligatorio per ogni iniziativa ludica o culturale che si voglia organizzare sul territorio comunale).

Primo paradosso: Luigi Brugnaro l’accentratore, quello che ha boicottato il referendum del primo dicembre, ha l’intelligenza o la furbizia politica di riconoscere che le città sono più d’una, all’interno del Comune unico, solleticandone l’orgoglio o il campanilismo di superficie mentre s’oppone a qualunque forma di decentramento. Lo fa dal 2015 e a quanto pare funziona, perché l’apparenza per molti conta più della sostanza.

Secondo paradosso: a sinistra del Pd, fra chi invece chiede o dovrebbe chiedere decentramento e restituzione di funzioni alle Municipalità cosa troviamo?

1) Il Nostro Impegno per la città; 2) Tutta la città insieme; 3) Un’altra città possibile. Città al singolare, come se Venezia, Mestre e Marghera fossero un’unica e indistinta realtà urbana. 

Dal punto di vista della percezione esterna, per l’elettore medio sono tre sfumature dello stesso colore, che si contendono la stessa nicchia di elettori: tre liste che rischiano di cannibalizzarsi a vicenda e a prima vista sono assolutamente fungibili già dal nome che portano, in stile “una e unica” (lo slogan antireferendario). La realtà soggiacente è ovviamente più complessa, ciò che si vuole qui sottolineare è la “percezione” al di fuori dell schiera ristretta dei militanti, perché è questa percezione a determinare le intenzioni di voto dei più. Oltre a essere perfettamente fungibili fra di loro, queste tre sigle o soggetti politici hanno una caratteristica in comune, dal punto di vista dell’elettore medio che già fatica a distinguere l’una dall’altra: sono tutte denominazioni recenti, il che ne tradisce il carattere di operazione puramente elettorale. 

Completezza di analisi vuole che qui invece se ne riconoscano le differenze sostanziali e di metodo, che sono molte e significative:

1 Il Nostro Impegno per la città è un cartello di partiti o movimenti storicamente radicati e ideologicamente attrezzati per una competizione elettorale, che finora non ha indicato un suo candidato sindaco ma sarebbe in grado di farlo rapidamente, e con nomi di indubbio spessore;

2 Tutta la città insieme, non senza qualche contraddizione rispetto al nome che porta, nasce unicamente come sigla di supporto a un singolo candidato sindaco (Giovanni Andrea Martini) che fino a ieri aveva ancora in tasca la tessera di un partito (il Pd) e da molti è stata vista – in fase di formazione – come l’ennesima corrente interna a quel partito, e dunque con scarsa capacità di “aggregare” altri intorno a quel nome che oggettivamente ha diviso anziché unire, sconfessando anche il percorso portato avanti dalla terza sigla qui citata:

3 Un’altra città possibile è a sua volta un cartello di comitati e associazioni, una delle quali (Venezia Cambia) era già presente alle elezioni del 2015 con un suo candidato sindaco, che ha scelto un percorso specularmente opposto: mentre Tutta LA città insieme è il classico esempio di candidato top-down intorno al quale si costruisce una squadra e una sigla a fini elettorali, Un’altra città possibile ha avviato un apprezzabile e apprezzato percorso partecipativo articolato in cinque assemblee all’insegna del “candidiamo un programma” per poi arrivare a una rosa di nomi indicati bottom-up dai partecipanti all’assemblea del primo febbraio.

Marco Gasparinetti (a sinistra) e Michele Bugliesi (photo Gino Mario De Faveri)

Mi sono dilungato su queste tre sigle perché ritengo che una loro presenza sulla scheda, alle elezioni comunali del 2020, sia essenziale per dare uno sbocco a chi giudica la candidatura Bugliesi come eccessivamente “moderata” o non abbastanza “di sinistra”. Che tale presenza sulla scheda elettorale si traduca in uno, due o tre candidati sindaco ideologicamente posizionati a sinistra è una scelta loro, che dovrà fare i conti con la più prosaica realtà della soglia di sbarramento prevista per le liste non collegate con un candidato sindaco comune (tre per cento). Al tempo stesso, e per completezza di ragionamento, è altamente improbabile che queste sigle possano portare i voti che sono mancati a Felice Casson nel 2015. 

Con la franchezza richiesta dalle circostanze, aggiungerei che nessuna di loro può anche solo pensare di “sottrarre” voti al sindaco uscente, mentre il loro auspicabile ruolo è evitare che a ingrossarsi ulteriormente sia il primo partito: quello dell’astensionismo che alle comunali del 2015, per la prima volta nella storia di Venezia, ha superato il cinquanta per cento. In questa logica sarebbe auspicabile che nella corsa rientrasse anche il M5S, attualmente alle prese con le sue “comunarie”.

Un’incognita ulteriore sono le trentamila persone che al referendum del primo dicembre, spesso contro le indicazioni del partito di riferimento, hanno votato Sì al referendum con cui si chiedeva il ripristino di due Comuni autonomi: in larghissima parte sono elettori attivi e assolutamente ostili alla riconferma del sindaco che ha tanto vilipeso e ostacolato quel referendum. Sul totale dei votanti alle comunali (votanti veri e non “aventi diritto” al voto, quindi al netto dell’astensionismo di cui sopra) rappresentano un venticinque per cento di cui nessuno potrà fare a meno, se vuole provare a contendere la rielezione del sindaco in carica. Se vogliamo attribuire alla somma di tutte le opposizioni quel cinquanta per cento di voto necessario per arrivare al ballottaggio, quel venticinque per cento è la metà dei voti che serviranno. Pensiamo di poterne fare a meno, spingendoli verso l’astensionismo?

Le motivazioni di voto individuali sono essenzialmente quattro:
1) “convenienza” (e di quel voto farà il pieno il sindaco in carica, potendo contare sui favori in varia forma distribuiti o promessi);
2) “appartenenza” (e quel tipo di fedeltà è in calo, per tutti i partiti con l’eccezione della Lega);
3) voto di protesta (quello più mobile, che privilegia la formazione più antisistema del momento);
4) voto di opinione o di proposta, basato sul libero convincimento, che si forma di volta in volta sui nomi e sui programmi in campo, con netta preponderanza del “nome” nel caso delle elezioni comunali che tendono a polarizzarsi sulla scelta della persona chiamata a incarnare i sogni e i progetti, perché anche le migliori idee hanno bisogno di gambe robuste su cui camminare.

Con la scelta di appoggiare Michele Bugliesi, il Pd rischia di perdere (al primo turno almeno) una nicchia di voti preziosa alla sua sinistra, ma ne ricupera altrettanti al centro e nell’elettorato di opinione. Optando per un candidato di partito si verificherebbe il processo opposto, con perdita di voti al centro e nell’elettorato di opinione. Vista dall’esterno, la rinuncia è tanto più apprezzabile se si considera che le persone di talento non mancano, in quel partito. Altrettanto abbiamo fatto noi come piattaforma civica, sacrificando il nostro “ego” per metterlo a disposizione di un progetto comune. Lo facciamo perché è l’unica chance di provare a vincere quest’anno, anziché rinviare tutto al 2025.

In attesa dell’unicorno che non c’è, o del candidato perfetto in grado di mettere d’accordo tutti, compito dello sherpa è indicare i sentieri percorribili, non quelli immaginari, e incamminarsi per primo su quei sentieri, anche se impervi, per spianare la strada agli altri; è quello che ho cercato di fare, con tutte le difficoltà del caso, in queste settimane, perché “il nemico” per me non è Luigi Brugnaro, e chi volesse puntare soltanto sulla demonizzazione dell’avversario andrà incontro a cocenti delusioni.

Rassegnazione, fatalismo, tribalismo, “fuoco amico” e pugnalate alle spalle. Questi sono i nemici da sconfiggere per chiunque voglia proporre un’alternativa al sindaco in carica, senza aspettare il 2025, come sottintendono quelli che danno già per scontato un suo trionfo alle comunali del 2020 e che, per giustificare il proprio disimpegno, puntano su un improbabile quanto lontano “logoramento” della sua immagine vincente.


Marco Gasparinetti è Portavoce del Gruppo25Aprile (G25A)

Chi se non Michele Bugliesi? ultima modifica: 2020-02-06T12:14:23+01:00 da MARCO GASPARINETTI

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